"Il nipote di Khomeini «Voglio un Iraq laico»
L’erede dell’ayatollah fuggito dall’Iran a Bagdad: «Date al popolo acqua, luce, sicurezza e lavoro: solo così il fondamentalismo religioso diminuirà»
DAL NOSTRO INVIATO
BAGDAD - Nipote dell'ayatollah Khomeini, cresciuto ed educato tra il fior fiore dell'aristocrazia della rivoluzione islamica in Iran, a 45 anni Hussein Mustafà Khomeini fa la scelta più importante della sua vita: fugge nell'Iraq dell'era post-Saddam e organizza un movimento mirato a costruire quello che definisce «un nuovo Iran governato dalla democrazia liberale».
Eroe della libertà per qualcuno, pericoloso eretico da eliminare per tanti altri, Mustafà Khomeini ci riceve nella lussuosa villa lungo il Tigri che sino allo scorso marzo apparteneva alla moglie del vice presidente di Saddam Hussein, Izzat Ibrahim al-Dhouri, e ora gli è stata messa a disposizione dai circoli sciiti moderati in Iraq.
Prima di entrare, le misure di sicurezza sono accurate, una decina di guardie armate pattugliano il giardino, un paio di loro resta sempre al suo fianco.
«Sappiamo che ci sono squadre di sicari mandate da Teheran per assassinarmi. Ci hanno già provato e tenteranno ancora», dice il giovane Khomeini seduto con le gambe incrociate su di un grande divano in salotto.
In Iraq sta crescendo il fondamentalismo religioso. Giorno dopo giorno, ci sono attentati non sempre riconducibili ai nostalgici del vecchio regime di Saddam Hussein. Specialmente tra gli sciiti, c'è chi vorrebbe una repubblica islamica come quella creata da suo nonno nel 1979.
«Sarebbe un errore. A Teheran non lo potevo dire ad alta voce. Ma, dopo il mio arrivo a Bagdad alla fine di giugno, posso finalmente dichiarare ciò che penso: occorre la totale separazione tra Stato e religione. Si deve creare una costituzione attenta a garantire i diritti dell'individuo. La Shariah (la legge islamica, ndr.) va considerata un fatto individuale, ognuno è libero di credere o meno nei dettami morali della fede».
E' venuto in Iraq per organizzare una rivoluzione liberale in Iran?
«Se Dio lo vuole, ci riuscirò. Per adesso sto organizzando un movimento di persone che la pensa come me».
Sarebbe disposto a sostenere un attacco militare americano contro il regime islamico in Iran?
«Preferirei che l'attuale dittatura venisse rovesciata dalla rivoluzione condotta dalla nostra gente. Ma la libertà vale più del pane. E anche un intervento americano come quello che ha liberato l’Iraq sarebbe utile per cambiare la situazione».
Suo nonno considerava gli americani il «grande Satana», ha passato tutta la sua vita a combatterli. Non si sente di tradirlo?
«Negli anni Cinquanta mio nonno la pensava più o meno come me adesso. E' cambiato più tardi. Io comunque sono dell'idea condivisa nella storia da tanti filosofi e teologi sciiti per cui lo Stato islamico potrà nascere solo dopo l'arrivo nel mondo di quello che la nostra tradizione definisce lo El-Mehdi, il cosiddetto «ultimo profeta nascosto». Una figura paragonabile per molti versi al messia della tradizione giudaico-cristiana».
Ha conosciuto bene suo nonno?
«Benissimo. Mio padre era il suo primogenito. Quando è morto io avevo già 31 anni. Nel 1964 mio padre ci portò con lui nel suo lungo esilio, prima un breve periodo in Turchia, poi nella città santa di Najaf, qui in Iraq. Ci restammo sino al 1978, nei mesi appena precedenti la rivoluzione del 1979 fuggimmo tutti a Parigi. Infine rientrammo in Iran e io vedevo mio nonno ogni settimana, quando veniva a pregare nel mio seminario a Qom».
Dove stabilirà il suo quartier generale?
«Penso a Najaf. Potrebbe diventare la nuova alternativa a Qom, dove la repressione del regime rende impossibile il libero dibattito. In effetti l'intero Iran è oggi avvolto nella nebbia della dittatura, come era l'Iraq prima della guerra: un Paese bloccato, spaventato, privo di futuro».
Ma non teme l'estremismo sciita in Iraq?
«Penso che larga parte di questo fenomeno sia dovuta alle difficoltà quotidiane incontrate dalla gente. L'energia elettrica arriva a singhiozzo, manca sicurezza, manca benzina, imperano povertà e disoccupazione, le milizie armate legate all'ex dittatura continuano a mettere a segno attentati, costringendo gli americani a concentrarsi più sugli aspetti militari che non su quelli della ricostruzione economica. Una volta che le condizioni materiali degli iracheni saranno migliorate, diminuiranno anche i fondamentalisti religiosi».
La sua famiglia è rimasta in Iran, non teme per la loro sorte?
«Sì, a Qom vive mia moglie, che dirige una clinica, assieme ai nostri tre figli. Ogni giorno prego per loro».
Lorenzo Cremonesi
Esteri
www.corriere.it"




Rispondi Citando
