INCONTRO CON LO SCRITTORE CHE NELL'ULTIMO LIBRO SCANDAGLIA LE RADICI DEL SUO PAESE


NELLA sua splendida casa di Ravello Gore Vidal ha scritto molti dei suoi lavori sulla storia dell'America, romanzi, saggi. È il suo paese e lo ama, e traspare da ogni riga. Il fatto è che l'America che Gore Vidal amava è sempre meno simile all'America di oggi, che non lo ama affatto. Se per America s'intende, naturalmente, quelle «mille famiglie che la possiedono», delle quali Gore Vidal è parte, nelle quali è stato immerso fin dall'infanzia, e di cui ha raccontato pregi e difetti, grandezza e miserie. Un vero insider, che sa troppe cose, che le ha viste di persona, soprattutto che le ha raccontate e le racconta con una sincerità talmente feroce, e con un'eleganza talmente straordinaria, da non lasciare pietra su pietra, da togliere ogni illusione. Cioè da bruciare tutti i ponti alle sue spalle. Quasi tutti.

Sta per uscire negli Stati Uniti l'ultima fatica di Vidal: un volume che racconta la storia dei primi tre presidenti americani, Washington, Jefferson, Adams. L'autore sembra volersi sforzare a guardare indietro, lontano nel tempo tanto quanto lo consente la storia dell'unica superpotenza, quasi a voler evitare le sinusoidi della cronaca, che spesso impediscono di capire i fatti profondi, quelli destinati a lasciare traccia.

Il fatto è che un americano che voglia guardare all'indietro, nella storia del proprio paese, non può spaziare di molto: diciamo due secoli e qualche spicciolo. Non molto per una civiltà, specie se confrontato con l'anzianità delle civiltà alle quali quest'ultima sta ora dettando legge. Civiltà leggera contro civiltà pesanti. Il grande interrogativo è se la prima riuscirà a segnare di sé la storia del XXI secolo, cioè se una civiltà leggera possa reggere il confronto con tutte le civiltà pesanti che l'hanno preceduta.

Corta o lunga che sia, la storia americana non ha comunque avuto un attimo di tregua, né un istante di banalità. I maligni potrebbero affidarsi alla sprezzante definizione che ne diede Philip Roth: «Assoluta provvisorietà eletta a tradizione duratura». Ma trovare le sue radici è comunque indispensabile per capire il presente, per cercare di intravvederne il futuro prossimo, quello che si affaccia dietro l'angolo, e per rispondere alla questione cruciale dei tempi moderni: seguirla, arrendersi, imitarla, obbedirle? Oppure starne alla larga, temerla, combatterla. Anche se quest'ultima variante sta diventando tanto pericolosa da apparire impraticabile a tutti, salvo ai suicidi, perché con l'Impero non si scherza.

L'America è davvero diventata un Impero? Da quando? A leggere L’età dell’oro sembra che Gore Vidal collochi la definitiva trasformazione degli Stati Uniti in Impero nella grandiosa epopea di Franklin Delano Roosevelt. Ma da alcune citazioni di quel romanzo, che avrei voluto leggergli per fargliele commentare (ma non ho osato farlo), emergeva un impero molto antecedente e già consapevole di sé. «Vedi - diceva Henry Adams, a Caroline, entrambi personaggi dell'Età dell’oro - alla fine l'Europa non avrà più importanza. L'Europa è il nostro affascinante passato. Il Pacifico è il nostro futuro prossimo. Poi i continenti a Nord. La provincia dello Shansi in Cina, la Manciuria, la Siberia. Abbiamo noi il potere ora. E la Russia. E questo è un peccato». E, mentre Caroline si attardava a chiedersi: «Un peccato per chi?», Gore Vidal, l'autore, si rispondeva: «Forse per quella audace e vanagloriosa invenzione dell'Illuminismo che erano gli Stati Uniti, una regione selvatica destinata a sognare per sempre di essere un'Atene risorta, quando invece si trattava di una Roma ricreata con ostinazione e grossolanità».
Quando chiedo a Gore Vidal di darmi la sua interpretazione autentica del termine Impero (del resto il titolo di un suo libro fondamentale), la risposta sorvola all'indietro tutta la storia americana. «I padri fondatori scelsero subito la repubblica, ma durò poco. S'ispirarono a Montesqueu, ma non per molto. Cominciarono assai presto a contendere lo spazio agli spagnoli, nelle Filippine, nei Caraibi. Sempre con successo. E una repubblica non può essere anche un Impero, perché in primo luogo essere un Impero costa molto. E non si può convincere con le buone una maggioranza a sorreggere un Impero. Il che, a sua volta, implica e impone controlli, non tanto all'esterno, nei confronti dei dominati, quanto all'interno, nei confronti dei dominatori, che di regola pensano ai loro piccoli affari. All'Impero bisogna costringerli. Ciò uccide la repubblica».

Prendendo alla lettera questa conclusione si arriverebbe a un primo corollario: Francia, Inghilterra, Spagna, Olanda, i creatori dello Stato moderno, erano tutti imperi, e imperi potenti. La democrazia è nata in questi paesi, o cos'era? La risposta viene, secca: «L'unica vera democrazia è stata quella ateniese, perché Atene era una città, e coloro che avevano il diritto di voto si conoscevano tutti».

Imponente per dimensione e statura, la voce profonda, i gesti misurati di un patriarca, Gore Vidal è sdraiato su una poltrona che volta le spalle alle grandi finestre che guardano direttamente nel cielo e nel mare. Tutto intorno è bellezza, raffinatezza, quadri, tappeti, soprammobili, tutto è stato vissuto e pensato. È Europa e Asia, è tempo rappreso. La luce abbagliante dell’estate, appena mitigata dalle tende di una veranda, produce lo strano effetto di ascoltare senza riuscire a guardare in viso colui che parla, mentre si prova la sensazione acuta di essere scrutati con attenzione da occhi il cui balenio s'intravvede appena.

Viviamo in un mondo occidentale in cui l'opinione corrente dice che la democrazia americana è sempre stata la migliore, la più efficace, la meglio bilanciata. Alexis de Tocqueville ha lasciato un'impronta indelebile nella percezione europea e mondiale degli Stati Uniti. Vale ancora questa interpretazione? Dopo il Patriotic Act, dopo l'11 settembre, durante George Bush il Giovane? Sorride. «Lei ha mai letto per intero la Costituzione americana?». Per la verità, debbo ammetterlo, non l'ho mai letta tutta, ma credevo di conoscerne i fondamenti. «Ebbene lo faccia. Scoprirà che la parola democrazia non vi compare mai, neanche una volta. Noi non siamo una democrazia. Noi siamo una repubblica. E, come le ho detto, lo siamo stati per poco».
E come descriverebbe la società americana, oggi? «Empiricamente. È quella che ha la peggiore istruzione pubblica di tutti i paesi sviluppati; quella che non ha un sistema pubblico di sicurezza sociale; quella dove gl'individui lavorano come macchine, senza sosta. È una società dove la grande massa della gente non ha alcuna informazione sul mondo esterno. E non desidera averla. È una società d'individui terrorizzati. Voi europei, al confronto, vivete in paradiso, anche se, a quanto pare, vi stanno convincendo a vivere come gli americani. Quando ve ne accorgerete sarà tardi, specie per voi italiani, che alle ferie ci tenete».

Un sospiro affaticato. «Quale democrazia, mi chiede? Hanno sempre avuto paura della democrazia, perché è il governo della maggioranza. Ma poiché essa potrebbe non fare al caso, si sono organizzati una maggioranza che fa comodo all'oligarchia...». Ascolto e mi sembra di ascoltare la descrizione della Russia contemporanea. Un'oligarchia pragmatica, che ha in mano i fondamentali mezzi d'informazione. Ma perché la guerra? A che serve la guerra se la maggioranza è addomesticata? Mi guarda stupito. «Ma è per evitare il default. L'unica cosa che li può fermare, quelli che hanno ora il potere, sarà un crack pauroso dell'economia americana. Probabilmente, salvo complicazioni, io e lei vivremo abbastanza a lungo per vederlo. Purtroppo sarà una medicina amara per tutti».

Giulietto Chiesa