L'ex segretario generale della Fiom è morto ieri a Bologna. Aveva sessantacinque anni. I funerali si svolgeranno sabato a mezzogiorno nel capoluogo emiliano. Il cordoglio del mondo del lavoro
GABRIELE POLO
«Sindacato» viene dal greco sìndikos, parola composta da sun (insieme, con) e da dike (giustizia). Sindacato vuol dire «insieme con giustizia», insieme ai lavoratori per ottenere giustizia. Questo concetto Claudio Sabattini l'ha ripetuto spesso, fino alla fine che ieri ce lo ha strappato dopo una malattia breve e terribile. L'intera vita di Claudio si è mossa dentro quella radice greca del termine, con tutte le rotture, le ricerche, le conquiste e le sconfitte. Ancora oggi, quando in molti pensano che il fine di un sindacalista siano gli accordi, Sabattini continuava a dire che un accordo si fa solo insieme ai lavoratori e per perseguire giustizia: «perché sono uno del secolo scorso», scherzava con gli amici, mentre guardava al futuro come pochi sanno fare. Era un uomo spigoloso eppure pronto ad ascoltare, pretendeva molto da sé e dai suoi simili, non si aspettava nulla dagli avversari se non conflitto. E di fronte al conflitto non fuggiva, pur sapendo che comporta lacrime e sangue, e pur essendo mille miglia lontano dall'estetica dello scontro. Forse era stata quell'infanzia passata tra l'esilio francese della famiglia e i due anni di clandestinità nella base gappista di Bologna a farlo così. Di certo da quella memoria ha tratto la sua avversione totale per ogni tipo di guerra. E, forse, sempre dalla cruenta lotta al fascismo in cui erano impegnati i genitori e parenti più stretti, gli è venuta l'«ossessione» per la libertà e la democrazia. Così quando si affacciò alla vita politica degli anni `50 non potè che scontrarsi con l'antidemocraticità del socialismo reale, anche in versione emiliana, schierandosi fin da giovanissimo contro lo stalinismo nostrano, scegliendo Rosa Luxemburg, non Lenin, come punto di riferimento. Pur restando dentro il Pci non ne sopportava la compressione e la doppiezza delle due verità (quella per gli iscritti e quella per l'esterno), le logiche dell'autonomia del politico (trascinatesi poi negli anni fino agli odierni Ds), e il suo approdo al sindacato fu lo sbocco naturale, per rilanciare nel rapporto con i giovani operai emiliani l'esperienza del movimento studentesco del `68. Il sindacato era fatto di «carne viva», non poteva sfuggire alla condizione materiale dei lavoratori, era il luogo possibile della democrazia partecipativa, di quello «stare insieme con giustizia».
Il `69 operaio fu per lui una vera rinascita, un bagno di libertà, la possibilità di condividere il bisogno di cambiamento insieme alle persone in carne e ossa, di mettere a frutto al meglio lo «spirito di servizio» che, diceva, doveva caratterizzare la scelta di fondo di chi «pretende» di rappresentare gli sfruttati. E di guardare il nemico negli occhi, di chiamare i padroni con il loro nome per esigere giustizia. E tuttavia, negli anni `70, Claudio non è mai diventato un movimentista: per lui la sintesi era sempre necessaria, bisognava sempre guardare al di là del contigente all'essenza di ciò che accadeva e si preparava, il conflitto e le trasformazioni andavano governati, però insieme ai protagonisti, dando loro l'ultima parola, doveva essere un processo di crescita collettivo e il sindacato dei consigli era l'occasione giusta; questo lo distingueva da tanti altri.
«Ho vissuto con totale partecipazione le lotte del movimento operaio e in particolare quelle degli anni 60 e 70 - diceva un anno fa ai dirigenti della Fiom, nel suo ultimo intervento come segretario generale - e lì ho imparato che se non ci si identifica con la condizione dei lavoratori, se non li si ama, non si può fare il sindacalista». Il cinismo non gli apparteneva, «è una sciocchezza autolesionista», diceva. Quella partecipazione ebbe il momento più profondo e drammatico durante e dopo la lotta dei 35 giorni alla Fiat, nell'autunno `80. Sabattini, allora responsabile dell'auto per la Fiom, non accettò mai l'inevitabilità della ristrutturazione da far pagare ai lavoratori con i licenziamenti e la cassa integrazione a zero ore. Se la Fiat era in crisi la soluzione stava nella «rotazione», non dovevano esserci espulsioni definitive, anche perché il vero fine di corso Marconi era quello di sbarazzarsi dei delegati, di riconquistare il controllo sulla fabbrica, cancellando la contrattazione e il sindacato; la ristrutturazione produttiva sarebbe venuta dopo, senza problemi per l'azienda e senza più doversi misurare con il «potere» di quei delegati che erano riusciti a «gestire» la fabbrica pur senza possederla. L'esito di quel conflitto, l'accettazione sindacale delle espulsioni, lo videro al fianco dei lavoratori espulsi e l'intesa scritta da Romiti e firmata da Lama, Carniti e Benvenuto, Claudio non la sottoscrisse mai. Gli eventi successivi - la fine del sindacato alla Fiat per molti anni, l'illusione della fabbrica robotizzata che preparava il disastro industriale dell'oggi - gli diedero ragione, ma fu lui a essere individuato come capro espiatorio di una sconfitta che i dirigenti della Cgil e del Pci pubblicamente si rifiutavano di ammettere. Seguì la sorte dei 23.000 espulsi, «colpevole» quanto loro (anni dopo ebbe a dire «sono andato in cassa integrazione anch'io»): quelli condannati alla disperazione tra emarginazione sociale, disagio psichico e suicidio, lui messo da parte dal sindacato e precipitato in una grave depressione. Forse fu allora, in quei quattro anni di inattività sindacale e di psicoanalisi, a maturare in Sabattini un'altra convinzione, il prosieguo logico dello «spirito di servizio» che deve caratterizzare un dirigente: «a volte si può anche retrocedere, perché il proprio ruolo è una cosa effimera, mentre ciò che conta è il senso di responsabilità che ci si assume». Il pagare in prima persona, insieme alla «propria gente», il saper anche prescindere da sé («mettere da parte gli interessi personali»), cose rare in un'epoca in cui il narcisismo dilaga come illusoria risposta all'insicurezza. Non è «altruismo» - spiegava Sabattini -, è la certezza che la salvezza deve essere comune oppure non è.
L'esilio finisce nell'84: prima come responsabile dell'ufficio internazionale della Cgil, poi - soprattutto - come segretario regionale della Cgil piemontese. «Sono tornato a Torino e l'ho trovata completamente trasformata - ricordava - avvolta in effimere illusioni post-industriali e distrutta nel suo tessuto connettivo». Ma è da quel deserto che Claudio riparte, dagli scioperi che dopo tredici anni - nel `93 - riprendono alla Fiat, per approdare alla segreteria nazionale della Fiom. Trova un'organizzazione pallida e piegata da anni di ristrutturazioni aziendali, disponibile ad accettare le regole del mercato. Accetta la sfida e inizia a trasformarla, mettendo al centro proprio la questione della democrazia, ribadendo che capitale e lavoro sono divisi da interessi contrapposti e che compito del sindacato è contrattare fino in fondo a partire dalla necessità di migliorare la condizione dei lavoratori, precipitata in basso e oscurata al punto da essere negata perfino nell'esistenza. Pochi mesi dopo la sua contrastata elezione a segretario generale della Fiom gli arriva addosso un accordo sulla flessibilità alla Fiat di Termoli che i lavoratori respingono con un referendum. Sabattini va nella cittadina molisana, partecipa a durissime assembleee, convince i lavoratori ad accettare un nuovo testo un po' migliorato. Ma, soprattutto, dice «mai più», mai più una firma senza avere prima un voto favorevole degli interessati. La Fiom rinasce a partire da quella scelta e la questione della democrazia diventa quella centrale che segnerà più di ogni altra i futuri contrasti con Fim e Uilm, gli accordi separati. Non è un arroccarsi: Sabattini crede che si stiano creando le condizioni per un nuovo protagonismo operaio, di operai molto diversi da quelli degli anni `70 - più sparsi sul territorio, meno «ideologici», più giovani, più precari - ma potenzialmente convinti che «non ci sia più nulla da dare alle imprese» che vogliono cancellare il sindacato e la contrattazione, avere mano libera sui licenziamenti. E vede prima di altri il prepararsi dell'attacco al contratto nazionale, alle regole del mercato del lavoro, all'articolo 18. «Le imprese - diceva a metà degli anni '90 - ormai hanno solo due limiti di carattere generale, il contratto nazionale e la giusta causa.... cercheranno di abbattere quei diritti che considerano vincoli». E' un'analisi anticipatoria che si inserisce in quella più generale sulla distruttuvità del capitalismo che per sopravvivere «chiede sempre di più», mercifica e mette tutto a repentaglio, persino il pianeta. Nella lenta ricostruzione di una Fiom autonoma (il «sindacato indipendente») si preparano le premesse per l'incontro con il movimento antiliberista: le cui condizioni materiali risiedono nella precarietà della nuova classe operaia, quelle politiche nella volontà di ridare parola e poteri decisionali a questi lavoratori, dentro un'analisi del capitalismo americano che tende alla guerra. E' per questo che la Fiom di Sabattini manifesta contro la guerra in Kosovo (quando Cgil, Cisl e Uil sposano la «contingente necessità») e poi contro quelle in Afghanistan e in Iraq. Ed è così che la Fiom partecipa al controvertice di Genova insieme ai movimenti: quando, poche ore dopo l'uccisione di Carlo Giuliani, Sergio Cofferati telefona a Sabattini per chiedergli di ritirare l'adesione dei metalmeccanici al corteo del giorno dopo, Claudio gli risponde «no» e il 21 luglio 2001 sfila con i suoi in mezzo alle cariche della polizia. Poi la Cgil cambierà posizione e si aprirà ai movimenti.
Gli ultimi anni sono quelli della rottura sindacale, degli accordi separati: la Fiom non accetta le condizioni contrattuali poste da Federmeccanica e sciopera da sola. Il 2002, l'anno dei movimenti, è anticipato dai cortei dei metalmeccanici e il 16 novembre 2001 250.000 operai della sola Fiom manifestano a Roma: al comizio in piazza san Giovanni parlano prima Sabattini e poi Cofferati. I due hanno culture molto diverse e per molti il secondo sta usando il primo per la sua «rincorsa politica». Ma la verità è che la Fiom serve alla Cgil per riconquistare autonomia, mentre i meccanici hanno bisogno della «copertura» della confederazione. E' l'ultima grande manifestazione cui partecipa Sabattini. Il suo mandato scade qualche mese dopo, lascia una Fiom completamente trasformata, la possibilità di riaprire un ciclo di protagonismo dei lavoratori: «Ma gli scontri che si preparano saranno ancor più duri e difficili», prevede Sabattini. Che chiede di poter continuare a fare il sindacalista e offre la sua disponibilità per la segreteria della Cgil siciliana, in una «terra di confine» dirà lo stesso Cofferati. Ma è una presenza troppo scomoda e rigorosa per quel sindacato: i dirigenti lo rifiutano. Claudio decide di restare con i suoi metalmeccanici, a capo della Fiom dell'isola. E' l'ultima sfida, l'ultima vertenza Fiat ai cancelli di Termini Imerese.
Di recente, prima di scoprire la malattia che lo ha ucciso, Claudio Sabattini pensava di aprire una scuola di formazione per i giovani delegati metalmeccanici. Voleva continuare a guardare al futuro, senza rinunciare a nulla della propria spigolosità e intransigenza. Quella che infastidiva parecchi, anche nel suo sindacato. Sabato ai suoi funerali, di fronte al feretro «scortato» dagli ex delegati del consiglione di Mirafiori degli anni `70, non saranno moltissimi quelli che lo potranno salutare come un padre che se ne va: «Molto ci resta di te, ma tutto ci manca».




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