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Discussione: Le torri del silenzio

  1. #1
    Paul Atreides
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    Predefinito Le torri del silenzio

    I Parsi ritengono che il dono delle proprie spoglie agli avvoltoi sia l'estremo atto di generosità della loro vita a Madre Natura. Questo dono avviene sulle cosiddette ''torri del silenzio". A tutt'oggi esistono ancora decine di ''torri del silenzio'' in India. A Bombay ne esistono tre ancora attive sulla collina di Malabar.

    La salma vi viene portata in una bara di ferro dopo tre o quattro ore dal decesso. Il cane, animale venerato dai Parsi, si avvicina al morto e, fiutandolo, scaccia il demonio della Druj.

    Un rituale ha poi luogo in una cappella del parco funebre, in presenza di parenti e amici e generalmente tra le 8 del mattino e le 4 del pomeriggio.

    Poi, accompagnato dai parenti, il cadavere viene portato fino ai piedi della torre dove solo i becchini possono issarlo sulla piattaforma rotonda della sommità.

    Solitamente, dopo tre ore il corpo è già stato divorato dai corvi e dagli avvoltoi.

    Da Paul du Breuil, ''Lo zoroastrismo'', il melangolo, 1993.

  2. #2
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    I Parsi non sotterrano i loro cadaveri, né li cremano, né li affidano ai fiumi, perché Terra, Fuoco e Acqua sono sacri e non devono essere contaminati. Le Torri del Silenzio sono accessibili solo alla comunità Parsi e si dice che nessuno, tranne i pochi addetti, ne abbia mai visto l’interno.


  3. #3
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    Torre del Silenzio di Yazd, in Iran

  4. #4
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    Un vallo senz’acqua circonda la torre e vi sono sospesi due ponti, che danno ad una porticina ovale, minuscola, unica apertura nella mole bianca. Ed ecco fra il candore dell’edifizio e l’azzurro del cielo un’enorme forma nera e sinistra: il primo avvoltoio; poi un secondo, un terzo; poi sei, sette… […]

    La Dakma si corona di avvoltoi, non più calmi nel loro pensoso atteggiamento consunto, ma frementi, con i colli serpentini protesi verso una cosa nuova. Lungo la strada, a mezza costa della collina, biancheggia tra la polvere fulva e il verde del fogliame il corteo funerario. E’ tutto candido; strana usanza opposta alla nostra, che ammanta di veli bianchi il dolore dell’ultimo addio.

    "Il modello è molto semplice.” E il dottore mi disegna a matita un anfiteatro, diviso in tre circoli concentrici, suddiviso da raggi che formano tante cellette aperte. “Ecco: il cerchio interno, dalle celle minori, è per i bimbi, il mediano per le donne, l'esterno per gli uomini. Questo è il pozzo centrale, dove si raccolgono le ossa ignude, che un acquedotto sotterraneo trasporta al mare."

    La logica della barbara usanza? E’ barbara, perché? Per i Parsi il fuoco è la manifestazione divina, anzi, la divinità stessa, come per il cristiano l’Ostia Consacrata. Rifuggono dunque dall’abbandonare il cadavere al rogo, come fanno gli Indu, per non offendere con la putredine la divinità; rifuggono dall’inumazione, perché l’Avesta, il loro testo sacro, proibisce di lasciare alla decomposizione lenta della terra quel corpo che fu l’agente di un’anima.

    Gli avvoltoi, gli uccelli sacri per rito millenario, sono forse i più adatti ad annientare la misera sostanza morta e a ritornarla nel ciclo vitale…

    Da "Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India" - Guido Gozzano (EDT Edizioni di Torino)

  5. #5
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    Ecco il corteo. Forse venti persone, interamente vestite di bianco, con la testa, il volto velato di veli candidi. Quattro portatori recano il cadavere resupino, coperto da un sudario leggero, sotto il quale traspaiono le spalle aguzze, il profilo fine, le gambe scarne. I seguaci si tengono uniti a due a due con un fazzoletto attorto: il crati funerario, emblema di alleanza nella sventura. Al primo ponte tutto il corteo si arresta, come per intesa, e solo qualche figura bianca segue il cadavere: parenti più consanguinei, la madre, il padre, un fratello.

    La barella è deposta dinanzi alla porticina aperta; i seguaci sostano pochi secondi dinanzi al cadavere, forse per una preghiera d’addio. Di fronte è il dastur, il sacerdote Parsi con due addetti. Non altri, non altro; nessun gemito, nessuna lacrima, nessun gesto tragico; forse anche nella religione dei Parsi, come in quella dei Bramini e dei Buddisti, è cancellato il senso che noi occidentali abbiamo dell’io, e la loro filosofia millenaria attenua lo strazio del distacco senza ritorno. La barella è scomparsa nella porticina, che si è chiusa silenziosa, le ombre candide ritornano a due a due, unite sempre dal lino funerario, si allontanano senza volgersi indietro, come il rito prescrive, dispaiono fra i tronchi di palmizi.

    Ma in alto, nell'aria, è il turbinio fitto, spaventoso delle ombre nere. Dalle profondità dell'azzurro si avvicinano, ingrandiscono, precipitano con al velocità della pietra che cade, i grifoni funerari; sull'azzurro del cielo, sul candore della torre, le ali fosche sembrano attratte e respinte da un turbine avverso, fanno pensare alle grandi ali degli angeli maledetti. Ma nessun grido, nessuna lotta, uno stridìo querulo e sommesso, quasi timoroso di svegliare un dormiente.

    Da "Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India" - Guido Gozzano (EDT Edizioni di Torino)

  6. #6
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