STATO VORACE
Un secolo fa in tutti i Paesi sviluppati il fisco prelevava all'incirca il 10% del prodotto interno; oggi quel prelievo è quintuplicato
Giuseppe Quarto
Ho letto in questi giorni sulle pagine economiche di alcuni giornali come nessun paese della Comunità europea sia in condizione di rispettare i parametri del disavanzo pubblico. Per giunta, in forma più o meno velata tutti i paesi chiedono il superamento del vincolo del 3% di sfondamento della spesa. La verità è che, in Italia come altrove, lo Stato assorbe una montagna di denaro (pari circa alla metà di quanto la società produce), ma ne destina solo una parte limitata al finanziamento di quelle attività che in genere si considerano come tipiche del governo: contrastare la criminalità e organizzare la difesa, amministrare la giustizia, aiutare coloro che non sono in grado di sostenersi autonomamente. In effetti solo il 3% del bilancio italiano è per la difesa, meno dell'1% serve alla giustizia e meno del 3% è destinato alle pensioni sociali e agli invalidi. La domanda sorge allora spontanea: dove va il restante 93% delle risorse che lo Stato italiano incamera? La quasi totalità del bilancio pubblico, in effetti, è sprecato per servizi che sarebbero molto meglio gestiti da agenzie private in concorrenza tra loro. Questo dimostra che la classe politico-burocratica ci tratta come bambini, incapaci di provvedere a noi stessi. Non ci consente di destinare ad una mutua privata i soldi per la salute; ostacola lo sviluppo di un sistema educativo davvero pluralistico ed effettivamente posseduto dalle famiglie (dai consumatori); non ci consente di optare per una pensione autonoma (e ci costringe a buttare miliardi nel gran calderone dell'Inps). E via dicendo. Oltre a ciò, la voracità dello Stato si appresta a fare un grande salto di qualità. Già da qualche anno, infatti, sono in vigore alcuni parametri in base ai quali secondo il fisco ogni impresa deve per forza guadagnare una cifra prestabilita e, quindi, deve pagare le tasse su quell'importo. Se per qualche motivo le cose sono andate diversamente bisogna saper dimostrare di non aver guadagnato; ed è interessante notare come in questo caso le scritture contabili non contino molto e, quindi, non sempre sia facile dimostrare di avere avuto redditi modesti o, addirittura, perdite effettive. Queste nuove disposizioni, unite alle esigenze crescenti della spesa pubblica, pongono quindi le premesse per un livello di voracità fiscale mai raggiunto in tutta la storia. Per di più questa sfrontatezza delle richieste fiscali si associa ad un quadro generale desolante: con tempi di spostamento che sono raddoppiati (a causa di un sistema viario da Terzo Mondo), con una burocrazia cartacea da Inquisizione (si pensi che, solo per fare un esempio, un ristoratore deve ogni giorno annotare su un registro la qualità del detergente con cui pulisce i tavoli; e se la registrazione è fatta in ritardo partono multe dai venti milioni di lire in su). È chiaro che questo sistema piace ai burocrati, dal momento che giustifica la loro esistenza. Piace da morire anche ai politici, perché finisce per consegnare nelle sue mani quasi tutti i problemi della comunità. Per costruire una simile macchina statale, che divora la metà delle nostre risorse e delle nostre libertà, c'è voluto però molto tempo. Basti ricordare che un secolo fa in tutti i Paesi sviluppati il fisco prelevava all'incirca il 10% del prodotto interno; oggi quel prelievo è quintuplicato.Questo processo si è per giunta sviluppato in maniera quasi costante: attraverso regimi autoritari e democratici, di sinistra o di destra, liberali o socialisti, laici o democristiani, monarchici o repubblicani, conservatori o laburisti. La situazione, allora, è molto pericolosa, perché il rischio è che oggi uno Stato "democratico" possa riuscire a fare ciò che il comunismo, con il suo sistema brutale, non è stato in grado di realizzare. Già oggi, d'altra parte, molte attività che in teoria sono "private" vengono di fatto gestite dall'apparato statale. Lo stesso gestore del ristorante obbligato a compilare registri su registri, ad esempio, non è libero di rifiutarsi di servire persone poco raccomandabili e qualche volta non è nemmeno in condizione di licenziare qualche dipendente di cui non si fida. Alla luce di tutto ciò, è necessario riflettere sull'assurdità della situazione in cui ci troviamo. Ormai è chiaro che noi non abbiamo affatto bisogno della politica, mentre sono i politici che hanno bisogno di noi per poter esercitare il loro potere e disporre delle nostre risorse. È giunto quindi il momento che gli uomini politici facciano un passo indietro e lascino ai cittadini la libertà di provvedere a se stessi nel miglior modo. Lo stato deve limitarsi a operare come un semaforo, vietando solo ogni aggressione alle libertà altrui e lasciando il massimo di libertà per le decisioni che le persone autonomamente prendono. Forse è troppo tardi, ma continuo a nutrire fiducia nell'umanità, che è riuscita ad uscire da enormi tragedie causate in passato dai politici (basti pensare alle guerre mondiali, con i molti milioni di morti che le hanno accompagnate). Però bisogna essere vigili e soprattutto bisogna saper reagire quando il presidente della Commissione europea, ad esempio, afferma che l'Europa deve contare di più nel mondo. Sono infatti parole che mettono i brividi e ci riportano alla mente la politica che ha preceduto la Seconda Guerra, con i risultato catastrofici che ben conosciamo. Lo Stato ha insanguinato l'intero Novecento e ha costruito schiavitù di vario genere. Non dimentichiamolo mai.
(www.liberidiscegliere.org)


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