L'Argentina cancella l'impunità per i reati commessi dai militari
di Emiliano Guanella

BUENOS AIRES. Insanablemente nulas. Annullate per sempre, tolte di mezzo, almeno dal punto di vista simbolico, dalla mappa politica dell'Argentina 2003 disegnata dal neopresidente Nestor Kirchner. La Camera dei Deputati ha cancellato così le due leggi del «perdono», secondo la definizione più conservatrice, o dell'«impunità», come vengono invece chiamate dagli organismi dei diritti umani e dai famigliari dei desaparecidos, con le quali a metà degli anni Ottanta il presidente Alfonsin chiuse i processi in corso sulle violazioni dei diritti umani dell'ultima dittatura militare.

La votazione finale è arrivata lunedì notte, pochi minuti prima della mezzanotte, al termine di un dibattito durato più di sette ore. Al momento dell'annuncio ufficiale è scoppiato un lungo applauso, con le telecamere che infuocavano gli abbracci dei colleghi all'autrice del progetto, la deputata Patricia Walsh. Rappresentante del piccolo gruppo di «Izquierda Unida», poco più del due per cento raccolto alle ultime elezioni, è la figlia del giornalista Rodolfo Walsh, l'autore di «Operacion masacre», che si rifugiò subito dopo il golpe in una piccola isoletta nella foce del Rio della Plata da dove riuscì ad organizzare un'agenzia di stampa clandestina. Ad un anno esatto dal colpo di stato Walsh pubblicò una lettera aperta di condanna del regime militare: fu la sua sentenza di morte. «Oggi è il giorno della riconquista della nostra dignità nazionale», ha esclamato quasi in lacrime la figlia e per la prima volta le sue parole sono state seguite in rigoroso silenzio dall'aula. Pochi minuti dopo c'è stato spazio anche per i sostenitori ad oltranza delle leggi, da sempre vicini alla cupola militare. Come il deputato Ricardo Bussi, figlio dell'ex governatore di Tucuman Antonio Domingo Bussi, ricercato dal giudice spagnolo Garzon per gli eccidi commessi nella sua provincia durante il regime. «Nessuno può restituire i morti ai famigliari - ha detto Bussi junior - questa discussione è sterile e faziosa, priva di senso». Su di lui si è abbattuto un coro di fischi, la tensione è cresciuta e si è sfiorata, di poco, la rissa.

L'intera sessione è stata trasmessa fuori dal Parlamento da due grossi altoparlanti messi su un piccolo palco dal quale campeggiavano due grossi lenzuoli che ritraevano il generale Videla e l'ammiraglio Massera dietro le sbarre. Per sette ore migliaia di persone sono rimaste in piazza a seguire il dibattito, qualcosa di impensabile se si pensa ai cacerolazos (le proteste al suono di pentole e coperchi) dell’inverno 2001. La politica, lentamente, torna. La decisione della Camera, che dovrà essere ratificata la settimana prossima dal Senato, ha un forte peso politico ma una fragile base giuridica visto che la facoltà di annullare le leggi vigenti spetta al potere giudiziario e non a quello legislativo. Vale a dire alla Corte Suprema, ancora imbastita di giudici legati al vecchio apparato affaristico-clientelare dell'ex presidente Carlos Menem. Uno di loro, l'ex presidente dell'organismo Julio Nazareno è stato destituito un mese fa al termine di un lungo processo politico dopo che sono usciti allo scoperto una lunga serie di scandali di corruzione perpetrati negli anni novanta. Un procedimento analogo è in corso contro un altro giudice, Eduardo Molinè O'Connor; la sua testa potrebbe cadere nelle prossime settimane.

Si delinea così, poco a poco, la strategia d'urto del neopresidente Kirchner, che sta mettendo mano, direttamente o mediante pressioni sui deputati del maggioritario partito peronista, nei gangli del connubio tra politica ed affari che governò per dieci anni (1989-1999) in Argentina. Non è un caso che proprio in questi giorni sia stata arrestata l'ex superfunzionaria menemista Maria Julia Alsogaray, un simbolo dell'epoca della cosidetta «pizza e champagne», capace di accumulato una mezza dozzina di cause per concussione e malversazione di fondi pubblici. Roba da far invidia alla Tangentopoli nostrana: Maria Julia, come amava farsi chiamare anche in incontri importanti, dava feste di compleanno per duemila invitati nel più lussuoso hotel di Buenos Aires, appariva con pelliccia di visone e gioielli sulle copertine delle riviste femminili, esibiva in programmi televisivi il risultato dei tocchi magici dei migliori chirurgi plastici dell'America Latina. Incaricata da Menem di gestire il processo di privatizzazione dell'impresa telefonica nazionale, è accusata di aver ricevuto mazzette per diversi milioni di dollari con i quali si è comprata un attico a New York e diversi appartamenti nel centro di Buenos Aires. Da ieri dorme in una cella di due metri per tre in una caserma della policia federale.
L'«effetto K», o «l'uragano Kirchner», come lo chiamano i media più vicini al governo, è arrivato anche da lei.