L'estate è già finita, si consuma di agonia nel mese del mio genetliaco, ma rima troppo con malinconia.
Non riesco neanche a bere ora, come nelle lunghe e caldi notti che hanno preceduto questa, non voglio uscire a vedere lo sfacelo di un cielo.
Ho sempre incontrato gente che pensava che il solstizio fosse un inizio, quando contiene in sè l'inizio del termine, prova provata nella luce del giorno che si affievolisce andando avanti da quel punto.
Si aprono le tenebre, e mi va bene, per i riti e miti che fanno parte dell'autunno.
Però ogni cambio mi tocca, ferocemente, nel profondo.
Non mi cambia, non credo, non si cambia.
Intanto il tempo rotola, schiacciasassi della mia anima, perché il corpo è corrotto da sempre.
Ho voluto poco in questa estate, non l'ho chiesto e non l'ho avuto; ora sì che lo vorrei.
Quanto è strana la mia vita, quanto sono strano io, soffro troppo, anche pensando di meno; ma quando di meno?
Sorrido un istante solo, considerando la casualità del pianeta Marte che con il suo passaggio si è trascinato dietro tante bolle, facendole scoppiare.
Non l'ho neanche visto, eppure pago il biglietto come tutti voi; no, non è giusto.
No, non è giusto, lo grido al vuoto.
Destra, sinistra, sopra e sotto, tanto è tutto uguale.




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