....al suo editore? La Magistratura? Ma vah?
Al direttore di Repubblica, che ieri ha dipinto Silvio Berlusconi come
un gangster sulla scorta delle motivazioni che accompagnano la condanna di Cesare Previti, rivolgiamo due amichevoli domandine. La prima è questa: la magistratura che ha perseguito in giudizio e poi giudicato Previti e altri ha dimostrato di essere imparziale? Se
la risposta fosse positiva, alzeremmo le mani in segno di resa. Altrimenti no.
Ecco i fatti. Il procuratore generale di Milano, quando presero il via le inchieste sulla corruzione, affermò che era in corso una “rivoluzione giudiziaria”.
L’Espresso pubblicò le carte sull’inchiesta milanese riguardante Craxi, in teoria protette dal segreto istruttorio, nei giorni in cui il suo ex ministro e al tempo capo dello Stato, Scalfaro, doveva decidere sull’incarico di formare il governo (che andò al vice del
segretario socialista, Amato).
Il procuratore capo Borrelli sconsigliò Berlusconi dall’entrare in politica, parlando di “scheletri negli armadi” prima che qualunque indagine nei suoi confronti avesse inizio (e le indagini partirono
solo dopo la sua decisione di correre per la premiership).
Lo stesso Borrelli scatenò un’offensiva mediatica contro il primo governo Berlusconi, minacciando un avviso di garanzia che poi fu
effettivamente emesso nelle condizioni note.
Il sostituto Di Pietro trattò nello studio Previti per un incarico di ministro, declinò su invito di Scalfaro, uscì in circostanze ambigue dalla magistratura, mise in piedi una carriera politica che ha come contrassegno l’avversione al centrodestra.
I due pm del processo Previti boicottarono una commissione
bicamerale incaricata di riscrivere la Costituzione, presieduta da
D’Alema, definendola “figlia del ricatto”.
Dopo la seconda vittoria elettorale di Berlusconi, Borrelli incitò i magistrati a “resistere” al nuovo potere eletto.
Nella premessa delle motivazioni, il giudice Carfì afferma candidamente di avere ceduto ai sentimenti e di avere vuotato il sacco, descrivendo il suo rapporto con gli imputati come una relazione di ostilità civile e morale.
In tutta questa condotta pubblica i magistrati hanno goduto del pieno appoggio, senza mai la minima riserva, del gruppo editoriale di Repubblica, il cui editore è parte in causa nelle questioni di giustizia, sia come parte civile in un paio di processi che hanno comprensibilmente eccitato i suoi giornali (Sme, Mondadori), sia come imputato regolarmente assolto per reati come bancarotta fraudolenta e finanziamento illegale dei partiti. Probabilmente questi fatti sono sufficienti a certificare un uso politico della giustizia penale, ma ce ne sono molti altri.
Qui arriva la seconda domanda, importante per un direttore che denuncia il peccato originale di Berlusconi, aver comprato per esempio la sentenza Mondadori.
Chi ha restituito la Repubblica all’editore De Benedetti, che ne fu secondo voi spossessato da una sentenza comprata?
In altre parole, come avete ricomprato la metà del patrimonio
scippato dai cattivi avvocati e dai cattivi giudici?
Siccome il vostro D’Avanzo fa lo spiritoso su Andreotti e i legami tra questi, il gruppo Caltagirone e Previti, la risposta è importante.
E tutti sanno che furono Andreotti, Craxi, Forlani e Ciarrapico, d’intesa con Caracciolo e De Benedetti, a organizzare la spartizione e a togliere Scalfari, e il suo futuro successore, dalla
scomoda posizione di dipendenti di Berlusconi.
Forse le sentenze si compravano, come voi dite, ma per onestà
dovreste ammettere che una parte delle sentenze poteva essere riacquistata, senza sovrapprezzo.
E che la politica era arbitra della giustizia, con il vostro consenso attivo, almeno quando decideva in favore dei vostri interessi.
E il caso è chiuso.
da il Foglio di oggi




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