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  1. #1
    Desaparecido
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    Predefinito Molte mani e un solo fine

    Una sciocchezza che mi è venuta in mente.
    Uniamo le nostre peculiarità nello scrivere una storia che diventi il romanzo metafisico del fondoscala.
    Ho buttato giù un paio di pagine.
    Chi vuole aderire alla mia proposta integri con il proprio contributo.
    Spira il vento.

  2. #2
    Desaparecido
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    Predefinito Quattordici chilometri

    Scartata la carta venne il diluvio che sciolse il ritrovo come la caramella caduta in bocca. Righe, soltanto righe, talmente attaccabrighe che l’autunno non avrebbe avuto tempo di arrivare. Noi lo precedemmo, girando la piazza tonda a zig zag e in fila indiana, relitti di discussioni etiliche.
    Interno notte, tanto notte da essere mattino, di dormire non se ne parla, anche perché nessuno ascolta. Poi c’è un breve sogno, reale e dimenticato. L’armadio trabocca di edonismo assopito, ma per questa abbronzatura ci vuole un tinta unita. La gente chiude il telefono ai miracoli, io apro la porta e parto, stavolta solo. Davanti il caso, di lato una sfilata di luci spente, dentro un solo pensiero martellante. Il breve sogno era durato fino al buio che segue il giorno, io ne ricordavo un flash, il resto sarebbe venuto. Senza musica non avevo viaggiato mai, questa volta osservavo cani randagi carrozzati in direzione opposta, fuga di popolo della strada da se stesso.
    Io, camuffato cos’, non gli somigliavo, esposto come sempre e questo era in comune tra me e lei, per motivi diversi; diversi motivi significa tanti, motivi diversi intende che purtroppo uguali non eravamo.
    Incenerita una sigaretta mi fermai dietro una freccia che indicava il confine blu bianco e rosso; un estero che ritornava con la mascherina di pizzo dell’occidente.
    037 che non si sa se fanno parte del prima o sono già dopo. Sfiorato da un brivido svolto, peggio che svelto, e una moto ne approfitta senza invito. Non ho l’entusiasmo della civiltà, adesso, io che questi quattordici chilometri li ho fatti troppo spesso.
    E lei non verrà a sapere nemmeno questo, se non lo dirò, come io non so la dizione del suo nome d’oriente, e che male chiamarla come tutti.
    Ma la roccia assuefatta aveva accolto il centauro, oltre la forza della mia immaginazione che credeva altrimenti.
    Pensare che lo conosco, anzi lo conoscevo; nel mio battesimo onnicomprensivo era il cretino numero uno, ma era anche qualcos’altro.
    Fagocitato come ricordo, ritorno al forno di una stanza chiusa, sfusa in una costruzione dalle mille essenze, quante qualche stato d’animo che mi stava attraversando. Ed è di nuovo sole al mio risveglio ed è il momento di fare capolino tra la folla a cui sono noto, perché le note di una canzone che usa il cellulare come mezzo mi richiamano all’ordine.
    Era il missionario, un uomo che crede che la sua missione sia di liberare le anime incatenandole alla sua; la semplicità risiede nella grandezza, e viceversa, dicono, non fosse che la terra di mezzo era a lui più congeniale. L’orologio, puntuale come lui, scandiva per me il momento di essere cercato. L’appuntamento era a meno di mezz’ora dal momento e a più distanza da poter essere intrapresa contando sulla forza delle gambe. Armato di macchina e di espressione neutra fui costretto a imboccare un’Aurelia tipicamente intasata, ma stavolta non era il caso di incapaci circuiti dal fascino del movimento. La congestione pendeva dal muraglione segnato dalla scontro, come un filo invisibile che, sfiorate le divise impettite delle forze dell’ordine, s’insinuava tra le marmitte e dietro ai poggiatesta esposti all’aria dei finestrini, e ancora e avanti fino ad arrivare a me.
    Mi rendevo conto della mia omissione con la serenità di non essere stato il carnefice; eppure il contingente continuava a contare poco. Mi incanta la fase onirica, e quella conta, precisa nel suo conto, fino alla mancia.
    Il chilometro non era cambiato, c’era più gente, segni rosso fuoco di gesso, transenne e quant’altro; buffo pensare che pensavo al ritardo. – Sarò breve: c’è stato un incidente – gracchiai al telefono con un colpo di tosse. – Ti aspetto – tambureggiò laconico il missionario.
    Il lampo non aspetta il suo fulmine e me lo trovai accaldato sul ciglio della via che sia arrampica a casa sua. Somigliava in modo imbarazzante a una cornamusa smessa; per il poco che lo conoscevo poteva anche essere stato un fagotto in gioventù, di certo mai un violino. Andammo a fare colazione nel punto da cui ero partito, senza accompagnarci alle parole. Tutto sembrava tranquillo intorno, nel solito humus di malizia e pettegolezzo, ribollente di invidia.
    Avevo deciso di troncare l’equivoco del nostro rapporto, solo sospettando il fatto che la realtà è più forte delle scelte.
    Non era ancora sera e in giro vagavano troppi spettri che solo in seguito avrebbero avuto il pudore di ritirarsi nelle loro proprietà.
    - So del tuo sogno – disse rivolto indistintamente al cornetto che divorava con avidità. – Non sei il primo a credere di conoscere i miei sogni, non sei l’ultimo – risposi sullo scocciato andante.
    - Allora chiamiamolo bisogno, se preferisci, il sogno della notte e il tuo sogno ad occhi aperti -.
    - Ti fa sentire forte? -. – Non mi interessa, sono appena un ingranaggio della storia più grande di me e te. Ho paura, tu no. Ma è solo il tempo a dividerti da questa e da altro, pur con tutto il cinismo represso. Devi stare attento, soprattutto ai particolari -. – Dove vuoi arrivare? Con me non attacca la veste del provocatore, ora te lo dico -. L’avevo detto, finalmente. – L’hai detto, finalmente, e non mi ferisce, tanto quanto non ho intenzione di provocarti. Non sei solo da qualche tempo e, se mi sono avvicinato a te, è per fartelo comprendere -. Mi ritrovavo a riflettere sul modo del nostro incontro fra mille; nulla di malcelatamente strano, se non che era avvenuto dove lei c’era.
    - Non sei solo e io non ci sarò per qualche frazione di secondo; secondo lei sei tu a scappare, ma ora scappo io -. Prima di darmi modo di scegliere a caso un punto interrogativo, lui prese la porta e un camion del latte prese lui. Frequento l’esoterismo, ma non ho alcun profeta che sia in vita; ora potevo credergli.
    In quel momento scappai anche io, seguendo i piedi che percuotevano le idee frantumate in pensieri. Il mare, una sola certezza fisica, così fisica come il suo fisico vibrante, incosciente, appariscente, frusciante e delirante.
    Mai concesso tanto a una sola donna, senza essere certo che lei sia solo una donna.
    Non è mica facile occupare quattro ore senza impegno; volevo dormire, più che altro per narcisismo, scesi in spiaggia e chiusi per ferie al mondo.
    Spira il vento.

  3. #3
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    Predefinito

    Io, camuffato così, non gli somigliavo, esposto come sempre e questo era in comune tra me e lei, per motivi diversi; diversi motivi significa tanti, motivi diversi intende che purtroppo uguali non eravamo.
    Il lampo non aspetta il suo fulmine e me lo trovai accaldato sul ciglio della via che sia arrampica a casa sua. Somigliava in modo imbarazzante a una cornamusa smessa; per il poco che lo conoscevo poteva anche essere stato un fagotto in gioventù, di certo mai un violino. Andammo a fare colazione nel punto da cui ero partito, senza accompagnarci alle parole. Tutto sembrava tranquillo intorno, nel solito humus di malizia e pettegolezzo, ribollente di invidia.
    Era il missionario, un uomo che crede che la sua missione sia di liberare le anime incatenandole alla sua; la semplicità risiede nella grandezza, e viceversa, dicono, non fosse che la terra di mezzo era a lui più congeniale. L’orologio, puntuale come lui, scandiva per me il momento di essere cercato. L’appuntamento era a meno di mezz’ora dal momento e a più distanza da poter essere intrapresa contando sulla forza delle gambe. Armato di macchina e di espressione neutra fui costretto a imboccare un’Aurelia tipicamente intasata, ma stavolta non era il caso di incapaci circuiti dal fascino del movimento. La congestione pendeva dal muraglione segnato dalla scontro, come un filo invisibile che, sfiorate le divise impettite delle forze dell’ordine, s’insinuava tra le marmitte e dietro ai poggiatesta esposti all’aria dei finestrini, e ancora e avanti fino ad arrivare a me.
    Ma la roccia assuefatta aveva accolto il centauro, oltre la forza della mia immaginazione che credeva altrimenti.
    In quel momento scappai anche io, seguendo i piedi che percuotevano le idee frantumate in pensieri. Il mare, una sola certezza fisica, così fisica come il suo fisico vibrante, incosciente, appariscente, frusciante e delirante.
    Non era ancora sera e in giro vagavano troppi spettri che solo in seguito avrebbero avuto il pudore di ritirarsi nelle loro proprietà.
    Mi rendevo conto della mia omissione con la serenità di non essere stato il carnefice; eppure il contingente continuava a contare poco. Mi incanta la fase onirica, e quella conta, precisa nel suo conto, fino alla mancia.
    Pensare che lo conosco, anzi lo conoscevo; nel mio battesimo onnicomprensivo era il cretino numero uno, ma era anche qualcos’altro.
    - So del tuo sogno – disse rivolto indistintamente al cornetto che divorava con avidità. – Non sei il primo a credere di conoscere i miei sogni, non sei l’ultimo – risposi sullo scocciato andante.
    Fagocitato come ricordo, ritorno al forno di una stanza chiusa, sfusa in una costruzione dalle mille essenze, quante qualche stato d’animo che mi stava attraversando. Ed è di nuovo sole al mio risveglio ed è il momento di fare capolino tra la folla a cui sono noto, perché le note di una canzone che usa il cellulare come mezzo mi richiamano all’ordine.
    Avevo deciso di troncare l’equivoco del nostro rapporto, solo sospettando il fatto che la realtà è più forte delle scelte.
    Non è mica facile occupare quattro ore senza impegno; volevo dormire, più che altro per narcisismo, scesi in spiaggia e chiusi per ferie al mondo.
    - Non sei solo e io non ci sarò per qualche frazione di secondo; secondo lei sei tu a scappare, ma ora scappo io -. Prima di darmi modo di scegliere a caso un punto interrogativo, lui prese la porta e un camion del latte prese lui. Frequento l’esoterismo, ma non ho alcun profeta che sia in vita; ora potevo credergli.
    Incenerita una sigaretta mi fermai dietro una freccia che indicava il confine blu bianco e rosso; un estero che ritornava con la mascherina di pizzo dell’occidente.
    Mai concesso tanto a una sola donna, senza essere certo che lei sia solo una donna.
    Scartata la carta venne il diluvio che sciolse il ritrovo come la caramella caduta in bocca. Righe, soltanto righe, talmente attaccabrighe che l’autunno non avrebbe avuto tempo di arrivare. Noi lo precedemmo, girando la piazza tonda a zig zag e in fila indiana, relitti di discussioni etiliche.
    Il chilometro non era cambiato, c’era più gente, segni rosso fuoco di gesso, transenne e quant’altro; buffo pensare che pensavo al ritardo. – Sarò breve: c’è stato un incidente – gracchiai al telefono con un colpo di tosse. – Ti aspetto – tambureggiò laconico il missionario.
    E lei non verrà a sapere nemmeno questo, se non lo dirò, come io non so la dizione del suo nome d’oriente, e che male chiamarla come tutti.
    - Ti fa sentire forte? -. – Non mi interessa, sono appena un ingranaggio della storia più grande di me e te. Ho paura, tu no. Ma è solo il tempo a dividerti da questa e da altro, pur con tutto il cinismo represso. Devi stare attento, soprattutto ai particolari -. – Dove vuoi arrivare? Con me non attacca la veste del provocatore, ora te lo dico -. L’avevo detto, finalmente. – L’hai detto, finalmente, e non mi ferisce, tanto quanto non ho intenzione di provocarti. Non sei solo da qualche tempo e, se mi sono avvicinato a te, è per fartelo comprendere -. Mi ritrovavo a riflettere sul modo del nostro incontro fra mille; nulla di malcelatamente strano, se non che era avvenuto dove lei c’era.
    037 che non si sa se fanno parte del prima o sono già dopo. Sfiorato da un brivido svolto, peggio che svelto, e una moto ne approfitta senza invito. Non ho l’entusiasmo della civiltà, adesso, io che questi quattordici chilometri li ho fatti troppo spesso.
    Interno notte, tanto notte da essere mattino, di dormire non se ne parla, anche perché nessuno ascolta. Poi c’è un breve sogno, reale e dimenticato. L’armadio trabocca di edonismo assopito, ma per questa abbronzatura ci vuole un tinta unita. La gente chiude il telefono ai miracoli, io apro la porta e parto, stavolta solo. Davanti il caso, di lato una sfilata di luci spente, dentro un solo pensiero martellante. Il breve sogno era durato fino al buio che segue il giorno, io ne ricordavo un flash, il resto sarebbe venuto. Senza musica non avevo viaggiato mai, questa volta osservavo cani randagi carrozzati in direzione opposta, fuga di popolo della strada da se stesso.
    - Allora chiamiamolo bisogno, se preferisci, il sogno della notte e il tuo sogno ad occhi aperti -.

  4. #4
    Desaparecido
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    Fossimo meno virtuali qui, ti abbraccerei pcosta.
    Spira il vento.

  5. #5
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    forse dovresti abbracciare questo...

    Codice:
         dim t$(999)
         I=1
         open "C:\creso1.txt" for input as #1
         open "C:\creso2.txt" for output as #2
         while not eof(1)
         line input #1, t$(i)
         i=I+1
         wend
         close #1
         J=0
    loop:
         K = int(rnd*I)+1
         if t$(k) > "" then j=j+1:print #2, t$(k):t$(k)=""
         if j=i then close:end
         locate 10,10:print j
         goto loop

  6. #6
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    Originally posted by pcosta
    forse dovresti abbracciare questo...
    Non a caso avevo parlato di peculiarità.
    Spira il vento.

 

 

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