SU BOSSI si può dire tutto il male possibile. Ma non che manchi di fiuto. Lo conferma la rapidità con cui ha fatto proprio il tema posto quest'estate in discussione da Giulio Tremonti sull'opportunità d'introdurre misure protettive dalla concorrenza cinese. Rispondere con toni scandalizzati a Bossi è stato facile per qualche politico virtuoso e per i professori che hanno cattedra d'iperliberismo sui giornali. Meno facile sarà rispondere a Tremonti in modo convincente dopo che il ministro dell'Economia in un'intervista a Panorama, ha ribadito l'intenzione d'insistere su questo tema nelle sedi europee e internazionali come paladino degli interessi dei lavoratori trascurati dall'opportunismo neoliberista dei postcomunisti. Una frecciata è andata a Piero Fassino, che trovandosi nel 1999 da ministro del Commercio Estero all'assemblea del Wto (l'Organizzazione mondiale del commercio) svoltasi a Seattle è passato - ha notato «da destra» Tremonti - dal dogma di Mosca al dogma mercatista di Seattle, che è l'estremizzazione della dottrina liberale del libero mercato.
Tremonti, essendo un vero liberale e non un convertito dal marxleninismo, sa che il libero mercato non è un dogma religioso, bensì un metodo da preferirsi di gran lunga a tutti gli altri per la sua convenienza e a cui applicare, come spesso capita alle regole, anche qualche eccezione quando ciò convenga. Il richiamo di Tremonti alla necessità d'introdurre misure protettive delle imprese italiane e del lavoro dalle contraffazioni e dal dumping sociale della Cina non è dottrinario. È pratico. Non sostiene in via di principio la chiusura dei mercati, l'autarchia, ma ricorda solo che la libertà richiede delle regole e che sarebbe insensato lasciarla funzionare a proprio danno sino a farla odiare provocando reazioni, queste sì, liberticide. La libertà in genere e quella economica in particolare non si serve con le ortodossie estremistiche a cui sono abituati i postcomunisti, ma assai meglio tollerando quando occorra delle piccole e utili eresie.
Così anche nei rapporti con la Cina Tremonti non si sogna affatto di proporre drastiche rotture, ma soltanto ragionevoli freni agli imbrogli, all'invasione di prodotti in origine italiani e contraffatti, che costano un decimo rispetto ai nostri perché i lavoratori cinesi si possono e devono accontentare di salari irrisori. Qui non si tratta, come ha sostenuto Benedetto Della Vedova polemizzando con Tremonti sul Sole-24 Ore, d'imporre coi dazi «una sorta di paradossale tassa sull'efficienza discriminando coloro che a parità di condizioni» hanno ottenuto dei vantaggi competitivi, ma di difendere il nostro sistema civile di mutualità e d'accesso delle masse ai consumi, quindi la nostra coesione sociale, da offensive concorrenziali insostenibili, proprio perché non partono da eguali condizioni.
La ragione raccomanderebbe d'evitare le crociate, pro o contro, perché il problema, visto con prudente anticipo su possibili più serie conseguenze, è ancora limitato e richiede al momento solo piccoli accorgimenti come rimedi di primo intervento. L'interscambio dell'Italia con la Cina, oltre a essere relativamente modesto, è passivo: esportiamo per 4 miliardi di euro e importiamo per 8,3 miliardi. Non è quindi la prima né la più pressante delle nostre preoccupazioni, mentre un saldo così negativo ci mette paradossalmente in posizione di vantaggio nel trattare, giacché da una rottura i cinesi ci rimetterebbero molto più di noi. Non possono minacciarci serie ritorsioni se chiediamo d'attivare, come suggerisce Tremonti, «controlli alimentari, sanitari, ambientali e di tutela sociale sui prodotti in arrivo dall'Estremo Oriente». Ma è importante che si cominci sul versante delle merci, come su quello delle migrazioni, a stabilire qualche precedente nel regolare la globalizzazione per trarne effetti sempre più positivi e frenare sul nascere le occasioni conflittuali.
Le merci come gli uomini devono poter circolare, ma non invadere né destabilizzare. I flussi migratori, delle merci, dei capitali, vanno regolati, senza rassegnazioni dagli effetti catastrofiche a dogmi inconcepibili nelle logiche elastiche, utilitaristiche, della libertà. Usiamo gli scambi a incremento del benessere, non per farci del male, non per cancellare un secolo di progressi del mondo del lavoro in Occidente.
Giano Accame




Rispondi Citando