Risultati da 1 a 9 di 9

Discussione: Cinismo contro....

  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Cinismo contro....

    ....moralismo

    Giuliano Ferrara presenta su il Foglio

    L'America due anni dopo l'11 settembre

    Dall’11 settembre del 2001 l’America si è impadronita di questo giornale, che già le portava un certo affetto. Come sia accaduto e perché i lettori lo sanno per definizione: infatti leggono. Si può soltanto aggiungere qualche glossa esplicativa, visto che il nostro metterci sotto padrone è atto libero e non ci impedisce di pubblicare un ritratto teologico collusivo dell’Ayatollah Khomeini (è accaduto, è accaduto), di obiettare di quando in quando alle regole del modello liberale, di offrire oggi le sofisticate, avventurose e teatrali obiezioni di Lewis L. Lapham, un girotondino-che-da-noi-cene-fossero-di-così-spietati.
    La prima glossa è semplice. Quando le cose sono problematiche, si è problematici e sofistici e ironici per quanto umanamente possibile. Quando in nome di Dio si macellano ad alta quota tremila poveri cristiani di diverse confessioni, e cristianizziamo per l’occasione anche i musulmani, i taoisti, gli indù e gli altri credenti bruciati nel tempio del commercio internazionale, allora la gente di testa e di pancia fa una scelta. Per i governi e per i giornali politici le scelte non sono naturalmente una crociata, ma sono scelte. Qualche idea senza eccesso di ideali, magari una bandiera, e il controverso corteggio di scemenze ed equivoci che si portano appresso le cose umane. L’America, come la racconta Paul Johnson, il cui pamphlet sugli intellettuali dovrebbe essere conosciuto a memoria da ogni lettore di questo giornale, è la città sulla collina, e tutti guardano in quella direzione, quale che sia il registro di luce della giornata o il frigido chiarore di una notte di buona luna. Ciascuno guarda con intenzioni diverse, in genere d’amore o di morte, ma guarda. E bisogna fare uno sforzo per capire quel che si vede, e chiarire la posizione del guardone. Ecco il nostro sforzo, né più né meno.
    Seconda glossa. In Italia abbonda il moralismo, scritto male e pensato peggio, manca invece un saporito cinismo, inteso come un disincanto che non soffochi spregevoli rigurgiti di passione. Ce lo siamo fatto imprestare da loro, dai neoconservative che erano di sinistra e poi sono diventati di destra (si dice così), che volevano liberare la Bosnia dal terrore come poi hanno voluto liberare l’Iraq eccetera. Ce lo siamo fatti imprestare anche dai liberal, che non la pensano tutti allo stesso modo come qui, ma pensano. Paghiamo i diritti, cerchiamo di capire, tiriamo avanti con l’onesta fatica d’obbligo per una vecchia provincia dell’impero americano.
    Speriamo che la traduzione sia bella e infedele. Vorremmo che l’11 settembre non si ripeta mai più.

    saluti

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Consigli brutannici all'America per....

    ….per fare un impero liberale

    Gli Stati Uniti sono una potenza imperialista? Hanno creato, o stanno creando, un impero? E, in caso affermativo, dobbiamo considerare questo sviluppo desiderabile, o addirittura inevitabile? Queste domande vengono sollevate dalla conquista americana dell’Iraq, che, insieme agli antefatti dell’11 settembre, rappresenta il primo evento chiave del XXI secolo, facendo prevedere un nuovo ordine mondiale. Innanzitutto, è importante capire che cosa intendiamo con la parola “impero”. Il suo significato base è “dominio”, con eventualmente la connotazione di “dominio assoluto”. Si definisce impero un paese che possiede numerosi territori ma, cosa ancora più importante, che esercita una sovranità assoluta su di essi. Questo significato entrò nell’inglese nel XVI secolo per definire l’illimitato potere legale della Corona all’interno del Parlamento e l’impotenza dei mandati papali. Tutti i più importanti Statuti della Riforma che ripudiavano le pretese papali contengono questa parola. Così nello Statuto 24 di Enrico VII, del 1532-1533, il capitolo 12 comincia in questo modo: “Il regno d’Inghilterra è un impero”.
    La Corona, all’interno del Parlamento, poteva dunque fare e disfare vescovi, riformulare la dottrina e la liturgia, e usare a suo piacimento le terre della Chiesa, che allora rappresentavano il 20 per cento del totale, senza dover riferire a Roma. Fu il momento in cui l’Inghilterra uscì fuori da quella entità medievale chiamata Cristianità, all’interno della quale re e papi avevano accettato di condividere la sovranità, dopo molti scontri, non soltanto su un piano ideologico ma anche su un piano concreto e materiale, poi formalizzato in trattati noti con il nome di Concordati. Sotto il vecchio sistema medievale, in effetti, i papi reclamavano il diritto, in extremis, di decidere incancrenite dispute territoriali. Prima della Riforma, l’ultimo impiego di questo potere si verificò nel 1493, quando il Papa Alessandro VI emanò la Bolla Inter cetera, dividendo il Nuovo Mondo tra la Spagna e il Portogallo: le due potenze accettarono l’arbitrato l’anno successivo firmando il trattato di Tordesillas, in virtù del quale al Portogallo erano assegnate tutte le terre dell’emisfero occidentale che si trovavano a est della linea nord-sud tracciata a 370 leghe dall’isola di Capo Verde, mentre la Spagna otteneva il resto. Fu una decisione di grande importanza storica, perché diede al Portogallo il Brasile, che è ancora oggi di lingua portoghese, mentre tutto il resto delle Americhe passava alla Spagna.
    Tuttavia, il fatto che l’Inghilterra si fosse dichiarata un impero annullava, secondo gli inglesi, la decisione papale, come dichiarò ufficialmente il primo ministro della regina Elisabetta I, Sir William Cecil, il quale riferì all’ambasciatore spagnolo che i coloni inglesi erano liberi di reclamare alla Corona britannica qualsiasi territorio delle Americhe ancora privo di insediamenti. L’espressione “Impero britannico” si diffuse più o meno nello stesso periodo. Le venne conferita una connotazione religiosa dalla convinzione, molto diffusa in Inghilterra ed esplicitamente dichiarata nel Book of Martyrs di Foxe, il libro più popolare, dopo la Bibbia, nell’Inghilterra elisabettiana e di Giacomo I, secondo la quale gli inglesi, per ragioni storiche, avevano sostituito gli screditati ebrei come “popolo eletto”, ne avevano realizzato le rivendicazioni con la Riforma e avevano la missione universale di diffondere questo cristianesimo purificato in tutto il mondo. Questa era la fiduciosa convinzione dei primi coloni inglesi arrivati in Virginia, e ancora di più dei Padri Pellegrini, e fu cristallizzata nelle parole di John Winthrop, che esprimono a chiare lettere la missione globale dell’America:

    “Dobbiamo essere consapevoli che saremo una città in cima alla collina, con gli occhi di tutti puntati su di noi”.

    L’America coloniale fu perciò un’avventura imperialistica con la sanzione divina. I coloni esercitarono fin dall’inizio un grado di autogoverno incompatibile con la sottomissione di lungo termine alla madre patria. Ma è importante comprendere che la questione della tassazione non fu la sola causa della Rivoluzione Americana del 1776. Per gli abitanti della Virginia come George Washington era molto più rilevante la proibizione inglese di fondare altri insediamenti a occidente dello spartiacque formato dalla catena degli Appalachi. La verità è che gli americani erano ancora più imperialisti degli inglesi. Tutti gli Stati a sud del New England consideravano indefinite le loro frontiere occidentali, e le loro linee di demarcazione sull’asse est-ovest estese attraverso tutto il continente fino all’Oceano Pacifico. Dopo la nascita degli Stati Uniti e il riconoscimento della immensità del territorio, le esigenze dell’amministrazione imposero la creazione di nuovi Stati. Ma è chiaro che l’idea del Destino Manifesto, ossia il diritto quasi religioso dei coloni di lingua inglese a occupare l’intero continente, esisteva in embrione già un secolo prima che venisse coniata la frase. Anzi, molto tempo prima che tutti gli americani accettassero il diritto del Canada e del Messico a coesistere con la loro Unione, apparentemente santificata dalla storia, dalla politica, dall’economia, dalla religione e dalla geografia. Se il Canada e il Messico riuscirono a sfuggire alla rete del destino, l’imperium dell’America si consolidò grazie a due splendidi affari. L’acquisto della Luisiana, in virtù del quale Napoleone consegnò agli Stati Uniti un territorio immenso, di 828 mila miglia quadrate, per quella che, già allora, sembrò la ridicola somma di 15 milioni di dollari, ossia quattro cent per acro, rappresentò un bonifico imperiale unico nella storia, un “affare principesco”, come disse amaramente Talleyrand, il quale, a differenza di Bonaparte, non soffriva di quella cecità che colpiva la Vecchia Europa di fronte alle possibilità del Nuovo Mondo. Le terre acquistate a un prezzo così irrisorio divennero in seguito tredici nuovi Stati e resero la realizzazione del Destino Manifesto fino al Pacifico infinitamente più facile. L’Amministrazione di Andrew Johnson mise la ciliegina sulla torta di quest’affare comprando dalla Russia, per soli 7 milioni e 200 mila dollari, l’Alaska, grande il doppio del Texas, che divenne il quarantanovesimo Stato nel 1959. Questo imperialismo di acquisizione espansionistica su larga scala fu condotto, bisogna dirlo, nel seno dell’ideologia dell’Emisfero Privilegiato, formulata esplicitamente nella Dottrina Monroe, in virtù della quale ai già stabilizzati regimi dei coloni era consentito consolidare la propria posizione nell’emisfero, mentre alla Vecchia Europa era proibita qualsiasi ulteriore intromissione.
    Di conseguenza non si può negare che gli Stati Uniti siano stati il beneficiario dell’imperialismo fin dalla loro nascita. Sebbene liberatrice di se stessa, l’America fu una creazione imperialista, e tale rimase, espandendo i propri confini se e quando aveva bisogno di spazio e al momento più opportuno. A differenza della Francia e dell’Inghilterra, non trasferì il proprio eccesso di popolazione e la propria fame di terre oltreoceano, bensì al di là delle montagne, nelle sue sterminate terre, e non si definì un impero ma un’Unione: la sua espansione si realizzò in un contesto democratico e le sue acquisizioni territoriali si trasformarono presto in Stati.
    Ci furono tuttavia delle eccezioni. Le venti isole oggi chiamate Hawaii entrarono a far parte degli Stati Uniti per mezzo di un processo graduale di penetrazione commerciale e missionaria, ben noto nell’impero britannico, negli anni successivi al 1820. Nonostante il fatto che le Hawaii si trovassero a 2390 miglia a ovest di San Francisco, e che la sua popolazione fosse nella stragrande maggioranza di origine non-europea, le isole furono costituite come un territorio degli Stati Uniti nel 1900, e divennero uno Stato nel 1959. Al contrario, le Filippine, cedute agli Usa dalla Spagna nel 1898 come bottino della guerra ispanoamericana, furono trattate come una colonia temporanea. All’inizio Washington non era sicuro su cosa farne, e risolse i suoi dubbi in un modo tipicamente americano. Il presidente McKinley disse a una delegazione che si era presentata alla Casa Bianca:
    “Non mi vergogno di dirvi, signori, che mi sono inginocchiato e ho pregato Dio onnipotente affinché mi desse, quella notte, luce e guida. E il giorno dopo mi risultò chiaro... che per noi non c’era altro da fare che prendere tutti i filippini, educarli, civilizzarli e cristianizzarli, facendo per loro, con l’aiuto di Dio, tutto il bene che possiamo, considerandoli nostri prossimi per i quali Cristo è morto sulla croce”. L’Organic Act del 1902 fece delle Filippine un terri-torio non incorporato degli Stati Uniti, e il movimento per l’indipendenza cominciò subito, protraendosi fino al 1946, quando fu dichiarata la nuova Repubblica.
    Le Filippine furono, quindi, un esperimento americano per prendere sulle proprie spalle ciò che Kipling definiva “il fardello dell’uomo bianco”, vale a dire, i doveri assunti dalle nazioni sviluppate, non in nome del potere o del guadagno ma a causa di un impulso morale e religioso, per far entrare le “razze inferiori” (parole di Kipling) nel luminoso circolo della civiltà.

    (1 segue)

    saluti

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    L’imperialismo morale ha profonde radici religiose perché gli imperi spagnolo e portoghese, sebbene primariamente per motivi di guadagno, avevano come scopo secondario e giustificativo la conversione al cristianesimo degli indigeni. In effetti, la stessa America coloniale era per certi versi una creazione morale, religiosa e missionaria. Ciò che diede all’imperialismo morale la propria forza, tuttavia, fu l’impegno, all’inizio del XIX secolo, a eliminare il commercio degli schiavi. L’Inghilterra lo dichiarò fuorilegge nel 1807, e alla marina inglese fu dato il compito di far rispettare la nuova legge. Cosa niente affatto facile: paesi come la Spagna, il Portogallo e persino la Francia dovettero essere corrotti al fine di ottenerne la collaborazione, mentre, in un primo tempo, gli Stati Uniti rappresentarono un ostacolo. E’ opportuno ricordare che nel periodo 1805-1860 gli Stati del Sud promossero attivamente la diffusione dello schiavismo non soltanto negli Stati Uniti ma anche nei paesi confinanti. Se il Sud avesse vinto, o se la Guerra Civile fosse terminata con uno stallo, è probabile che un impero dominato dai bianchi e fondato sullo schiavismo avrebbe potuto emergere a sud della linea Mason-Dixon, incorporando gran parte dell’America Centrale. Viceversa, la vittoria del Nord diede a Washington un’ulteriore ragione per unirsi alla marina inglese nella lotta contro il commercio degli schiavi. In un altro campo però l’America fu all’avanguardia. Tra il 1801 e il 1815, gli Stati Uniti non soltanto si rifiutarono di pagare tributo ai pirati delle Reggenze Barbaresche (Marocco, Algeri, Tunisi e Tripoli), ma furono anche i primi a intraprendere contro di loro azioni punitive per liberare cittadini statunitensi presi come schiavi. La vittoriosa campagna di Stephen Decatur contro Tripoli, nel 1804-1805, fu il primo contributo dato dall’America all’imperialismo morale. Dopo la Guerra Civile, la marina statunitense e le sue appendici civili e missionarie diedero un contributo concreto, insieme agli inglesi, soprattutto nell’Oceano Pacifico e in quello indiano, per garantire la sicurezza dei mari, sconfiggendo la pirateria, aprendo nuovi territori al commercio occidentale e conducendo spedizioni punitive contro gli Stati, grandi o piccoli, che non rispettavano i principi occidentali delle legge e della moralità internazionale.

    Il Golfo Persico fu un’area in cui l’imperialismo morale fu molto attivo. In Arabia, la schiavitù e il commercio di schiavi erano diffusissimi, diretti dalla feroce setta religiosa dei wahhabiti, i cui capi furono gli antenati dell’attuale famiglia saudita. I wahhabiti appoggiavano anche la pirateria nell’Oceano Indiano, minacciando il commercio inglese con l’India. A partire dal primo decennio del XIX secolo, l’Inghilterra strinse alleanze con gli Stati del Golfo, come il Bahrein, il Qatar e Muscat, che resistevano all’invasione wahhabita. Questi alleati offrirono un punto d’appoggio per una forma locale di imperialismo morale che durò fino all’èra del petrolio. Le operazioni venivano coordinate da Bushire, sulla costa persiana, e i figli dei sovrani locali venivano mandati alla Scuola dei Principi in India per essere educati secondo i costumi occidentali. Gli americani alla fine presero parte a questo imperialismo morale regionale, sebbene, a giudizio degli inglesi, in un modo illogico e perverso. Infatti, scelsero come loro principali alleati i wahhabiti, i quali, nella confusione che seguì alla Prima guerra mondiale, divennero i sovrani dell’Arabia Saudita e i proprietari delle riserve petrolifere più grandi del mondo. Non sorprende dunque che i sauditi abbiano finanziato e indirettamente sponsorizzato il terrorismo musulmano, esattamente come i loro predecessori avevano appoggiato il commercio degli schiavi e la pirateria.

    Gli Stati Uniti, in quanto potenza pacifica con una marina dispiegata su due oceani, parteciparono a diversi interventi dell’imperialismo morale nella seconda metà del XIX secolo, in particolare alla repressione della rivolta dei Boxer in Cina (nel 1900), quando offrirono un contingente di soldati alla spedizione delle cinque potenze imperialiste (Russia, Inghilterra, Francia, Germania e Giappone). La Lega delle Nazioni proposta dal presidente Wilson era, in parte, una forma di imperialismo morale: offriva alle ex colonie della Germania e alle province dell’impero turco l’opportunità di porsi sotto l’amministrazione fiduciaria degli Alleati, vincitori della guerra, secondo un modello simile a quello delle Filippine, per essere preparate a governarsi da sole. Il rifiuto opposto dal Senato alla ratifica dell’ingresso degli Usa nella Lega delle Nazioni impedì all’America di prendere parte a questo esperimento. Le colonie tedesche nel Pacifico (le isole Caroline, Marshall e Mariana) furono affidate al Giappone, che le usò come basi per l’attacco a Pearl Harbor nel 1941. Nel 1945 ne venne data la sovranità alle Nazioni Unite, che le affidarono agli Stati Uniti, e da quel momento sono state amministrate dal Dipartimento dell’Interno degli Stati Uniti.

    In retrospettiva, nel XIX secolo le due più importanti azioni di imperialismo morale da parte dell’America furono le due spedizioni dell’ammiraglio Matthew C. Perry in Giappone (nel 1853-1854) per convincere questo Stato eremita ad aprirsi al commercio occidentale. In Cina, l’America si era già impegnata nel tentativo di persuadere le autorità ad adottare una politica della Porta Aperta nei confronti di tutte le nazioni occidentali, quale sola alternativa a una colonizzazione pezzo per pezzo. Le stesse ragioni valevano per il Giappone e furono prese così seriamente dall’élite giapponesi da ispirare uno sforzo nazionale di industrializzazione e di costruzione di una potente forza armata. Le due spedizioni di Perry possono perciò essere presentate come una forma di anti-imperialismo. Ma possono anche, probabilmente in modo più corretto, essere considerate come una forma diversa di costruzione imperiale: l’imperialismo commerciale o culturale, che oggi molti definirebbero con la parola globalizzazione. Questo è il processo, inconsapevole o deliberato, in virtù del quale una potenza più forte costringe una potenza più debole a entrare nella sua sfera economica e culturale. E’ di solito associato, ma non necessariamente, con l’altra forma, più diretta, di impero. Come tale, è vecchio quanto l’umanità. Anzi, la globalizzazione precede la stessa umanità. Tra i fiori e le piante, gli invertebrati e i mammiferi, un continuo processo di colonizzazione si realizza nel momento in cui specie vincenti si spostano in un nuovo territorio, mescolandosi con organismi già esistenti che, se troppo deboli per riuscire a coesistere, si estinguono.
    L’Homo Sapiens, alla sommità dell’albero evolutivo, era un globalizzatore ab inizio,
    diffondendosi in tutte le aree abitabili della superficie terrestre. Le comunità umane più efficienti hanno diffuso la propria cultura e i propri prodotti (le due cose erano generalmente inseparabili, e rimangono sempre legate da un rapporto molto stretto) fin dai tempi preistorici. I primi imperi della storia considerarono la loro matrice culturale, identificata negli oggetti che producevano, come la fonte del loro potere e il mezzo per acquisirne ancora di più. Agli inizi del periodo dinastico, attorno al 3000 a.C., gli antichi egizi crearono una cultura di straordinario fascino e purezza, che si diffuse in tutta la Valle del Nilo e rimase intatta praticamente per tre millenni. La loro invenzione della colonna di pietra è stata il fondamento di tutta l’architettura, antichissimo esempio di globalizzazione. E lo stile egiziano è ancora in voga negli edifici postmoderni di oggi. Quando si formò l’impero multirazziale dei medi e dei persiani, i re achemenidi diedero vita a un modello culturale che sosteneva e rafforzava il loro stesso dominio. Per costruire la loro immensa capitale di Persepoli, fecero arrivare esperti artigiani e artisti da tutto l’antico Vicino Oriente. Ma furono tutti costretti a costruire e a decorare seguendo le regole di questo modello culturale.

    (2 continua)

    saluti

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    I greci sostituirono il dominio diretto con l’imperialismo culturale e commerciale. Formati da una costellazione di città-Stato, spesso in conflitto l’una con l’altra, i greci risolsero il problema della pressione demografica fondando colonie, in tutto e per tutto simili alla città madre, ognuna con il proprio porto e i propri magazzini, un quartiere per i mercanti e gli artigiani, un’arena sportiva, un odeon, un ginnasio e un teatro, tutti abbastanza grandi per accogliere l’intera popolazione libera della città, per scopi sia politici sia culturali. Questi avamposti coloniali divennero spesso più ricchi delle città madri, e crearono un potente arcipelago in tutto il Mediterraneo centrale e orientale. I greci lo chiamavano “ecumene”, intendendo un’area di civiltà in cui vigevano le norme greche; e a questo impero ecumenico si contrapponeva ciò che i greci definivano “caos”, il barbaro e selvaggio mondo esterno. L’ecumene greca fu ereditata dai romani, e divenne la base del loro enorme impero, sebbene i romani, con la loro passione per una legge uniforme, si impegnarono a trasformare le colonie in province creando così un impero territoriale di vecchio tipo, con tutte le sue forze e le sue debolezze.
    La società occidentale è il frutto del matrimonio tra la religione cristiana e la cultura greca e latina. Abbiamo così istinti imperiali di vario genere nelle nostre più profonde radici, e gli americani non meno degli europei. C’è a questo proposito una profonda differenza tra l’Occidente e l’Islam. L’Occidente, a differenza dell’Islam, ha vissuto l’esperienza del Rinascimento e della Riforma, acquisendo così un carattere decisamente laico e dando nuova linfa alle proprie radici greco-romane, dalle quali discende il rispetto per una legge imparziale e universale e la concezione di molteplici modelli di governo, tra i quali la democrazia.Di conseguenza, nel XX secolo le forme di imperialismo morale, commerciale e culturale elaborate dall’Occidente sono state sostanzialmente laiche (e ancor più lo saranno nel XXI secolo). Non parliamo più di una “cristianizzazione del mondo”, una frase estremamente comune fino al 1914. Ma la “democratizzazione del mondo”, che lo si dica apertamente oppure no, è il nostro grande obiettivo. Dietro a tutto ciò sta la convinzione che, in un mondo di democrazie regolarmente funzionanti, è più probabile che si rispetti la legge internazionale, che si diffonda il libero commercio, che aumentino i redditi reali, e che il mondo diventi un luogo più libero, sano, sicuro e soddisfatto. Nella creazione di questa ecumene, o mondo ecumenico di civiltà occidentale, all’America spetta il ruolo primario per ragioni geografiche e storiche, economiche e demografiche, culturali e filosofiche.

    Per l’America, l’11 settembre ha avuto il significato di un nuovo Grande Risveglio. Si è resa conto, per la prima volta, che lei stessa era un’entità globalizzata. Non aveva più frontiere. I suoi confini coincidevano con quelli del mondo perché, in qualsiasi parte del pianeta si trovassero i suoi nemici, poteva essere attaccata e, se questi nemici erano per caso in possesso di armi di distruzione di massa, essere attaccata con conseguenze letali. Per questa ragione l’America è stata costretta a elaborare una nuova dottrina strategica, che sostituisce completamente quella formulata nel 1950 con il documento n. 68 del Consiglio di Sicurezza Nazionale, nel quale erano posti i fondamenti della dottrina del contenimento.
    In un mondo globalizzato, gli Stati Uniti devono ora anticipare le mosse dei propri nemici, andare in cerca delle loro basi e distruggerle e disarmare gli Stati che potrebbero aiutarli. Si può definire questo modello come imperialismo difensivo. Si tratta di una nuova forma di imperialismo, ma che riunisce in sé elementi di tutti gli altri. E’ significativo che il documento n. 68 del Consiglio di Sicurezza Nazionale ripudiasse esplicitamente l’imperialismo. La nuova dottrina lo accoglierà necessariamente in questa sua forma rinnovata. Ci sono fattori decisivi che rendono gli Stati Uniti gli unici dotati delle qualità necessarie per esercitare questo tipo di autorità globale. Innanzitutto, l’America parla la lingua del XXI secolo. L’inglese è già, per molti aspetti, la principale lingua del mondo, e in questo nuovo secolo si assisterà alla sua rapida espansione e ulteriore consolidamento. Come scoprirono prima i greci e poi i romani, il possesso di una lingua comune è il primo vitale e decisivo passo verso l’accoglimento di comuni norme di comportamento, cultura e legge. Un mondo più sicuro sarà un mondo in cui si legifera, si mantiene la legge e si giudica in inglese. In secondo luogo l’America possiede, e continuerà ad acquisire, la tecnologia del XXI secolo, poiché la sua leadership viene favorita e rafforzata grazie alla sua capacità di offrire l’atmosfera più libera possibile per il lavoro di inventori, pionieri e imprenditori di tutti i generi. Nel XIX secolo, la grande èra degli imperi tradizionali, la spinta imperialista era sostenuta dalla rivoluzione industriale che produceva merci a un prezzo molto più basso e in una quantità maggiore di quanto mai avvenuto in passato. Nel 1800 era l’Asia a produrre la maggioranza delle merci lavorate del mondo (il 57 per cento), mentre l’Occidente raggiungeva soltanto il 29 per cento; nel 1900 l’Occidente ne produceva l’86 per cento e l’Asia solo il 10 per cento. Oggi il contributo dell’America alla ricchezza mondiale, in termini sia assoluti sia relativi, sta crescendo. Nell’ultimo quarto del XX secolo, ha incrementato di 5 mila miliardi di dollari il suo pil. Nel 2050, la quota statunitense nella produzione globale rappresenterà oltre un quarto del totale e sarà tre volte superiore, per esempio, a quella dell’Unione europea.
    Tradizionalmente un imperialismo vincente è stato il frutto di alti tassi di nascita e della capacità di trovare una valvola di sfogo per la popolazione in eccesso. L’apice dell’imperialismo europeo nel XIX secolo ha coinciso con l’esplosione demografica della popolazione europea.

    L’America non ha mai esportato i suoi abitanti oltreoceano. Al contrario, la sua crescente potenza e ricchezza è stata il riflesso della sua capacità di attrarne e assorbirne di nuovi. Ed è ancora così. Gli americani oggi accolgono più immigrati di tutto il resto del mondo messo insieme. La straordinaria abilità con cui gruppi come i cubani, i cinesi di Hong Kong, i vietnamiti e altri ancora sanno mettere nuove radici e creare ricchezza è una chiave fondamentale del perdurante successo dell’America. Ma anche l’America ha un alto tasso di nascita. La sua popolazione sta per raggiungere il tetto dei 300 milioni. Nel 2050 supererà i 400 milioni. Al contrario, la popolazione dell’Europa calerà e la percentuale di persone in età lavorativa si ridurrà rapidamente. Questo genere di previsioni è notoriamente inaffidabile, e alcune previsioni sul futuro dell’Europa (e del Giappone) appaiono così allarmanti da non meritare di essere prese seriamente in considerazione. Ma c’è chiaramente un netto e crescente contrasto tra la Vecchia Europa e la Giovane America. E la combinazione tra una tecnologia sempre più sofisticata e una forza globale in espansione risulterà invincibile in termini di potenza economica e militare. L’Amministrazione Bush sta appena cominciando a intravvedere le conseguenze della via che ha scelto di seguire. Parla ancora, per quanto con sempre maggiore difficoltà, il linguaggio dell’anti-imperialismo. Ma questo è stato il gergo del XX secolo, o della sua seconda metà; chi può dire se dominerà anche nel XXI secolo? Di fatto, nelil la cultura americana, imperialismo divenne un termine dispregiativo soltanto durante la Guerra Civile, quando il Sud accusò il Nord di comportarsi come un impero europeo. In seguito, per essere politically correct, si poteva parlare soltanto di “eccezionalismo americano”. Ma è opportuno ricordare che fino al 1860 “impero” non era un termine connotato negativamente negli Stati Uniti. Lo stesso George Washington parlava della “ascesa dell’impero americano”. Jefferson, consapevole del dilemma, affermava che l’America era un “impero per la libertà”. E’ questo che sta tornando nuovamente a essere l’America, di fatto se non di nome. La ricerca americana della sicurezza contro il terrorismo e gli Stati canaglia va di pari passo con la liberazione dei loro popoli oppressi. Dall’impero del male all’impero per la libertà è un passo da gigante, un contrasto altrettanto grande di quello tra le spaventose immagini del desolato e morente XX secolo e la luminosa alba del XXI. Ma l’America ha i muscoli e la forza di volontà per fare passi da gigante, come ha già dimostrato in passato. Una cosa è certa: è improbabile che l’America cessi di essere un impero nel senso profondo del termine. Non dividerà la propria sovranità con nessun altro. Continuerà a promuovere gli sforzi internazionali di comprovata utilità, come il Gatt, e ad appoggiare alleanze militari come la Nato, quando lo riterrà opportuno. Ma non permetterà alle Nazioni Unite o a qualsiasi altra organizzazione di interferire con il suo naturale diritto a difendere se stessa nel modo che giudica più appropriato. La nuova globalizzazione della sicurezza continuerà con il contributo dell’Onu se possibile, ma anche senza se necessario. L’impero per la libertà è la dinamica del cambiamento.

    Paul Johnson

    Copyright The New Criterion - Il Foglio (traduzione di Aldo Piccato)

    Paul Johnson è uno dei principali storici inglesi e un autorevole giornalista. E’ lo storico più amato dai liberali, secondo il New Yorker è “un ottimo scrittore e un pensatore dalle idee chiare”. “Enemies of Society”, uno dei suoi libri, è una argomentata critica a quella che lui chiama la “sinistra fascista”. Nato in una famiglia cattolica nel Lancashire è un cattolico praticante che professionalmente ha seguito tutti i conclavi papali dal 1950. Ha scritto “Modern Times”, “A History of the Jews”, “Intellectuals”, “The Birth of the Modern” e “A History of the English People”, “A History of Christianity”, “A History of American People”. Johnson ha una rubrica settimanale sullo Spectator e scrive frequentemente su Daily Telegraph, Daily Mail, New York Times, Wall Street Journal e altri giornali e riviste di tutto il mondo. Vive a Londra.

    saluti

  5. #5
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Un bel pezzo. Davvero. Mi ricorda che ho lasciato perdere un 3d in cui si trattavano questi argomenti, attingendo da più e più autori, soprattutto dai teorici neo-conservatori. Del resto "L'Impero Democratico" è un dato di fatto prodotto dalla storia.

    Shalom!!!

  6. #6
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Proposta di girotondo contro il West...

    ...di Bush

    Quando il presidente George W. Bush è salito alla Casa Bianca nell’inverno del 2001, ha fatto sapere che intendeva governare come se si trattasse di un business; e due anni dopo, non so bene perché, ci si stupisce che la previsione di bilancio federale decennale si sia ridotta da un surplus di 5,6 mila miliardi di dollari a un deficit di 4 mila miliardi, o che la nostra piccola e splendida guerra in Iraq risulti essere stata venduta al pubblico americano come una ben pubblicizzata ma truffaldina offerta di mercato. Bush ha mantenuto la sua parola, fedele alla corporation della quale si considera il presidente e direttore esecutivo, non diversamente da quelle precedentemente possedute e amministrate dai suoi amici, procacciatori di fondi e colleghi banditi della Enron e della Arthur Andersen. I piani economici e militari dell’Amministrazione si basano, per il loro successo, sulle teorie di analisti di bilancio che riconfigurano il debito come credito, sui rapporti di funzionari nelle agenzie di intelligence che rimpolpano i loro fogli di bilancio con finte transazioni (come l’uranio africano), falsi dati (la connessione tra Saddam Hussein e al-Qaida) e fantomatiche entità offshore destinate a scopi speciali (ossia contenere le altrimenti invisibili armi di distruzione di massa).
    L’ammissione, all’inizio di luglio, delle false dichiarazioni del presidente a proposito dell’uranio africano ha spinto i membri della compagnia teatrale dei politici di Washington a mostrare atteggiamenti di profonda indignazione e costernazione, a invocare indagini da parte del Congresso, e ad affibbiare colpe di qua e di là nei talk-show televisivi della domenica. Condoleezza Rice, consigliere per la sicurezza nazionale, ha detto davanti alle telecamere di Fox News che le informazioni incriminate erano giunte dal governo inglese. A Meet the Press, su NBC, così come a This Week, su ABC, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha detto che “non si sa esattamente” che cosa sia o fosse “inesatto”. Osservare i ministri che cercavano delle vie per aggirare la verità faceva tornare alla mente le frotte di direttori esecutivi delle corporation portati in tribunale negli ultimi due anni nella speranza che potessero ricordare che cosa era avvenuto del valore di mercato della Global Crossing, un tempo attorno ai 47,6 miliardi di dollari, o dei 59 mila impiegati della Kmart. Nove volte su dieci hanno replicato alle domande con risposte che somigliavano alle migliori ipotesi fatte dal vicepresidente Dick Cheney riguardo agli spostamenti di Osama bin Laden.
    Poiché il modus operandi dell’Amministrazione Bush somiglia a quello di un corrotto monopolio (di proprietà pubblica ma amministrato privatamente), una gran parte della sua politica interna ed estera può essere compresa nei termini di sovraccarichi fiscali nascosti e rapporti annuali truccati. Frode è diventato un sinonimo di libertà, “sfondare” la più alta forma di patriottismo. Alzare il costo dell’occupazione militare americana in Iraq da 2 a 4 miliardi di dollari il mese, oppure guidare la WorldCom nel deserto di un errore di bilancio di 9 miliardi – e indipendentemente dal fatto che sia Donald Rumsfeld o Bernard Ebbers a spiegare i conti a Tim Russert (anchorman, ndt) o di fronte a un giudice – la storia segue ormai un copione familiare: la un tempo affidabile corporation rimane intrappolata nella rete di false testimonianze e peculato, patrimoni del valore di 100 milioni di dollari partono per destinazioni ignote, il prezzo delle azioni scende da 95 dollari a 30 cent l’una, e i piccoli risparmiatori vengono lasciati andare alla deriva su una zattera con soltanto una tazza d’acqua piovana e un paio di pesci crudi. Nel frattempo gli alti ranghi vendono le proprie partecipazioni al miglior prezzo possibile, ricompensano i loro furti e ladrocini con parecchi pagamenti di 30 o 40 milioni di dollari, si tengono i loro appartamenti a Parigi e i loro conti bancari a Zurigo, oppure se ne vanno in Colorado per trascorrere il tempo al club di golf o sciando. Basta trasferire questo schema dal settore privato a quello pubblico: il governo gonfia il budget della difesa inviando soldati e carrarmati a pascolare in Iraq, si sbarazza degli arsenali del Pentagono pieni di armi ormai obsolete, e ridistribuisce i contratti di ricostruzione alla Bechtel, alla Halliburton, e a qualsiasi altro amico della libertà disposto a offrire il suo aiuto per impiantare torri di trivellazione attorno a Baghdad e per lanciare in aria palloncini alla prossima convenzione repubblicana. L’attuale taglio fiscale dell’Amministrazione avrebbe potuto essere scritto (e forse lo è stato davvero) da una cricca di amministratori di fondi della Merrill Lynch o della Goldman Sachs: non si tratta del risultato di un’incapacità politica, ma di un vero e proprio furto, solidamente fondato sull’antico e onorato principio rispettato da generazioni e generazioni di piazzisti di Wall Street: rubare ai poveri per dare ai ricchi; poi, se per caso vi viene chiesto di spiegare i meccanismi dell’affare, mettersi a parlare del valore della famiglia. Quando, lo scorso febbraio, nelil presidente ha proposto la nuova legge, ha detto che 92 milioni di americani avrebbero goduto in media di una riduzione delle tasse di 1.083 dollari. Un nobile sentimento che senza dubbio Veblen avrebbe riconosciuto come esempio di una “capacità di vendere degna di lode”, ma che, come accaduto per le dichiarazioni sull’uranio africano, non corrisponde a verità ed è probabilmente da considerarsi piuttosto come “reato punibile col carcere”.
    Per le famiglie con un reddito tra i 30 mila e i 40 mila dollari, la riduzione fiscale si aggira intorno ai 24 dollari. Nelle zone più sicure della città, dove il vino viene servito in bicchieri di cristallo, John Snow, il segretario del Tesoro, ha una riduzione di 275 mila dollari, e il segretario alla Difesa Rumsfeld di 184 mila. Nel frattempo, i grandi sovvenzionatori della campagna elettorale si comprano un’altra casa sulle spiagge assolate della Florida, e il presidente Bush va in giro per il paese diffondendo un messaggio biblico, si fa fotografare davanti a cartelloni con la scritta “La responsabilità delle corporation”, dicendo agli impiegati e agli operai appena licenziati riuniti nella sala convegni:
    “Credo che la gente abbia fatto un passo indietro e si sia chiesta: ‘Che cos’è importante nella vita?’; Insomma, questa storia dell’America delle corporation è davvero così importante? O non lo è invece il fatto di fare il bene del tuo prossimo e amarlo come tu stesso vorresti essere amato?”

    (continua)

    saluti

  7. #7
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Considerata l’evidenza delle menzogne tirate fuori dall’Amministrazione Bush, l’ipocrita viscidità delle sue dichiarazioni e il suo unilaterale disprezzo per qualsiasi rispetto della legge (civile, internazionale, morale o finanziaria), per quale motivo non solleviamo le braccia al cielo mettendoci a protestare? Non è un caso né una coincidenza che, proprio come la Borsa negli ultimi due anni e mezzo ha perso circa 6 mila miliardi di dollari, così il tasso di disoccupazione tocca oggi il valore più alto dell’ultimo decennio (6,5 per cento), mentre l’attuale deficit di bilancio (450 miliardi di dollari) è il peggiore mai registrato nella storia degli Stati Uniti. Abbiamo davanti agli occhi un governo con tutte le qualità non semplicemente di una corporation qualsiasi (la maggior parte delle quali conserva un qualche senso del dovere nei confronti del benessere pubblico e del bene comune) ma di una corporation particolarmente avida, che somiglia molto ad un consorzio criminale, nel quale i rischi ricadono sulla testa del disinformato contribuente e non su quella dell’inconsapevole investitore. Perché allora questo silenzio da parte dei media e dei nostri politici democratici (o tali almeno nel nome)? E come mai non scende nessuno nelle piazze e nelle strade?

    La risposta consueta assume la forma di un sermone sulla fiducia, specificamente americana, in un futuro migliore e in un domani più luminoso. I servi dello status quo spostano la sede di un eventuale processo da una giurisdizione penale a una civile, mettendo a tacere le voci di protesta con un’inondazione di rassicuranti nenie sulla mancanza di coscienza di classe tipica del paese. L’oligarchia americana non si abbatte come un animale da preda sulla democrazia americana semplicemente perché in America non esiste nulla di simile a un’oligarchia. Bisogna togliersi dalla testa un’idea così balzana. Quel che abbiamo in questo grande paese è esattamente ciò che i propagandisti repubblicani definiscono “il selvaggio West dell’economia”, la porta girevole di un saloon sulla vecchia frontiera dell’Arizona, dove chiunque possedesse un mulo e una fiche da cinque dollari per giocare a poker poteva improvvisamente trovarsi tra le mani una fortuna. Le parole di saggezza ripetono invariabilmente la lezione insegnataci da Norman Rockwell, Walt Disney e i direttori del Wall Street Journal. Fatta eccezione per alcune libertà che mi sono preso nella parafrasi, ecco il testo standard:

    Essendo americani, e quindi benedetti alla nascita con il gene dell’egualitarismo, non invidiamo i popoli più ricchi di noi; né ci affatichiamo all’ombra di quelle false distinzioni di classe che oscurano ancora la mente della Vecchia Europa. Se un direttore esecutivo guadagna 500 volte di più di un suo segretario o di un suo impiegato (15 milioni di dollari all’anno in confronto a 30 mila), non significa che quel direttore sia un avido mascalzone. Questo sospetto è frutto dell’invidia e di un atteggiamento tipicamente francese. Il brav’uomo deve la sua fortuna al proprio duro lavoro e alla sua fede in Dio. Non proviamo rancore per il suo stile di vita opulento (troppo snob, senza abbastanza tempo per il suo vicino o per le coccole del suo cane), perché sappiamo che presto, probabilmente prima di quanto pensi chiunque, diventeremo ricchi anche noi. Nel frattempo, siamo dei capitalisti in aspettativa, privi di risentimento, felici di vivere in una terra di grande abbondanza e opportunità illimitate. Siamo americani, benedetti i nostri cuori, gente semplice che preferisce fare shopping in un Wal-Mart anziché in uno di quei negozi alla moda in Madison Avenue o Rodeo Drive. E chiunque voglia parlarci di conflitti di classe o di Karl Marx, è meglio che sappia bene che non ci passa nemmeno nell’anticamera del cervello l’idea di una società che somiglia a una torta a strati inglese.

    Non metto in dubbio la generosità di spirito e il dono naturale della tolleranza, ma ritengo che il ritratto di Norman Rockwell sia un paio di generazioni indietro rispetto ai tempi, e sospetto che il presidente Bush debba la sua buona posizione nei sondaggi alla nostra tendenza, altrettanto tipicamente americana, a trasformare i criminali e i fuorilegge in figure romanzesche. Che sia rappresentato come l’eroe o il briccone del racconto, l’uomo abituato alla violenza piega le regole del gioco adattandole alle circostanze, certo che i suoi sempre nobili fini giustifichino i suoi non sempre altrettanto nobili mezzi. Se sappiamo che il gioco è truccato, ci piace anche pensare che il padrone del tavolo da roulette ama sua madre e somiglia a Michele Corleone.
    Il presidente Bush cammina con un passo che ci si può immaginare un tempo consueto sulla strada di Chisholm o Santa Fe, con un’andatura da cowboy consentitagli dal suo furto delle elezioni presidenziali. Questa rapina sta alla pari con il saccheggio di 28 miliardi di dollari fatto dalla Enron alle finanze dello Stato della California e fa accogliere il presidente Bush nella lunga linea di quella stirpe criminale americana che discende, con armi sempre più potenti e una capacità tecnologica sempre più sofisticata, dal Deerslayer di James Fenimore Cooper ai mercanti di pellicce delle Rocky Mountain, a John Jacob Astor e a Sundance Kid, ai baroni del bestiame texani e ai padroni di ferrovie newyorkesi, a John D. Rockefeller, Boss Tweed e Al Capone, a Humphrey Bogart, Huey Long, Lyndon Johnson, Clint Eastwood, Michael Milken, Oliver North, Ivan Boesky, Tony Soprano e molti altri ancora troppo numerosi per essere menzionati, menzionati, come dicono alla premiazione degli Oscar.

    Dove mai Hollywood e la stampa scandalistica potrebbero scovare la nostra compagnia di eroi se non tra gli uomini archetipici che, in groppa a un cavallo, vagano per polverose città di legno per dare fuoco all’ufficio dello sceriffo o per far fuori i messicani dal ghigno beffardo che terrorizzano le ballerine del saloon con le loro insulse e folli sparatorie? Quando Frank e Jesse James fecero una rapina alla Fiera di Kansas City nel 1872, i giornali locali descrissero l’impresa definendola “così diabolicamente audace e totalmente incurante dei pericoli da costringerci ad ammirarla e a rispettare i suoi autori”, paragonando la banda ai cavalieri della Tavola Rotonda di re Artù.

    Nel 1960, i notiziari nazionali presero in prestito la stessa leggenda romantica per annunciare la conquista, da parte della banda Kennedy, di un governo improvvisamente decorato dagli stemmi di Camelot. I direttori di Fortune e di Business Week salutarono il precoce successo di Bernard Ebbers alla WorldCom e di Kenneth Lay alla Enron con un analogo sfarfallio di incurante stupore: impavidi direttori esecutivi, capitani di ventura delle imprese commerciali, decisi e risoluti, che spingevano innanzi i prezzi di mercato come se trascinassero delle mucche attraverso il fiume Missouri fin dentro il Marlboro Country e il mercato energetico della California.
    Quando un numero quasi eccessivo di prove delle ruberie di governo e dell’avidità delle corporation riempie i titoli dei notiziari (un altro fornitore militare della Difesa giudicato colpevole di frode, cinque direttori finanziari trovati in possesso di prestiti scandalosi) i media più fedeli del paese mettono in scena l’equivalente di una folkloristica riunione nella prateria per invocare il grande spirito della riforma finanziaria davanti al tempio di Mammona. Un coro di economisti dell’università di Harvard conferma la rinascita della fiducia negli investitori; Alan Greenspan abbassa abbassa i tassi di interesse; quattro commissioni del Congresso si mettono al lavoro per ritrovare la perduta bussola morale dell’America; un paio di impacciati e goffi furfanti appaiono in manette sulla Cnn, con Martha Stewart legata come un capro espiatorio al palo di una conferenza stampa della corte, e Sandy Weill, presidente di CitiGroup, al quale viene impedito di parlare con i suoi stessi ricercatori se non in presenza di un avvocato. George Tenet, direttore della Cia, fa un passo falso molto pubblicizzato a causa della sua svista sull’uranio africano; e quando il procuratore generale di New York commina una multa di 1,4 miliardi di dollari ai gruppi finanziari più importanti del paese (tra cui la Salomon Smith Barney e la Morgan Stanley), i giornali annunciano “l’alba di un nuovo giorno a Wall Street”.
    Il nuovo giorno dura forse una settimana o al massimo un mese. L’oscurità della notte scende sui mercati finanziari di New York con la stessa improvvisa velocità con cui cala sulla foresta pluviale brasiliana, e sebbene nei nostri discorsi in pubblico ci piaccia lamentare il declino della coscienza, nelle nostre conversazioni private una risposta di questo tipo: “Sì, ma l’ha fatto per i soldi”, soddisfa tutto e tutti. Se Al Capone fosse ancora vivo, potrebbe probabilmente contare su un lavoro immediato come presentatore di un talkshow su Fox News: un vecchio uomo di Stato, garrulo e saggio, che ricorda i bei tempi passati a Chicago, e offre la propria opinione per stabilire se il denaro sia ripulito e riciclato più facilmente nelle isole Cayman o in quelle del Canale. Il presidente Clinton ha preso l’abitudine di perdonare gli amici giudicati colpevoli di reati penali. Il presidente Bush ha preso quella di nominarli a posti federali, e in California Arnold Schwarzenegger si presenta come candidato a governatore. Proprio come il romanzo del crimine è diventato sempre più popolare negli ultimi trent’anni, in parte come risultato del continuo spettacolo di violenza che ci colpisce attraverso gli schermi televisivi, trasformiamo in eroi i politici e gli uomini d’affari che assomigliano ai cacciatori di taglie che percorrevano il selvaggio vecchio West americano, figure di predatori vagabondi, obbedienti alla regola “arrivare, arricchirsi, andarsene via”, stufi degli obblighi di governo, indifferenti ai piaceri della civiltà. Se talvolta sono chiamati a imporre la giustizia a Gold Hill o a Silver City, lo fanno con un terribile e semidivino sentimento di vendetta. Dopo un numero sufficiente di uccisioni, tornano indietro (rientrando, circonfusi nel tramonto, nelle portaerei stazionate nel Golfo Persico), lasciando ai semplici mortali il noioso e non americano dovere di sepoltura. Sebbene non dubiti che molti milioni di elettori ammirano il presidente Bush per le piacevoli banalità che distribuisce sotto l’etichetta della “chiarezza morale”, sospetto che un numero altrettanto grande di cittadini riponga la propria fiducia nel suo lavoro e nella sua fama di fuorilegge, forse non fino al livello di Meyer Lansky o Shane, ma comunque di un pistolero in grado di cavalcare con la banda Clanton e capace di tenere i cavalli quando è il momento di cacciar via dalle loro terre gli allevatori di pecore o di assaltare il treno.

    Lewis H. Lapham
    Copyright Harper’s Magazine – Il Foglio (traduzione di Aldo Piccato)


    Lewis Lapham è il direttore di Harper’s Magazine, raffinato mensile politico e letterario di sinistra fondato nel 1850. Tra il 1989 e il 1991 ha diretto Bookmark, una trasmissione televisiva settimanale di cultura. Tra i suoi libri “The Wish for Kinds”, “Money and Class in America”, “Imperial Masquerade” e “Waiting for the Barbarians”. Nel 1995 ha vinto il National Magazine Award per la sua rubrica “Notebook” su Harper’s (il testo qui pubblicato è tratto dal numero di settembre). Lapham ha scritto per Life, Vanity Fair, National Review, Yale Literary Magazine, Fortune, New York Times, Wall Street Journal. Vive a New York.

    saluti

  8. #8
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Glucksmann e i deliri antioccidentali...

    ....dei finti ingenui

    La peste terrorista, portato della lunga durata delle tragedie del Ventesimo secolo, non può essere ridotta alla brusca trovata di un cervello esaltato, non è la “guerra di bin Laden”, di al Qaeda o di qualche emulo, ma molto di più. Non è una o tante guerre, ma si rivela, a livello planetario, come uno “stato di guerra”. Così il Diciottesimo secolo definì il rapporto di belligeranza sotteso alla coeistenza delle potenze europee, sia in condizioni di tregua che di aperta ostilità. Allo stesso modo, il terrorismo odierno non nasce da questa o quella guerra, ma si produce e riproduce a partire da uno stato generalizzato di guerra, dall’intreccio universale delle capacità di nuocere sul piano fisico e mentale, latente o effettivo. Da qui, un’inevitabile tendenza al contagio per rivalità o imitazione, che impedisce di attribuire a un unico focolaio un’infezione così generalizzata. Il pericolo immediato è di cedere al panico, nel tentativo di occultare la dura realtà della sfida.

    Primo delirio di negazione: quello degli antiamericani che leggono nei fondi del caffè e predicono dottamente che se “l’Impero” è stato punito per i suoi peccati, i semplici cittadini, “lavoratori e lavoratrici”, non hanno nulla da temere, perché la cosa non li riguarda.

    Un secondo delirio, stavolta antimusulmano, stigmatizza in blocco un miliardo e trecento milioni di terrestri che non hanno beneficiato della rivelazione giudaicocristiana. Come se l’integralismo islamista non attaccasse in primo luogo i musulmani, in Afghanistan come in Algeria, o al Qaida non reclutasse tra gli strati più occidentalizzati dell’Arabia e dell’Egitto. Bin Laden inganna la sua gente, Oriana Fallaci e molti altri s’ingannano invocando il conflitto di civiltà e la guerra di religione.
    Il terrorismo integralista non è un’arcaica ossessione per un passato superato. Gli angeli sterminatori sorgono dalla faccia oscura, massacratrice e nauseabonda della nostra ipermodernità. Il “fratello” islamico che sacrifica gli altri e se stesso è il gemello del bolscevico della Ceka e il doppio dell’eroe fascista che grida “viva la morte!”. Saddam Hussein è il clone di tutti e tre.

    Terzo delirio: quello degli sradicatori statalisti, che coltivano l’ingenuità di credere che il terrorismo sia appannaggio esclusivo degli irregolari senza Stato. Dimenticano cosa è successo appena ieri, il nostro passato più recente, il sanguinoso Ventesimo secolo con le sue ideologie devastatrici, i suoi Stati terroristi, e rifiutano la realtà di oggi: consideriamo, ancora una volta, il palmarès dell’esercito russo in Cecenia o quello di Kim Jong II…

    Quarto delirio: quello di chi denuncia la povertà come causa del terrorismo. La stessa campana suona nei forum dei globalizzatori (Davos) e nei contro-forum paralleli (Porto Alegre): quando la miseria dei popoli sarà eliminata, con sistemi liberali oppure con procedure moral-sociali, il terrore sparirà dal mondo. Permettete qualche obiezione. Da una parte questa affermazione è un insulto: i poveri non sono tutti terroristi, né in procinto di diventarlo. A Omar Sheik, il boia del giornalista Daniel Pearl, l’essere uscito dalle migliori scuole londinesi non ha impedito di fare letteralmente a pezzi la sua vittima. I piloti assassini dell’11 settembre erano rampolli di buona famiglia. Gli assassini del Gia hanno scoperto la loro vocazione perlopiù negli istituti scientifici di Algeri… Desolato, ma le truppe di carnefici si reclutano piuttosto tra i garantiti e gli alfabetizzati. D’altra parte, se il terrore non viene bloccato prima dell’auspicabile e universale estinzione della povertà, tutti, poveri e privilegiati, in attesa di quel benedetto giorno saranno giustiziati.

    Il terrorismo va spiritualmente e materialmente combattuto in modo aperto. Battaglia di idee e prova di forza sul campo sono inevitabili per chi voglia sopravvivere. Il finto ingenuo falsamente indignato, che si stupisce: “Perché chi plaude ai bombardamenti bombardamenti di Baghdad e Belgrado protesta contro quelli di Grozny?”, trova la sua risposta all’angolo della strada. Se ne vada, naso in aria, a bighellonare nelle città di cui parla. Le prime due oggi respirano, e gli abitanti gli parleranno con calma e liberamente: se vorranno gridare, grideranno, se vorranno protestare, lo faranno (il primo giugno del 2003, a Baghdad, abbiamo potuto vedere, prima assoluta nella storia bellica, tremila soldati di un esercito sconfitto manifestare in tutta libertà per reclamare la loro paga: cosa di meglio?). Se vorranno festeggiare, lo faranno, così come se vorranno andarsene alla moschea, in chiesa, al caffè… Non rimpiangono i loro dittatori decaduti, che hanno passivamente o attivamente contribuito ad abbattere. Sono usciti dalla loro piccola e grande morte. Le loro rispettive capitali non sono ammassi di rovine. Come Grozny, città morta che si visita in fuoristrada o in tank, scortati da soldati russi. Domandate ai “missi dominici” del Consiglio d’Europa, dell’Ocse e agli altri rari funzionari internazionali che vi si arrischiano, di raccontarvi le delizie turistiche in quello che fu un tempo il gioiello del Caucaso. A meno che non ci si intrufoli da clandestini, sans papiers, senza visto, senza protezione, come quel manipolo di giornalisti che affrontano i pericoli che il nostro falso ingenuo non vuole correre. Perché non ha bisogno di vedere, non ha bisogno di esaminare i danni, non ha bisogno di analizzare i risultati. Sa in anticipo che una guerra è una guerra, una vale l’altra, à la guerre comme à la guerre, o si distrugge tutto o non si ottiene niente. La pigrizia di pensare, camuffata da saggezza da imbecilli, serve da morbido guanciale all’adulatore dei prìncipi, che lava ogni loro carneficina, e all’imperativo della pace, che mette sullo stesso piano i boia, le vittime e gli eserciti che si schierano per gli uni o per le altre.

    Da che l’uomo è uomo e la pietra viene tagliata, bisogna distinguere tra conflitti ripugnanti e altri che, volenti o nolenti, ci si ritiene costretti a ingaggiare. Si può, mano sul cuore, preferire la pace, ma il dilemma non è eliminato per questo. “Un conquistatore è sempre amico della pace… vorrà pur entrare nel nostro stato senza opposizione” (Clausewitz), e chi vuole sfuggire all’oppressione o alla schiavitù non può escludere una resistenza violenta. “L’intelligente” che rifiuta di distinguere la guerre da fare da quelle da non fare, sbeffeggia e cade. Capitola di fronte alla difficoltà di riconoscere una scala di preferenze che gerarchizzi le violenze, tutte sanguinose e crudeli. Quindi conviene non raddoppiare l’imbarazzo e dargli ragione, inebriandosi dell’ideale di una “guerra giusta”. La pretesa di “giustificare” l’impiego delle armi per motivi teologici fu abbandonata da un Occidente in via di laicizzazione. Una serie di grandi giureconsulti europei orientano, tra Sedicesimo e Diciottesimo secolo, il duro lavoro di disincanto delle violenze belliche. Finiscono le “guerre giuste”, che lo sono perché rivendicano, con la benedizione di sant’Agostino e san Tommaso, un Bene universale e ristabiliscono la divina e incontestabile armonia della creazione. Mettendo al bando le crociate fatte in nome di Dio, l’Europa pensante ha concepito la possibilità di operazioni contro il male, guerre non più teologicamente giuste ma esistenzialmente necessarie, giudicate, a torto o a ragione, di sopravvivenza. La legittima difesa, individuale o collettiva, ne è l’esempio principe: non tutte le guerre si equivalgono.
    Aggredire o preparare un’aggressione, rispondere a un aggressore o prevenirlo, costituiscono due opzioni moralmente e giuridicamente antinomiche.
    Stanchi di disputare sui fini ultimi addotti da ciascuno dei campi schierati in battaglia, senza più interrogarsi all’infinito sulla sincerità dei combattenti e l’autenticità delle loro “cause”, ci si è concentrati sul modo di usare armi ed eserciti. Azioni illecite furono definite in contrasto con altre tacitamente ammesse. Si detronizzò il diritto “di” guerra (jus ad bellum, diritto di muovere una guerra legittima) in favore del diritto “nella” guerra (jus in bello, trattamento corretto o meno dei prigionieri, dei feriti, delle popolazioni). Si statuì che la legge delle guerre concerne più il come che il perché, e che esse sono ammissibili o condannabili secondo il modo di operare. Le ragioni della guerra, oggetto di ogni suspicione, furono messe da parte, mentre divennero centrali le modalità della guerra.
    La prima versione dello jus in bello definì le guerre “regolate” che si dichiaravano (e tentavano di disciplinare) le monarchie “illuminate” prerivoluzionarie. Sappiamo con quante sbavature. La seconda versione, clausewitziana, postulava che ogni grande nazione, giocando su un grande spazio e su una durata prolungata, si dotasse di una strategia di difesa che le risparmiava dal tirare il primo colpo e le metteva al riparo da sorprese disastrose. La vittoria francese del 1918 e quella russa del 1945 furono le ultime di quest’epoca strategica. Terza versione, la dissuasione nucleare, che a sua volta ignora i fini ultimi (“la guerra fredda è una guerra limitata, limitazione che poggia non sulla posta in gioco, ma sui mezzi impiegati dai belligeranti”, scriveva Raymond Aron). Versione numero quattro, l’attuale dissuasione antiterrorista che promette operazioni, addirittura guerre, umanitarie – Bosnia, Kosovo, Afghanistan, Iraq. E’ indispensabile, infatti, che le democrazie vigilanti e preoccupate della loro sopravvivenza a lungo termine blocchino, se necessario con guerre limitate, il divampare potenzialmente illimitato della peste terrorista.
    Una guerra umanitaria è una contraddizione in termini, la sua violenza genera danni assai poco umanitari. Bisogna giudicarla nei fatti. Non è una crociata del Bene, e se gli capita di camuffarsi con vesti messianiche si rovina con le proprie mani, perché il terrorismo non esiterà a rincarare la dose, accumulando mete e promesse paradisiache. La lotta antiterrorista deve essere colta “in vivo”, nei mezzi che mette in opera e nell’obiettivo che persegue. Poiché il terrorismo è una guerra contro i civili, la pratica antiterrostica deve essere al servizio dei civili, compreso lo stile dei bombardamenti, delle battaglie, delle manovre di cui si avvale. Lo si è constatato a Belgrado, a Kabul, a Baghdad. Non a Grozny, nello stesso periodo. Il falso ingenuo, che sistematicamente fa confusione, se ne infischia delle donne, dei bambini, dei civili risparmiati o meno. E discredita se stesso.

    (continua)
    saluti

  9. #9
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Esiste, da qualche parte, un superpotere che governa il pianeta? E’ quello che imprudentemente fanno pensare di sé i membri del G8, ed è quello che, per contrasto, rafforza la convinzione del militante “anti” e “per un’altra” globalizzazione, che contesta la loro gestione e si augura di sostituirle la propria, quella dei “popoli” nutriti di buone ricette. Lo stesso presupposto anima anche gli apostoli della legittimità assoluta dell’Onu, eretta a coscienza mondiale, in attesa di diventare la potenza universale di fronte agli Stati Uniti che sembrano averle scippato il ruolo. Così la vox populi è invitata, dal gran mondo, dall’antimondo e dall’altro mondo, a salire alle altezze di un Quartier Generale che, nel bene e nel male, sente di dovere dirigere l’universo nel suo insieme. Il pregiudizio politicamente corretto, comune al laudatore e al critico dell’ordine mondiale stabilito, è che questo ordine esiste e a prescriverlo è un sovrano, che decide per tutti del bene o del male di tutti.
    L’onnipotenza di un preteso sovrano assoluto – il malvagio “capitale” o le fastose e future democrazie dei popoli, di cui l’Onu, composta per tre quarti da dittature, sarebbe l’immacolato parlamento – obbliga ciascuno a dimenticarsi di sé per giudicare come Dio del governo globale degli affari umani.
    Chi giudica? Né io né te, ma una coscienza collettiva che fonde sei miliardi di terrestri.
    Una così fantasmagorica istanza permette a qualsiasi ventriloquo, più o meno diplomato, di considerare all’improvviso le proprie opinioni particolari come la voce dell’Umanità.
    Un sovrano decide tutto per tutti. Si è dovuto attendere il Ventesimo secolo perché una concezione così integrale della dittatura fosse professata ex cathedra. Carl Schmitt se ne fa portavoce, pretendendo che un tale “decisionismo” compia e coroni il “diritto delle genti” dell’Europa classica. Dalla monarchia assolutista, di cui il Leviatano di Hobbes costituisce il manifesto, fino allo Stato nazista illustrato dal Mein Kampf di Hitler, la conseguenza sarà scontata.

    Chi giudica? Colui che decide: il Sovrano, il Führer.
    Seguiamo attentamente i dottrinari sulfurei fino al punto in cui si contraddicono. Nel 1938, all’acme del suo nazismo, Carl Schmitt ripudiò il predecessore al quale fino a quel momento si era richiamato. No, Hobbes ha un bel teorizzare una monarchia autoritaria ma non va a fondo del suo progetto. Verme nella mela, un’ultima libertà di coscienza distrugge il suo edificio con “un lavoro di sabotaggio del potere statuale”. Ossia, nel gergo dell’epoca, una faglia mortale in cui si riversa il “liberalismo moderno” e lo “spirito ebraico” (ovvero Spinoza).
    Cioè: la separazione dell’esteriore e dell’interiore, del pubblico e del privato, che corrisponde già alla “convinzione generale dell’intera classe colta”.
    Formidabile rivelazione: il “sovranismo” totalitario del Ventesimo secolo non prolunga ma prende in contropiede la politica dell’Occidente moderno. Come? Stabilendo che il cittadino non giudica – “la mia coscienza è Hitler”, Goebbels dixit – mentre anche il più assolutista dei monarchi preservava per il cittadino un foro interiore, un’inalienabile facoltà d’iniziativa e di decisione, e affermava che l’uomo divenuto cittadino conserva come uomo un diritto di resistenza che non può trasmettere allo Stato e che non riceve da esso.
    Chi giudica in ultima istanza? L’individuo. Che pensa in solitudine, soffre nell’isolamento del proprio corpo e muore di una morte che nessuno può sottrargli. Un nemico, collettivo o individuale, può togliergli la vita, ma non privarlo della “sua” morte.
    All’improvviso, sottolinea Hobbes, egli farà della propria finitezza la misura di tutte le cose, comprese le decisioni dello
    Stato-Leviatano, e giudicherà il preteso giudice supremo.
    Il decisore ultimo è il semplice cittadino che si sottomette o si ribella. L’irriducibile libertà individuale, potere di sé su di sé, è il bersaglio, lo si è visto, del terrorismo contemporaneo.
    Di conseguenza, la resistenza antiterroristica dipende obbligatoriamente da una decisione, in ultima istanza, individuale e non da un sovrano statuale o sovrastatuale.

    Ma incoronare il giudizio individuale come giudizio ultimo non è forse aprire le porte all’arbitrio e all’anarchia? Sì, se il problema è decidere il meglio e imbarcarsi in una crociata del bene. No, se si tratta di resistere a un male e di scegliere i mezzi, anche violenti, di questa resistenza. L’individuo può ingannarsi a volontà in materia di felicità, e i paradisi artificiali non mancano mai, tanto che la politica occidentale disillude le fedi al punto che immaginare il paradiso diventa un affare privato. D’altra parte, essa fa dell’individuo il giudice della propria infelicità. La verità della sofferenza e della morte, più che le illusioni di una vita perfetta, orientano le decisioni fondamentali dell’esistenza.
    “La cosa migliore in politica è immaginare il peggio, quando si tratta di premunirsi e di difendersi”, afferma Leibniz, meno “ottimista” di quanto non si creda.
    L’individuo occidentale è invitato a costruire una sorta di scala del peggio. Come la scala Richter dei sismologi, che classifica i terremoti per intensità crescente, allo stesso modo l’individuo comune misura i mali con il metro dell’intensità e distruttività. Chi s’instaura giudice del proprio male può confrontare le sofferenze, gerarchizzarle e valutare l’urgenza o meno di resistere. Secondo Leibniz, “la morale stessa permette questa politica quando il male che si teme è grande, cioè quando la pretesa della sicurezza non causa mali più grandi del male”.

    Traducendo: Saddam Hussein è un pericolo, fargli la guerra è rischioso, confrontiamo i due mali dal punto di vista di chi li subisce e scegliamo il minore. Leibniz, Wolfowitz e il modesto autore di questo saggio si richiamano agli stessi criteri di giudizio. (…) Le fosse comuni spalancate a Baghdad sembrano dar loro ragione.
    Il termine “civilizzazione” fece la sua comparsa dopo il 1750, in Francia, per la penna di Mirabeau (padre), e in Inghilterra con Adam Ferguson. Il linguista distingue due modi di interpretare la parola. Può significare una situazione stabile o un processo. In entrambi i casi fa coppia con una parola contraria, che a sua volta designa uno stato (rusticità contro urbanità, villania contro cortesia, rozzezza contro civiltà) o un atto (barbarie, selvatichezza).
    L’affermazione che noi siamo, per nascita, per eredità o per naturale maturazione, “civilizzati”, nutre narcisismi, si presta al ridicolo e, ancor più grave, suscita paranoie colonialiste. Lo stato civilizzato ci proietta con l’immaginazione al vertice dell’evoluzione
    umana; la sciocca presunzione di vivere la fine della storia acceca le società che si beano nel vedersi così belle e non sanno di essere vulnerabili.
    In compenso, l’accezione dinamica - civilizzazione come atto del civilizzare – apre un insieme di compiti e implica la necessità di una strategia. Di colpo, “civilizzato” e “non civilizzato” non designano più due condizioni che riposano ciascuna in se stessa e coesistono tranquillamente (…). La civilizzazione-azione non si oppone all’assenza di civiltà ma a forze anti-civiltà che minacciano di distruggerla. Riconosciuta come la più fondamentale delle lotte condotte dall’occidente illuminato, la civilizzazione non è la pace, ma è capace di guerre. Poiché tenta di civilizzare le violenze parossistiche, essa deve controllare le guerre illimitate che minacciano le sue città. Questa necessità non è l’invenzione maligna dei “falchi di Washington”.
    Ne parlava Aristotele, e Ferguson vi riconosce il carattere essenziale dell’Europa dei Lumi:
    “Abbiamo perfezionato le leggi della guerra e i palliativi escogitati per addolcirne rigori. Abbiamo mescolato la cortesia all’arte della spada e abbiamo imparato a fare la guerra sotto le clausole dei trattati… c’è più gloria a salvare e a proteggere il vinto che a distruggerlo… Forse è questo il principale tratto grazie al quale, per le nazioni moderne, si può parlare di nazioni civilizzate o incivilite”.
    Le ricadute sono sempre possibili. La civiltà è una doppia scommessa: contro chi la nega e minaccia di annientarla e contro se stessa, troppo spesso complice della propria scomparsa. Il passato si allontana a Bangkok come a Roma, il futuro esita a Parigi come a New York, il nostro pianeta errante diventa un tutto unico. Insolita comunità di vertigini, unificata dall’angoscia di una responsabilità che non potrebbe essere più condivisa.
    Dopo Parmenide, Amleto e Hiroshima, la civiltà si risveglia e si rivela là dove s’incrociano il cammino dell’essere e quello del non essere.
    Noi siamo lì. Ovest contro Ovest.

    André Glucksmann

    (traduzione di Nicoletta Tiliacos)


    ANDRÉ GLUCKSMANN
    Il filosofo francese André Glucksmann, nato nel 1937, affianca da molti anni a un’intensa attività di saggista ed editorialista quella di “intellettuale viaggiatore” in luoghi al centro di conflitti, come l’Algeria delle stragi integraliste e la Cecenia.
    Fin dal “Discours sur la guerre” (1967), i suoi interessi si sono concentrati sul problema della violenza.
    Tra le sue opere più recenti,
    “Le Bien et le Mal” (Robert Laffont, 1997), “La Troisième mort de Dieu” (Nil, 2000) e “Dostoevskij a Manhattan”, uscito anche in Italia nel 2002 per Liberal libri e dedicato agli attentati dell’11 settembre.
    Il testo che pubblichiamo in queste pagine è tratto dal suo ultimo libro, “L’Ouest contre l’Ouest” (Plon, 212 pagine, 15 euro), uscito in Francia da pochi giorni.

    fine

    saluti

 

 

Discussioni Simili

  1. Cinismo Kobresco.
    Di Kobra nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 22
    Ultimo Messaggio: 16-01-12, 21:44
  2. Il cinismo assoluto
    Di SPYCAM nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 18-03-10, 13:00
  3. Cinismo
    Di mylos nel forum Fondoscala
    Risposte: 16
    Ultimo Messaggio: 27-02-10, 21:49
  4. Il Cinismo di una Generazione?
    Di Danny nel forum Fondoscala
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 08-04-06, 20:16
  5. Il cinismo del potere
    Di pietro nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 22-01-03, 10:12

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito