COMMENTO
Il dovere dell'Europa
di SANDRO VIOLA
È FACILE immaginare che una quantità di politici, intellettuali e giornalisti stiano vedendo nei due massacri di martedì a Bagdad e a Gerusalemme la conferma delle previsioni che essi facevano alla vigilia della guerra in Iraq. Si tratta di persone degne, e quindi è certo che per prima cosa saranno addolorate dal numero spaventoso dei morti rimasti sul terreno. Ma al di là di questa pena esse devono sentirsi compiaciute, diciamo anche fiere, dall'aver previsto tutto quel che sta accadendo. La trappola di tipo vietnamita in cui George W. Bush è andato a cacciare l'iperpotenza americana, la vacuità del progetto di riassestamento del Medio Oriente (a cominciare da una soluzione del problema palestinese) che i neoconservatives di Washington pensavano di mettere in moto con la guerra in Iraq.
Il fatto è che le cose non stanno andando male soltanto per il governo degli Stati Uniti, per la popolazione civile israeliana, per i palestinesi. Non stanno soltanto demolendo le teorie dei "falchi", e confermando le previsioni di chi s'era opposto all'attacco su Bagdad. Ormai le cose stanno andando male per tutti, noi compresi. In una grossa area del mondo, un'area come il Medio Oriente che la presenza delle fonti energetiche rende di cruciale importanza strategica - e in più molto vicina ai paesi mediterranei come il nostro - si sta infatti sviluppando un'offensiva terroristica di proporzioni e connotati impressionanti. Qualcosa che non s'era mai visto, e sino a poco tempo fa neppure immaginato.
Centinaia, forse migliaia di aspiranti martiri - le cinture esplosive già allacciate - sono infatti pronti a farsi saltare in aria pur di fare a pezzi quanta più gente possibile nelle ambasciate, nelle sedi delle istituzioni internazionali, negli autobus e sui marciapiedi delle città israeliane. Ovunque essi intravedano, cioè, i simboli o i soggetti che il loro fanatismo nazional-religioso ha individuato come i bersagli da colpire. Giovani o giovanissimi, uomini e donne, tutti ormai guadagnati alla mistica del martirio, del suicidio-omicidio come strada maestra verso la gloria.
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Così, chiedersi se le loro azioni siano coordinate, in qualche misura riferibili ad una sola centrale, non ha molto senso. I punti da tenere a mente sono infatti altri. Il primo è la luttuosa realtà di questa coorte di aspiranti martiri: il rapido ingrossamento e l'espansione (dal Libano degli Hezbollah alla Palestina di Hamas e della Jihad islamica, dalle Due Torri di Manhattan alle montagne cecene, dal Marocco all'Arabia Saudita, dal Pakistan all'Indonesia) dell'ondata suicida. E il secondo punto è che sarebbe un'illusione credere, di fronte alla vastità e inarrestabilità del fenomeno, che a preoccuparsene debbano essere solo gli Stati Uniti e Israele. Che gli unici a trovarsi sotto il tiro delle bombe umane siano gli americani e gli israeliani.
Non è così: quel che sta accadendo è una specie di 11 settembre globale. E quel che noi europei stiamo provando in queste ore guardando le foto dei cadaveri di Bagdad e Gerusalemme, sono le prime fitte dell'angoscia che prese l'America alla gola l'11 settembre di due anni fa. Perché ormai è chiaro: i kamikaze non intendono tener fuori nessuno dai loro programmi di morte.
Facendo saltare a Bagdad l'ambasciata di Giordania o la sede dell'Onu, macellando un gruppo di francesi a Karachi, i giovani australiani, inglesi e tedeschi della discoteca di Bali, gli spagnoli di Casablanca, essi hanno già lasciato intendere che non fanno differenze tra americani, proamericani e oppositori della politica americana. Tra "falchi" e "colombe", tra ebrei e cristiani, tra l'una e l'altra sponda dell'Atlantico. Tra i governi che all'Onu cercarono d'ostacolare la guerra all'Iraq, e i governi di Bush e Blair. Gli obbiettivi dell'ondata terroristica appaiono infatti a questo punto meno politicamente riconoscibili, più indistinti (e proprio per questo più spaventevoli) di quel che s'era creduto. E dire che tali obbiettivi comprendano l'intero Occidente, i suoi valori e modi di vita, non è più l'ipotesi estremista che sembrava sino a qualche tempo fa.
Se alcuni, mentre ancora fumano le macerie delle ultime esplosioni, vorranno prendere ancora una volta le distanze dall'America e dalla politica della sua amministrazione, lo facciano. Se vorranno compiacersi ricordando i moniti che avevano lanciato, le prognosi funeste formulate alla vigilia della guerra in Iraq, sono ovviamente liberi di farlo. Uno scroscio d'applausi accoglierà sicuramente i loro "l'avevo detto". Non commettano, però, l'errore d'esagerare. Di sostenere che tutto quel che sta accadendo è colpa degli Stati Uniti, oppure che senza la guerra in Iraq non ci sarebbe stata la proliferazione dei kamikaze.
Perché queste tesi sono troppo generiche e partigiane: mentre la gravità del momento impone discorsi prudenti, il più possibile fondati. I "falchi" di
Washington avranno infatti commesso parecchi errori di calcolo, ma su un punto non si sbagliavano. Lo status quo del Medio Oriente fungeva di per sé da incubatrice del terrorismo. La guerra in Iraq ha forse rappresentato un calcio nel termitaio, ma il termitaio era lì, pronto ad aprirsi per spargere tutt'attorno e oltre le cinture esplosive, i camion-bomba, i morti e i feriti.
Del resto il tempo per dibattere su chi abbia avuto ragione e chi torto circa la guerra a Saddam Hussein, è trascorso. Il tema da affrontare adesso è quello della sicurezza. La sicurezza delle popolazioni civili in America, in Israele, in Europa, che questa travolgente ondata di terrorismo mette ogni giorno a repentaglio. E qui riaffiora la questione dei rapporti interatlantici, della spaccatura prodottasi tra Europa e America: perché tale spaccatura è una delle brecce attraverso le quali passeranno le bombe degli aspiranti-martiri.
Così, senza un ritorno ad una migliore intesa, a una più stretta e leale cooperazione con gli Stati Uniti, tutto induce a pensare che l'Europa sarà più esposta e vulnerabile dinanzi alla furia dei kamikaze. In quanto non c'è altro pilastro attorno al quale organizzare una difesa efficace, se non quello rappresentato dalla potenza militare ed economica degli Stati Uniti.
Vedremo se il riavvicinamento si produrrà, come, e per iniziativa di chi: se degli americani o degli europei. Ma la cosa certa è che a favorirlo non saranno i governi o i settori politici e intellettuali che dovessero gloriarsi d'aver previsto i tragici sviluppi di questi giorni.




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