Incredibile doppio paginone sul Corriere della Sera di oggi (domani la seconda parte) sul cd. "secondo libro" di Hitler, che vi riporto integralmente, già pret a lier:
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Il seguito di «Mein Kampf»L’altro manifesto nazista
Lo storico inglese Ian Kershaw è considerato uno dei maggiori studiosi viventi di Hitler e della sua opera. La sua monumentale biografia del dittatore tedesco (apparsa in Italia da Bompiani in due volumi, nel ’99 e 2001) fornisce un punto di partenza per una seria discussione sul soggetto. E nel primo dei due volumi non mancano i riferimenti a questo «secondo libro» che fa discutere. Kershaw non ha mai avuto dubbi sulla autenticità dei documenti. Quanto alla loro importanza, ritiene opportuno formulare alcune distinzioni. Qual è il suo giudizio personale? Si può parlare di un testo fondamentale per la comprensione dei successivi sviluppi nel campo nazionalsocialista? «Non tanto per gli specialisti, perché essenzialmente si tratta di amplificazioni di concetti che Adolf Hitler aveva esposto nei suoi discorsi pronunziati tra il 1926 ed il 1928. Una parte di queste idee aveva addirittura trovato il modo di farle pubblicare in un opuscolo. Ma è anche vero che non sono molti quelli che li hanno letti. Le sue idee di politica estera, comunque, vengono esposte più chiaramente in questo "secondo libro", benché non vengano in realtà modificate in alcun modo». Ma se l’interesse politico era comunque notevole, per quale motivo questo «secondo libro», che Hitler dettò al direttore della casa editrice del partito nel 1928, non venne mai pubblicato? «La vera ragione, almeno quella commerciale, è che Mein Kam pf si vendeva poco, e l'editore era tutt'altro che entusiasta all'idea di metterle accanto un altro libro, che non aveva certo la prospettiva di attrarre un pubblico più ampio». E politicamente? «Con ogni probabilità, fu considerato inappropriato, fatto che non si poteva ignorare, dal momento che il partito era reduce da una sconfitta elettorale. A quel punto, oltretutto, Hitler aveva incassato l'anticipo editoriale e quindi non si preoccupava molto della pubblicazione... ». E che dire dell'incondizionata ammirazione che il Führer esprime in queste pagine per il «brillante statista Benito Mussolini»? Si tratta di un'infatuazione temporanea o di qualcosa che nell’animo di Hitler durò a lungo? «Sorprendentemente, la sua ammirazione per Mussolini continuò sino agli ultimi anni: basti pensare al loro incontro, dopo che Mussolini era stato liberato dal Gran Sasso. La sua frase al proposito rimane rivelatrice. Sebbene riconoscesse che il duce allora era soltanto un'ombra di colui che che era stato in passato, dichiarò che restava un gigante fra tanti pigmei».
Gabriele Pantucci
COLLOTTI
«Nel 1928 aveva già immaginato l’alleanza strategica con Mussolini»
Sono passati più di quarant’anni. Eppure, nello scorrere un’altra volta quelle frasi marchiate da Adolf Hitler, quei giudizi perentori e taglienti sull’Italia e gli ebrei, il Sud Tirolo e la cultura «degenerata», l’Inghilterra e il «marxismo dissacratore», lo storico Enzo Collotti non può nascondere un moto di emozione. I pensieri contenuti nel «secondo libro di Hitler», benché oggi rivisti e completati, sono essenzialmente quelli di allora, che in Italia lui commentò per primo, nel 1962. Che impressione ne riportò? «Più che sorpresa, la mia fu soddisfazione. Era un altro, importante tassello che si aggiungeva al mosaico, un passo in avanti per la comprensione del personaggio e una fondamentale integrazione del Mein Kampf » Ma il pubblico non ne fu molto coinvolto... «Io pubblicai le mie osservazioni su una rivista per esperti, "Studi storici", che allora apparteneva all’Istituto Gramsci». Che cosa la colpì, in particolare, nei ragionamenti di Hitler? «Il fatto che contenessero alcune interpretazioni su quel che si sarebbe sarebbe realizzato davvero negli anni successivi. Anzitutto la previsione strategica di un’alleanza con l’Italia. E poi la convinzione ideologica che il regime di Mussolini sarebbe dovuto arrivare allo scontro con gli ebrei». In questi scritti si denuncia piuttosto l’aggressività degli ambienti ebraici nei confronti di Mussolini dopo la marcia su Roma... «E’ il seme del ragionamento politico che Hitler avrebbe reso esplicito più tardi. In ogni caso, l’interesse legato a questo testo fu molto grande. In seguito, è ovvio, abbiamo imparato molto, almeno a partire dalla pubblicazione dei discorsi del Führer. Il che non toglie nulla all’interesse per il nuovo libro di Weinberg, certamente accurato: abbiamo a che fare con uno studioso estremamente serio». Non la colpisce l’apparente mode razione di Hitler nei confronti dell’Italia, il suo scostarsi (a proposito della questione sud-tirolese) dalle tesi revansciste dei nazionalisti tedeschi? «No, perché il Führer utilizza un linguaggio bell’e pronto, tipico di una destra conservatrice, non solo estrema. La sua abilità consiste piuttosto nel saperlo strumentalizzare, e semplificare, per un uso politico immediato. In altre parole, Hitler ha inventato poche cose, ma quelle poche ha saputo trasferirle nel contesto politico, renderle popolari». Lei tocca il tema, sempre attuale e scottante, dei demagoghi di ieri e oggi. L’Adolf Hitler che lei descrive può essere definito, a questo proposito, «moderno»? «Senz’altro. Non dimentichiamo la frase di Salvemini su Mussolini: un genio della propaganda». Vale anche per Hitler? «Ancora di più per lui». Così si spiega la moderazione, almeno apparente, di molti dei suoi ragionamenti? Compresi quelli riservati all’Italia e al Sud Tirolo? «Certo non era un volgare ciarlatano. Piuttosto uno spiritaccio capace di strumentalizzare tutte insieme cose fra loro molto differenti». Lo storico Brunello Mantelli, suo allievo, sostiene che Hitler si dimostra erede di una scuola tedesca di pensiero molto amichevole verso l’Italia. Un’altra invece, di matrice austriaca, è sempre stata più ostile a Roma. Ma come si spiega, dal momento che Hitler era proprio di origine austriaca? «L’osservazione di Mantelli è giusta. Solo che Hitler era soprattutto un politico consumato e spregiudicato. Il suo modello restò il fascismo, e continuò a nutrire ammirazione per Mussolini; però, esaltando il ruolo imperiale dell’Italia nel Mediterraneo, era soprattutto convinto di fare l’interesse della Germania. Allo stesso modo, i suoi riconoscimenti per l’Inghilterra avevano lo scopo di staccarla dalla Francia, che odiava». L’ammirazione per l’imperialismo inglese non lo trattenne poi dal fare la guerra... «Ma gli impedì di accorgersi dell’ascesa dell’America. Uno dei suoi errori fatali».
Dario Fertilio
IL CONSIGLIO «Non pubblicare» Il secondo libro di Adolf ...
Il secondo libro di Adolf Hitler venne scritto nel 1928 ma non venne pubblicato su consiglio di Max Amann, direttore della casa editrice del partito nazista: Amann convinse Hitler che il libro avrebbe danneggiato le vendite di «Mein Kampf»
NEL 1945
La scoperta
Il libro rimase nascosto in un rifugio a prova di bomba fin dal 1935. Fu ritrovato nel 1945 dagli americani e pubblicato in Germania in sole 5.000 copie nel 1961 (nella foto la copertina, titolo: Il secondo libro di Hitler). Il volume è stato autenticato come opera di Hitler da Joseph Berg (ex impiegato della casa editrice nazista Eher Verlag) e dall’americano Telford Taylor, pubblico ministero al processo di Norimberga.
AMANTE DELLA NATURA
Adolf Hitler con una donna sconosciuta vicino al suo rifugio bavarese di Berchtesgaden. Il Führer, strettamente vegetariano, astemio e intollerante verso chi fumava, quasi un ecologista e naturista ante litteram, era molto amante della natura e delle montagne: in uno dei molti incontri con Benito Mussolini, stupì il Duce parlando a lungo della necessità di preservare e proteggere i boschi del Sud Tirolo.
ACCOGLIENZA PER IL DUCE
Un ragazzo copre la vetrina di un negozio di Monaco con scritte che inneggiano a Hitler e Mussolini in occasione della visita del Duce nel giugno del 1940. Il Führer dimostrò sempre nei confronti del fascismo e del suo leader la stessa amicizia e il medesimo rispetto già evidenti nei suoi scritti del 1928, anche quando le vicende belliche misero in luce le gravi debolezze e talune ambiguità dell’alleato italiano.
CON IL RE
Hitler in auto con il re Vittorio Emanuele III in occasione della visita a Roma (maggio 1938).
Il Führer, che in Germania aveva eliminato ogni contropotere che potesse ostacolare la costruzione della dittatura, ebbe sempre grande diffidenza nei confronti di Casa Savoia, da lui considerata una minaccia per il fascismo e un gruppo di «potenziali traditori», come ebbe a dire più volte.
L’ULTIMO INCONTRO
Mussolini esamina insieme a Hitler quanto rimane del bunker di Rastenburg dopo l’attentato fallito e il tentativo di colpo di Stato militare del 20 luglio 1944. Fu l’ultimo incontro fra i due dittatori. La notizia che il cadavere di Mussolini era stato esposto in piazzale Loreto dopo la Liberazione dell’Italia rafforzò nel Führer la determinazione a non cadere vivo nelle mani degli Alleati.
«Sud Tirolo agli italiani». Firmato Hitler
Così scrive il futuro dittatore in una pagina del suo secondo libro pubblicato ora per la prima volta in un’edizione completa.Le pagine che pubblichiamo fanno parte di un libro che Adolf Hitler dettò nel 1928 a Max Amann, direttore della casa editrice del Partito nazista, che all’epoca aveva già in pubblicazione Mein Kampf . Il testo venne alla luce nel 1958, scoperto dal professor Gerhard L. Weinberg negli archivi tedeschi trasferiti in Virginia dalle forze armate americane, che lo avevano rinvenuto nel ’45 a Monaco di Baviera. A differenza dei falsi diari del Führer, che costarono la reputazione del grande studioso inglese Hugh Trevor Roper, nessun esperto pose in dubbio l’autenticità del testo. Così, fu lo stesso Weinberg a presentare il volume come «il seguito di Mein Kampf » nell’introduzione alla prima edizione uscita nel 1961 a cura dell’Istituto di storia contemporanea di Monaco di Baviera e subito tradotta negli Stati Uniti dalla Grove Press. Se l’interesse per l’edizione tedesca rimase circoscritto agli studiosi, la traduzione americana era largamente incompleta. Soltanto ora, dunque, Weinberg, professore emerito all’University of North Carolina, presenta l’edizione integrale ritradotta, adeguatamente annotata e con una nuova introduzione che tiene conto dei progressi compiuti dagli studi sul nazismo nell’ultimo mezzo secolo. Il libro, di cui anticipiamo oggi e domani alcune pagine, uscirà negli Stati Uniti il 10 ottobre presso l’Enigma Books con il titolo Hitler’s second book («Il secondo libro di Hitler»). In realtà, secondo il curatore, sarebbe più importante del primo: intervistato da Ennio Caretto per il «Corriere» (24 giugno 2003), Weinberg dichiarava che «mentre Mein Kampf fu revisionato per la pubblicazione , questo libro non fu mai ritoccato, riflette il vero Hitler ed è perciò ancora più importante per lo studio del nazismo». A cinque anni dalla presa del potere (alle elezioni del 1928 i nazisti presero soltanto 840.000 voti su circa 31 milioni), il partito mantenne il libro segreto, indotto forse dalle posizioni di Hitler favorevoli all’Italia sulla questione del Sud Tirolo, che stava suscitando un’ondata di sentimenti anti-italiani nel popolo tedesco. La parte più cospicua dell’opera, infatti (un capitolo di 50 pagine, il quindicesimo, su 230), riguarda proprio l’Italia, nazione che Hitler sembra prefigurare come naturale alleato geopolitico della Germania. Soprattutto dopo l’ascesa al potere di Mussolini. Tuttavia, nelle stesse pagine pubblicate qui accanto e volte a sostenere le ragioni italiane sulla questione sudtirolese, affiorano idee aberranti: in primo luogo l’odio per gli ebrei e per la cultura, come dimostrano gli espliciti riferimenti all’arte degenerata, all’indecenza del cinema che distrugge i principi della vita tedesca, all’abbandono della vita intellettuale nelle mani dell’internazionale ebraica, che Hitler imputa in egual misura ai nazionalisti e ai «marxisti dissacratori». Così, quando esce dalla questione sudtirolese trattata con ovvia prudenza, il linguaggio del Führer, senza revisioni e ritocchi, rivela le pulsioni oscure che segnarono il Terzo Reich.
Cesare Medail
IL BRANO
«I tedeschi sono in minoranza, evitiamo le ingiustizie»
«I signori del Partito nazionale di Baviera si preoccupano della cultura dei Sud Tirolesi, ma hanno acconsentito che i teatri scendessero a livello di un bordello invece di denunciare il flagello razziale»
Ecco la prima parte del brano dedicato all’Italia scritto da Adolf Hitler. Domani pubblicheremo la seconda puntata.
Nel 1920, quando presi posizione sulla politica estera del nostro movimento verso l’Italia, incontrai inizialmente una totale mancanza di comprensione nei circoli nazionalistici come pure in quelli cosiddetti patriottici. Per questa gente era incomprensibile che si potesse accettare un’idea politica che in pratica significava la fine delle inimicizie della Grande Guerra.
In un primo momento, tuttavia, non dovetti subire attacchi aperti circa la mia politica verso l’Italia. Ma la situazione cambiò di colpo quando, in Italia, Mussolini compì la Marcia su Roma. Quasi per magia l’intera stampa ebraica prese a bombardare di veleni e a diffamare l’Italia. Il branco dei giornalisti ebrei, oltre ai nazionalisti borghesi e agli idioti patriottici che li seguivano, riuscì in pieno nell’intento di gonfiare la questione Sud Tirolese al punto di farla apparire vitale per la nazione tedesca. Mi vedo quindi costretto a commentare il fenomeno nei dettagli.
In Germania, a causa della disonestà della nostra stampa, pochissimi sono a conoscenza del fatto che la zona denominata Sud Tirolo è in realtà popolata per due terzi da italiani e solo per un terzo da tedeschi. Chiunque sostenesse seriamente, quindi, la riconquista del Tirolo del Sud da parte tedesca rovescerebbe la situazione portando 400.000 italiani sotto il governo della Germania invece di 200.000 tedeschi sotto il governo dell’Italia.
Ora, i tedeschi del Tirolo del Sud sono prevalentemente concentrati nella parte nord, mentre la popolazione italiana abita la zona meridionale. Perciò, se qualcuno volesse trovare una soluzione veramente equa dal punto di vista nazionalistico, dovrebbe per prima cosa eliminare del tutto il termine Tirolo del Sud dalla discussione. Sul terreno morale, infatti, non possiamo certamente combattere gli italiani per essersi appropriati di un territorio dove in aggiunta a 400.000 italiani ci sono anche 200.000 tedeschi.
Da un punto di vista strettamente morale, se mai vi fosse da parte tedesca l’intenzione di riportare questa zona sotto il governo della Germania per ovviare a un’ingiustizia, verrebbe commessa da parte nostra un’ingiustizia ancora più grande di quella attuata dall’Italia.
Per questa ragione, ogni appello alla riconquista del Tirolo del Sud rifletterebbe le stesse manchevolezze morali che vengono ora addebitate all’amministrazione italiana del Tirolo del Sud. Ecco perché questo genere di appelli perde la sua giustificazione morale. In generale, una rivendicazione fondata su sentimenti moralmente accettabili potrebbe limitarsi al massimo ad appelli per il recupero di quella parte che è realmente abitata in misura predominante dai tedeschi. Si tratta di un’area molto circoscritta di ... (il testo originale omette la cifra, che sarebbe di 8.691 chilometri quadrati, nota dell’autore ); ma in questa stessa zona ci sono circa 190.000 tedeschi, 64.000 italiani e ladini, e altri 24.000 stranieri; la zona completamente di lingua tedesca sarebbe abitata a malapena da 160.000 cittadini.
Ora, è molto difficile individuare un confine che tagli fuori i tedeschi dalla madrepatria, come nel Tirolo del Sud. D’altro canto, nella sola Europa vivono separati dal Reich un totale non inferiore a ... (il testo originale omette la cifra, che sarebbe di 20.362.800, n.d.a. ) milioni di tedeschi.
I signori del Partito nazionale di Baviera e anche i marxisti dissacratori della cultura si preoccupano della cultura dei Sud Tirolesi, ma che cosa fanno in difesa della cultura tedesca in patria?
Hanno acconsentito che i teatri scendessero a livello di un bordello, invece di denunciare il flagello razziale; permettono che il cinema, facendosi beffe della decenza e dei costumi, distrugga i principi della vita tedesca; osservano impassibili la degenerazione delle nostre arti provocata dal cubismo e dal dadaismo; si fanno essi stessi sostenitori dei creatori di questa vile impostura o follia; permettono che la letteratura tedesca affondi nel fango e nella sporcizia e abbandonano l’intera vita intellettuale del nostro Paese agli ebrei internazionalisti. E poi, questa miserabile compagnia ha l’impertinenza di parlare in difesa della cultura tedesca nel Tirolo del Sud. Ma, naturalmente, il loro unico scopo è di spingere due popoli civili verso i più bassi livelli di meschinità e d’ignoranza.
In un solo anno nove membri del movimento Nazional Socialista sono stati trucidati brutalmente. Che cosa succederebbe se un solo atto del genere fosse commesso dai fascisti nel Sud Tirolo? Quando un italiano exaldo (presumibilmente Hitler intendeva usare il termine «esaltato», n.d.a. ) danneggiò il monumento dell’imperatrice Elizabeth a Merano, essi sollevarono un feroce clamore impossibile da quietare, anche se un tribunale italiano aveva condannato il profanatore a due mesi di prigione. Ma non si interessano del fatto che i monumenti sacri alla grandezza passata delle nostre genti siano continuamente profanati in Germania.
In realtà, inizialmente gli italiani avevano accolto i tedeschi del Tirolo del Sud in modo del tutto adeguato e lealmente. Non appena, però, andò al potere il fascismo, in Austria e Germania iniziarono le agitazioni contro l’Italia, motivate solo da ragioni di principio.
A.H.
(1 - continua)
IN CARCERE
Dettato a Hess
«Mein Kampf» (La mia battaglia) è lo scritto più importante e conosciuto di Hitler. Fu dettato a Rudolf Hess nel carcere di Landsberg, dove Hitler era stato rinchiuso per circa sei mesi dopo il fallito colpo di Stato a Monaco nel novembre 1923.
TIRATURA
Milioni di copie
«Mein Kampf» viene pubblicato tra il 1925 e il 1926 e in esso sono contenuti tutti i programmi, antisemitismo e guerra compresi, che poi Hitler tentò di realizzare dopo aver preso il potere. E’ stato sostenuto che se i politici europei degli anni Trenta lo avessero letto e preso sul serio, sarebbero intervenuti molto prima per fermare l’ascesa del dittatore. In seguito «Mein Kampf» ebbe enorme diffusione: nel 1940 ne furono vendute sei milioni di copie, il secondo libro come vendite dopo la Bibbia.




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