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  1. #11
    Hanno assassinato Calipari
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    "Il programma YURI il programma"
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    AL CINEMA CON L’EX BRIGATISTA ADRIANA FARANDA
    “COME E’ POSSIBILE CHE NON SIANO RIUSCITI AD ARRESTARCI?”
    “MORO LIBERO AVREBBE FATTO PIU’ DANNI CHE MORO MORTO”


    "Forse potevano prenderci. Non posso avere una certezza, ma è una domanda che oggi mi faccio. Come è possibile che non siano riusciti ad arrestarci? Nel movimento, o all'Università di Roma, molti sapevano dove eravamo, chi eravamo. I nostri contatti con la famiglia Moro erano sotto gli occhi di molti, i nostri interlocutori noti agli inquirenti". Adriana Faranda guarda la scena in cui Roberto Herlitska-Aldo Moro scrive le minute delle sue lettere, osserva i giochi di sguardi tra carceriere e prigioniero. Valuta le parole, i tic, i dettagli. E poi quasi sobbalza per la scena in cui la terrorista Maya Sansa-Annalaura Braghetti litiga con un suo amico che le parla del dilemma di una terrorista che arriva a perdere le sue certezze.


    Alla fine, quando il film è finito, scuote la testa: "Per me è bellissimo. E' incredibile come Bellocchio sia riuscito a calarsi nella nostra psicologia, nel clima di quel tempo e a scavare una verità più profonda di quella esteriore. Non mi stupisce che uno straniero possa non averlo capito: la sceneggiatura è così immersa dentro il nostro stato d'animo, che in ogni immagine racconta qualcosa, forse più agli ex brigatisti che agli altri. Lo è al punto che spiega anche a noi cose che non avevamo capito, o che abbiamo capito dopo, o che non abbiamo ancora capito nemmeno oggi. Bellocchio ha messo le Br sul lettino dello psicanalista".

    Adriana Faranda, venticinque anni dopo via Fani. Adriana Faranda davanti a Buongiono notte, il film che ha infiammato Venezia. Di quella pagina di storia italiana lei è stata protagonista. Dirigente Br di primo piano, unica a dissociarsi - con Valerio Morucci - sulla condanna a morte. Ma non per questo si sente meno in causa, al contrario: si riconosce anche lei nel meccanismo descritto dal regista.

    Non è stata facile convincerla a parlare: fino ad oggi aveva schivato tutte le richieste di intervista sul film. La conosco bene da anni, ho lavorato spesso insieme al suo compagno, Gerald Bruneau, francese, uno dei più famosi e fantasiosi fotografi che oggi lavorino in Italia. Malgrado questo, la sua riluttanza a vedere insieme Buongiorno notte era molto forte: "La brigatista in sala per il film sui brigatisti non mi pare una buona idea. E’ una scelta inopportuna". Sono tornato alla carica con una cassetta strappata alla produzione: "E se lo vedessimo a casa tua?". Ma i dubbi restavano: "Temo il clichè della frase rituale, l'ex br racconta…. Accade due o tre volte l'anno e poi ripetiamo sempre le stesse cose: stereotipate, tranquillizzanti per tutti, verità comode anche per noi". Eppure è stato proprio il film di Bellocchio a far sì che questa analisi impietosa non si ripetesse. Sono andato con una collega a Martignano, nella casetta di campagna dove la Faranda lavora discretamente, lontana dai riflettori e da Roma: fa la fotografa, si occupa di un progetto di solidarietà con l'Iraq, ha due cani enormi. Dopo il film abbiamo parlato, fino alle quattro del mattino. Adriana è diversa da molti altri ex br, e tende a raccontare le cose come le ha vissute allora.

    Spiega i suoi ragionamenti a distanza di un quarto di secolo, ma documenta sia le cose che si sono rivelate giuste che quelle sbagliate, sia le ipotesi centrate che quelle ormai inverosimili, se non deliranti. Ripercorre le decisioni più drammatiche, la dinamica del sequestro vista da "dentro", distingue l'analisi sul piano "politico", "umano" e "storico": "tre livelli: che - spiega - si sono intrecciati, ma sono sempre rimasti divisi. Non nasconde le sue zone d'ombra, proprio lei che ha fatto 15 anni di carcere senza pentirsi. Dice cose nuove rispetto a quelle che ha scritto nel suo libro, e inizia con una piccola "rivelazione" sul film.


    Bellocchio spiega che nel personaggio ispirato alla Braghetti e recitato da Maya Sansa ha messo anche cose di altri protagonisti e di sé. Ma stupisce che l’attrice abbia nel film la linea di opposizione all'esecuzione che fu tua e di Valerio Morucci. E’ una forzatura?

    "Tre anni fa Marco venne da me a chiedermi se poteva adoperare il mio libro, “Nell'anno della tigre”, scritto con Silvana Mazzocchi, come palinsesto della sua sceneggiatura, come poi ha fatto con Il prigioniero di Annalaura. Mi poneva solo una condizioni: l'assoluta liberta di scrittura. Avrebbe adoperato la formula "liberamente tratto" e pensava ad un titolo che evocasse direttamente la mia storia".

    Chissà, "Adriana F."… Eri onorata e hai risposto sì?

    "Ero turbata e ho risposto no".

    Come mai?

    "Confesso, la richiesta di assoluta libertà creativa mi spaventava: la mia storia è abbastanza drammatica e complessa in sé. E sinceramente non pensavo che potesse fare uno scavo di questo tipo. Oggi ritrovo nella sceneggiatura molti dei problemi di cui abbiamo discusso all'epoca nel lavoro di Marco. E sono colpita dalla forza del film. Tutto è semplificato, ma reso con grande efficacia. Soprattutto il nodo per me più importante".


    Quale?

    "La metafora della nostra claustrofobia. E' vero: eravamo tutti chiusi in quell'appartamento. Tutte le Br imprigionate con Moro, asfittiche, chiuse e cieche, prive di legami con il modo reale. E’ rappresentato per la prima volta, quel nostro senso di angoscia".

    Sono verosimili i dialoghi?

    "Non realistici: ma la loro scarnezza evoca bene la povertà di un dibattito chiuso nella camicia di forza dell'ideologia. E’ bellissimo quel gioco di sguardi separati dalla spioncino e imprigionati in un silenzio pregno di emozioni che allude alla ricerca di un dialogo allora impossibile".

    Un punto decisivo è il dramma di Maya Sansa-Braghetti, contraria alla condanna ma incapace di opporsi. Ma era verosimile, data la ferrea disciplina interna?

    "Nelle Br c'era una sorta di scissione. Per capire quei processi bisogna pensare cos'è la clandestinità. Io nella vita normale posso dirti, "Andiamo a Roma perchè è bello". Ma in quel contesto bisognava motivarlo sul piano di una razionale convenienza e su quello politico-dottrinario. E’ impensabile che Annalura dicesse: salviamo Moro perchè è un uomo: o si traduceva in una linea politica, oppure era come non dirlo".

    E tu come lo dicesti?

    "C'erano motivazioni che hanno senso ancora oggi e altre che si rivelarono infondate. Dicevamo che una esecuzione avrebbe autorizzato lo Stato a una rappresaglia sui detenuti, come in Germania. Lo temevo, non accadde. Poi spiegavamo che liberare Moro sarebbe stata la nostra più grande prova di forza. Citavo la convenzione di Ginevra: un conto era assassinare un "bersaglio" in azione di guerriglia, come dicevamo allora, un altro assassinare un prigioniero nutrito, lavato, vestito per due mesi".

    Non è una ricostruzione ex-post, troppo edulcorata questa?

    "Nel documento con cui siamo usciti dalla Br usiamo per la prima volta la parola "terrorismo": fece scandalo, anche nel movimento, era la parola dei nostri avversari. Ma non voglio nemmeno idealizzarci, far credere che fosse solo una logica umanitaria, la nostra: era anche un problema politico. Dicevo: partivamo per fare la guerra di classe e finiamo sequestratori. Eravamo nati per abbattere lo stato, siamo diventati come lui. Non è facile da spiegare, oggi".


    Le Br di Bellocchio vacillano nelle loro certezze dopo il messaggio del Papa, è verosimile?

    "Altro che: ricordo un impatto molto forte tra i compagni, un turbamento vero. Fu il momento in cui l'idea della condanna a morte fu maggiormente in discussione".

    Ma come? Paolo VI aveva detto: liberatelo senza contropartite, e Bellocchio immagina che fosse una formula suggerita da Andreotti...

    "Si, ma anche qui bisogna pesare le parole: il Papa si rivolgeva a noi dicendo: "Uomini" delle Br. Uomini, chiaro? Era un forte ribaltamento del lessico ufficiale, quello per cui eravamo solo assassini. Partiva da quegli stessi valori di umanità da cui ci eravamo mossi noi, prima di diventare una versione in sedicesimo dello Stato-nemico. Sarebbe bastato poco di più per far vacillare un'organizzazione che, come giustamente mostra Bellocchio, era sull'orlo del cedimento per le dinamiche che Moro aveva innescato. Anche il personaggio di Moretti-Lo Cascio ("capo" dei sequestratori, ndr.), pur nella sua feroce determinazione, dubita. E io sono convinto che sia vero, Mario era così. Bastava un gesto, anche slegato dalle nostre richieste, chessò, un cambiamento nelle condizioni di detenzione dei politici... se ci fosse stato, le persone come Annalaura avrebbero avuto la forza di opporsi, invece di vivere solo il dramma interiore che Bellocchio racconta benissimo, con l'associazione simbolica tra lettera di addio di Moro alla moglie Noretta, e le lettere dei condannati a morte della Resistenza".

    E’ credibile una brigatista che associa le SS naziste alle sue Br? Due anni dopo la stessa Braghetti che dubita ucciderà Bachelet!

    "Sì, io credo al dramma di Annalaura, la conosco. C'è quella frase, nel film, che un amico (Paolo Briguglia), le dice: "Non vuoi uccidere Moro ma non puoi opporti, non puoi chiamare la polizia, puoi solo impazzire... Questa condizione l’ho vissuta: sei un né-né, ti si rompe qualcosa dentro, ma non puoi passare dall'altra parte, tradire i tuoi compagni. Nel film il Moro di Bellocchio dice: "Anche la vostra è una religione". Verissimo, eravamo come una chiesa: e se non abiuri non esci dalla chiesa".

    Devo chiederlo in maniera più netta. Avevate pianificato il sequestro, era il vostro atto più importante: le parole di Moro potevano farvi piangere?

    "Moro aveva una sua lingua che stupì da subito Moretti. Eravamo partiti per processarlo, e non riuscivamo ad incastrarlo. Moretti ci diceva: "E' elusivo, sfugge il confronto, mi porta in giro...". Questa diversità ci scosse. Ma la lettera di Moro alla moglie fu uno choc: quella lingua bizantina diventasse improvvisamente così diretta, toccante... è una cosa che ti stupisce, e può spaccarti il cuore. Su me, su molti di noi ebbe questo effetto".

    Non era fino a poco prima il capo del Sim, il fantomatico Sistema internazionale delle multinazionali caro al brigatese?

    "Sì, ma di questo Sim non emerse traccia negli interrogatori, e il fatto ci deluse molto. Saltò fuori Gladio, che non era poca cosa. Ma non era il legame politico economico che era alla base della nostra teoria,. E invece usciva la carica umana di quest'uomo, che noi vedevamo scaricato da tutti i suoi amici, dal sistema in cui aveva creduto. Lo pensavamo l'uomo-chiave del potere, e dopo non potevamo non vederlo come vittima di quello stesso potere. Ecco perchè molto freddamente usavo l'argomentazione - politica, non umanitaria - che a quel sistema Moro libero avrebbe fatto più danni che Moro morto".

    Eri nel vertice che decise. Ma chi decise? Pare incredibile che si scelse solo in base dei resoconti di Moretti e dei carcerieri. Quale fu il meccanismo?

    "Si sondarono le colonne e seppi che la maggioranza dell'organizzazione era per l'esecuzione: non sapevo quante Annnalaura ci fossero, contrarie ma disciplinate. A Roma ci opponemmo solo in due".

    Si decise col.... "maggioritario"?

    "Se aiuta a capire... a maggioranza sì: il parere delle colonne fu unanime, ma nessuno ha mai saputo in quanti si opposero".


    La tua riflessione sul mancato arresto prende spunto da uno dei sogni della brigatista nel film, quello in cui lei e Moro stanno uscendo dalla porta di casa e la trovano piantonata da un plotone di agenti che li bloccano....

    "Immagine straordinaria. Marco rappresenta così il paradosso delle forze dell'ordine che non riuscivano trovare Moro, e che per lui non lo volevano trovare. Io oggi sono sicura che persone come Cossiga, si adoperarono al massimo delle loro possibilità. Certo, di lettere di Moro io e Valerio ne abbiamo recapitate decine. Una l'abbiamo messa persino davanti a casa di Giulio Andreotti, a Corso Vittorio Emanuele, perchè giocavano d'azzardo, perchè volevamo... "toccargli il naso". Ma i nostri destinatari erano sorvegliati, erano sempre gli stessi, il segretario di Moro e i suoi collaboratori più stretti. la procedura si ripeteva sempre... ecco, io vedo quella scena del film e penso. Come è possibile che non ci abbiano preso?".

    Lo pensavi anche allora?

    "No, non lucidamente, ci credevamo invincibili. Certo, quando incontravamo Lanfranco Pace gli facevamo fare cento giri, ma come è possibile che nessuno lo pedinasse? Prima del sequestro fecero irruzione nella mia vecchia casa dove e sapevano che ero nel direttivo, o come si chiamava. Possibile non sapessero chi fossero gli altri? Ad esempio Roberto Seghetti che non era nemmeno latitante? Certo, forse non era automatico arrivare fino a Moro, ma fino a noi sì: eravamo noi l'anello debole della struttura clandestina".

    Non ti posso non fare la domanda più importante. Ti pare possibile che Moretti potesse essere un infiltrato?

    "No".

    Ne sei così sicura? E' incredibile quanto potere ha avuto. Quanto peso ha avuto in quelle scelte...

    "Questa storia la sostiene Alberto Franceschini, ed ha una radice chiara: dividere un prima e un dopo. Le Bierre buone dei vecchi tempi e quelle cattive del sequestro. Le Br che non uccidono e quelle che non uccidono... a me pare una sciocchezza . E poi Moretti si sarebbe fatto vent'anni di carcere per custodire questo segreto? Perchè mai? Con quale contropartita? L'avessero messo fuori avrei potuto capire. No, la verità invece è una, e una sola, purtroppo: e la risposta sta nel film".

    In che senso?

    "Perchè come ti spiega Bellocchio, quel delitto è nato è cresciuto dentro le bierre: sostenuto da una logica ferrea, dentro la nostra visione del modo, il nostro modo di pensare e agire, le nostre scelte. I condizionamenti esterni ci possono essere stati e come vedi sono la prima a non escluderli. Ma nessun infiltrato da solo avrebbe potuto fare tutto questo. Moro lo abbiamo ucciso noi, mica i servizi".

    In questi anni hai mantenuto un rapporto stretto con la figlia dell'uomo che hai sequestrato, come è possibile?

    "Preferirei non parlarne troppo. Ma Maria Fida ha avuto un coraggio incredibile allacciando questo rapporto con noi quando ancora eravamo in carcere: quando veniva a trovarci subì critiche spietate, soprattutto dai familiari delle vittime della scorta".

    E se davvero Moro avesse fatto quella passeggiata da uomo libero, come volevate tu e Morucci?

    "Sarebbe stata un'altra storia. La trattativa avrebbe messo in crisi il regime che volevamo abbattere, ma anche le Br. Io di questo oggi resto convinta".

    Non ho ancora capito se, per restare nella metafora ecclesiale, Adriana Faranda sia una "convertita" o una "spretata"....

    "Spretata perché non ho più e non cerco un'altra chiesa, e quelle che vedo oggi, in giro, non mi paiono meglio. Sono riconvertita alle ragioni del dialogo. Ma sopratutto sono tornata al primato del diritto alla vita. Allora ero accecata dalle certezze, e che ora non vedo più una linea netta di demarcazione tra bene e male, dove io sto dalla parte del bene e gli altri al di là del confine".

  2. #12
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    Si , si Yury.L'Italia è piena di misteri , da piazza Fontana al caso Moro , da Ustica alle altre vicende.Ma come è che non si viene mai a capo di nulla ?.
    Scusa , eh....la Sinistra è stata al governo per 5 anni , dal 1996 al 2001.
    Stare al governo , significa anche controllo del Ministero dell'Interno , dei Servizi segreti , nonchè la possibilità di accesso a tutte le carte e documenti .
    Scusa , perchè in quegli anni la Verità non è venuta fuori ?
    Non mi dire che c'era un superpotere che comunque impediva certe cose : questa sarebbe paranoia....
    Ripeto , perchè D'Alema , Napolitano e quant'altri , non sono riusciti a far tirare fuori le carte ?
    Saluti.

  3. #13
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    In Origine Postato da Max50
    Si , si Yury.L'Italia è piena di misteri , da piazza Fontana al caso Moro , da Ustica alle altre vicende.Ma come è che non si viene mai a capo di nulla ?.
    Scusa , eh....la Sinistra è stata al governo per 5 anni , dal 1996 al 2001.
    Stare al governo , significa anche controllo del Ministero dell'Interno , dei Servizi segreti , nonchè la possibilità di accesso a tutte le carte e documenti .
    Scusa , perchè in quegli anni la Verità non è venuta fuori ?
    Non mi dire che c'era un superpotere che comunque impediva certe cose : questa sarebbe paranoia....
    Ripeto , perchè D'Alema , Napolitano e quant'altri , non sono riusciti a far tirare fuori le carte ?
    Saluti.

    Anche il PDCI (quindi una fetta di Rifndazione) poi entrò direttamente con i suoi uomini.

    Diliberto era Ministro della Giutizia.
    D'Alema ebbe, come tutti i PdC tra le mani la delega ai servizi segreti (affidata ad un uomo fidatissimo come sempre).
    Berlusconi la diede a Frattini, ora la controlla direttamente solo lui.


    Forse neppure i Servizi ne sanno più di tanto.
    Forse non fa comodo a nessuno.
    Forse neanche al paese?

  4. #14
    Hanno assassinato Calipari
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    In Origine Postato da Max50
    Si , si Yury.L'Italia è piena di misteri , da piazza Fontana al caso Moro , da Ustica alle altre vicende.Ma come è che non si viene mai a capo di nulla ?.
    Scusa , eh....la Sinistra è stata al governo per 5 anni , dal 1996 al 2001.
    Stare al governo , significa anche controllo del Ministero dell'Interno , dei Servizi segreti , nonchè la possibilità di accesso a tutte le carte e documenti .
    Scusa , perchè in quegli anni la Verità non è venuta fuori ?
    Non mi dire che c'era un superpotere che comunque impediva certe cose : questa sarebbe paranoia....
    Ripeto , perchè D'Alema , Napolitano e quant'altri , non sono riusciti a far tirare fuori le carte ?
    Saluti.
    Sono le stesse domande che faccio anche io

  5. #15
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    In Origine Postato da Max50
    Si , si Yury.L'Italia è piena di misteri , da piazza Fontana al caso Moro , da Ustica alle altre vicende.Ma come è che non si viene mai a capo di nulla ?.
    Scusa , eh....la Sinistra è stata al governo per 5 anni , dal 1996 al 2001.
    Stare al governo , significa anche controllo del Ministero dell'Interno , dei Servizi segreti , nonchè la possibilità di accesso a tutte le carte e documenti .
    Scusa , perchè in quegli anni la Verità non è venuta fuori ?
    Non mi dire che c'era un superpotere che comunque impediva certe cose : questa sarebbe paranoia....
    Ripeto , perchè D'Alema , Napolitano e quant'altri , non sono riusciti a far tirare fuori le carte ?
    Saluti.
    a parte che i "comunisti" stanno al governo dal 45 e non se ne sono mai andati,

    esistono strutture parallele a quelle statali,ovviamente non presenti nei documenti ufficiali,

    una delle prime fu la struttura segreta della "resistenza" le cui violenze servirono ad agevolare una risposta reazionaria da portella della ginestra in poi.

  6. #16
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    In Origine Postato da yurj
    Sono le stesse domande che faccio anche io
    Mi accodo, ma forse è meglio attendere qualche difensore dei sistemi "democratici" come il pasquino.

    Ai misteri.
    "Che l'uomo si concepisca come una creatura di Dio oppure come una scimmia che ha fatto carriera comporta una netta differenza nell'atteggiamento da tenere verso la realtà; nei due casi si obbedirà a imperativi interiori diversissimi."

    Arnold Gehlen

  7. #17
    Alessandra
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    Predefinito Re: Re: Re: Le stranezze del caso Moro

    In Origine Postato da Pasquin0
    fa parte di un'interessante storia complessiva delle br...

    http://robertobartali.interfree.it/Inizio.htm

    e non furono neanche bravi sia nella gestione dell'affare moro che per tutte le br, specialmente quelle nuove....
    non credo che l'autore sia il titolare del sito, agirà x conto di qualcuno...deutschland deutschland....

    'o segreto di pulcinella
    Grazie Pasqui

  8. #18
    Hanno assassinato Calipari
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    LA VITA IN CAMBIO DEL SILENZIO SUI SEGRETI DI MORO
    ALBERTO FRANCESCHINI, FONDATORE DELLE BR, VUOTA IL SACCO
    LO STRANO LIBRO-INTERVISTA DI MORETTI CON ROSSANA ROSSANDA




    La Bur Rizzoli ha mandato in libreria un interessantissimo libro-intervista, “Che cosa sono le Br” (8 euro e 50). A porre le domande ad Alberto Franceschini, fondatore delle Br, arrestato nel 1974, dissociatosi nel 1982, dopo 18 anni di carcere ora fa l’imprenditore, è Giovanni Fasanella, giornalista di Panorama, gran esperto del caso Moro per aver pubblicato presso Einaudi “Segreto di Stato” e “Il misterioso Intermediario”. Dal libro, abbiamo tratto gran parte dell’ultimo capitolo, “La pietra tombale”, che fa luce sul perché le Br non resero mai pubblici gli interrogatori di Aldo Moro (in cambio ottennero la salvezza delle loro vite); e perché Rossana Rossanda ci teneva tanto a pubblicare un libro-intervista con Mario Moretti per sottolineare che le Br erano “una storia italiana”…





    “LA PIETRA TOMBALE” – da “Che cosa sono le Br”, BUR.



    In carcere, sapevate che le Br stavano progettando il sequestro Moro?

    Assolutamente no, per noi fu una sorpresa. Nessuno di noi pensava che l’organizzazione fosse in grado di compiere un’azione di quel tipo.



    Perché sorpresa? Quando l’arrestarono a Pinerolo, lei aveva in tasca il piano per il sequestro di un politico potente, Giulio Andreotti.

    Sequestrare Andreotti allora era facilissimo, non aveva la scorta. Io lo avevo pedinato e addirittura, nella chiesa sul Lungotevere, dove andava tutte le mattine alle 7, gli avevo toccato una spalla. Moro, invece, era scortato. Conoscendo tutti i brigatisti che parteciparono al sequestro, e il loro livello militare, ancora oggi non riesco a capire come abbiano fatto. O devo pensare che la scorta di Moro fosse composta da incompetenti. Ed è improbabile. Oppure che, nel commando, c’erano personaggi tipo Francesco Marra (l’ex paracadutista del sequestro Sossi), mai identificati. Ed è possibile. Nessuno di noi, poi, aveva mai pensato a Moro come a un possibile obiettivo. Il nemico, per noi del nucleo storico, era il progetto «neogollista» incarnato dalla destra democristiana. Per cui, semmai, era quello il filone: Andreotti, Taviani, loro sì, erano obiettivi da colpire. Ma soprattutto fu sconcertante, poi, la gestione politica del sequestro: errata e assolutamente incomprensibile.






    Sconcertante, incomprensibile, lei dice. Perché?

    Le notizie che noi avevamo dall’esterno, allora, passavano soprattutto attraverso il canale degli avvocati Edoardo Arnaldi e Sergio Spazzali, due compagni dell’organizzazione assolutamente degni di fede. All’inizio ci dissero che le cose andavano benissimo, che Moro stava parlando, che aveva già rivelato retroscena importantissimi sulla strage di piazza Fontana e sulle responsabilità di Andreotti. Poi, di colpo, la situazione si rovesciò: dall’esterno si preoccuparono di farci sapere che Moro non aveva detto niente di interessante e che i compagni temevano di essere scoperti, perciò erano costretti a chiudere la vicenda al più presto.


    Ricorda se quel brusco cambiamento coincise con un qualche evento particolare?

    Le cose cambiarono dopo la scoperta del covo in via Gradoli: si passò improvvisamente e incomprensibilmente dall’euforia alla depressione più nera.






    Secondo una delle ricostruzioni più recenti, quella dell’ex presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino, via Gradoli costituì un punto di svolta. Moro stava rivelando segreti militari sensibili ai suoi carcerieri perché voleva costringere lo Stato a trattare per la sua liberazione.

    Proprio come aveva fatto Sossi con noi. Anche Moro aveva capito che era ormai spacciato e che poteva tentare di salvarsi giocando l’unica carta che aveva: i segreti.



    E da quel momento, infatti, una vicenda «italiana» si trasformò in un caso internazionale, entrarono in gioco poteri assai più forti della politica e dei governi e iniziò una complessa trattativa per salvare Moro, ma soprattutto per proteggere i segreti che stava rivelando. La scoperta del covo di via Gradoli fu in qualche modo pilotata da Moretti per indurre uno stato d’animo nell’organizzazione: quello che lei ha appena descritto.

    E cioè, Moro non ha detto niente di interessante, siamo in pericolo, dobbiamo chiudere la vicenda al più presto... Sì, è credibile questa ricostruzione. Ma noi, allora, non potevamo sapere e rimanemmo sconcertati. Tant’è che, a quelli fuori, mandammo a dire: guardate, se la situazione è questa, non chiedete la nostra liberazione in cambio della vita di Moro. Facemmo arrivare questo messaggio anche perché non credevamo alla possibilità di uscire dalla galera con uno scambio. Attraverso l’avvocato Giannino Guiso eravamo in contatto direttamente con Craxi. E Craxi ci aveva fatto avere questo messaggio: «Non crediate di uscire salvi da questa situazione.

    Anche se riuscite a farvi mettere su un aereo per andare all’estero, hanno organizzato un gruppo speciale con il mandato di uccidervi tutti appena l’aereo tocca terra. L’unica possibilità che avete è di mettere in piedi una qualche trattativa».

    ….

    Torniamo alle carte di Moro. Dunque, a Firenze qualcuno le aveva suddivise e poi le aveva consegnate ad Azzolini, dicendogli quale parte nascondere e quale, invece, dare da leggere alla Mantovani.

    Questo è il punto. Mentre i brigatisti fuori dicevano a noi che Moro non aveva detto niente di interessante, a Firenze invece qualcuno era perfettamente in grado di capire l’importanza delle dichiarazioni di Moro, tanto da decidere quali erano le carte da far ritrovare a Dalla Chiesa e quali no. E se qualcuno era in grado di comprendere l’importanza delle dichiarazioni di Moro, era anche in grado di utilizzarle in una trattativa occulta.



    È per questo, dunque, che a voi dicevano che Moro non aveva parlato: perché non potevano o non volevano utilizzare pubblicamente le sue carte?

    Evidentemente sì. Eravamo sconcertati di fronte all’inerzia politica dell’organizzazione. Noi insistevamo perché facessero un bilancio politico dell’operazione Moro, ma da fuori non avevamo risposte e l’organizzazione sembrava allo sbando.

    A un certo punto arrivarono a chiedere a noi in carcere di assumerci il compito di trarre un bilancio complessivo dell’operazione Moro. E, infatti, il documento della direzione strategica che fa un bilancio politico del sequestro Moro fu scritto da Curcio nel carcere di Termini Imerese nel gennaio 1979 e poi discusso con noi prigionieri all’Asinara.






    Certo, oggi la dinamica della vicenda Moro è più facile da decifrare. Ma allora, in carcere, avevate comunque percepito che le carte del «processo» avevano una certa importanza? O no?

    Si percepiva chiaramente un’inquietudine legata alle carte di Moro. E non solo dal versante brigatista. Le racconto un episodio su Francis Turatello, il gangster milanese. Nel 1980, poco prima che lo uccidessero, eravamo nello stesso carcere, a Nuoro. Non avevo mai avuto con lui rapporti particolarmente affettuosi, ma non ci eravamo nemmeno mai fatti la guerra: ci limitavamo a osservarci e controllarci reciprocamente, a distanza. Anche perché lui era un nazista, portava sempre appesa al collo una svastica d’oro tempestata di diamanti.

    Turatello era inquieto, turbato, mi girava intorno con l’aria di chi voleva fare amicizia. E un giorno mi disse che voleva parlarmi e mi raccontò un paio di episodi che io allora non capii subito.



    Episodi legati alle carte di Moro?

    Sì, avevano a che fare con Moro. Mi disse: io vi ho salvato la vita. E mi raccontò che il suo avvocato, tale Formisano, un esponente del Msi a suo dire legato ai Servizi segreti, era andato da lui e gli aveva proposto di organizzare in carcere dei nuclei di picciotti per assassinare quei brigatisti rossi che erano nella lista dei detenuti da liberare in cambio di Moro. I killer, per il loro lavoro, avrebbero percepito anche uno stipendio mensile di 2-300 mila lire. Turatello mi disse: io mi sono rifiutato, perché, anche se sono di destra, voi siete dei bravi ragazzi e non farò mai una cosa del genere. All’inizio pensai che la sua fosse una smargiassata, che volesse farmi sentire in debito per creare un rapporto di dipendenza nei suoi confronti. Ma alcuni anni dopo, la storia è venuta fuori attraverso i racconti dai pentiti di mafia: Tanino Costa, uno dei boss di Messina, disse ai giudici le stesse cose che Turatello aveva confidato a me.



    Qual è il secondo episodio che le raccontò Turatello?

    Era legato proprio alle carte di Moro. Continuava a ripetermi, con il tono allusivo tipico dei mafiosi: e poi tu lo sai benissimo perché sono finito in punizione a Nuoro, sai quella storia delle carte di Moro... Io non ne sapevo nulla, non capivo e non potevo fargli nemmeno troppe domande, perché avevo imparato che con certi personaggi non si può essere troppo curiosi. Venti giorni dopo, Turatello venne massacrato in modo orrendo dai suoi stessi scagnozzi.






    E lei non ha mai saputo che cosa voleva comunicarle?

    L’ho scoperto molto tempo dopo, leggendo il libro di memorie di un maresciallo del carcere di Cuneo, Angelo Incandela. Il quale racconta che una sera Dalla Chiesa andò da lui con Mino Pecorelli. Il giornalista di «Osservatorio politico» disse al maresciallo che stavano per arrivare in carcere carte destinate a Turatello, che allora era detenuto a Cuneo. E spiegò anche che si trattava degli originali del memoriale Moro, che Turatello intendeva utilizzare per ricattare qualcuno. Incandela avrebbe dovuto intercettarle e consegnarle a Dalla Chiesa. Le carte arrivarono e Incandela fece esattamente come gli aveva chiesto Pecorelli. Quanto a Turatello, per punizione fu trasferito prima a Pianosa e poi a Nuoro.



    L’episodio di Turatello è un’altra conferma dell’importanza di quelle carte. Se i brigatisti trattarono, che cosa ebbero in cambio del silenzio sui segreti di Moro?

    Immediatamente la salvezza della vita. Perché, di fatto, i brigatisti poterono tenere Moro per 55 giorni, ucciderlo, lasciarlo in pieno centro e andarsene indisturbati. Successivamente, l’impunità. La trattativa io l’ho vista proseguire in carcere. Ho visto molti brigatisti coinvolti nel sequestro Moro affermare alcune cose e rimangiarsele dopo aver avuto colloqui con Remigio Cavedon, allora direttore del quotidiano Dc «Il Popolo» e uomo di fiducia di Flaminio Piccoli.

    Cavedon ci provò anche con me, dicendomi chiaramente: «Non dire nulla pubblicamente di quello che sai, dei tuoi dubbi. Scrivilo e fammelo avere. In cambio vi daremo l’amnistia ». Io rifiutai, ma molti altri, primo fra tutti Morucci, accettarono di buon grado. Tant’è che poi, in una lettera riservata all’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, fece il nome di Alessio Casimirri, indicandolo come uno dei brigatisti che agirono in via Fani. Prima, quel nome, Morucci non lo aveva mai rivelato ai magistrati inquirenti. E soltanto 20 giorni dopo aver ricevuto la sua lettera, Cossiga decise di inviarla al magistrato competente.



    Ma perché volevano che raccontaste tutto a loro e riservatamente?

    Evidentemente perché avevano la necessità di mantenere un controllo assoluto sulle informazioni relative al sequestro Moro. Come dice il senatore Pellegrino, ci sono aspetti di quella vicenda che sono ancora «indicibili».



    Qual è, secondo lei, l’area di «indicibilità»?

    Certamente l’Hyperion. Tant’è che ogni volta che le inchieste giudiziarie sono arrivate a Hyperion, o sono state bruciate da fughe di notizie pilotate in Italia, o si sono arenate per mancanza di collaborazione da parte dei Servizi segreti francesi.



    Lei sostiene che i francesi sabotarono le inchieste italiane su Hyperion: che elementi ha per affermare una cosa del genere?

    Non lo dico io, ma il generale Dalla Chiesa alla Commissione parlamentare d’inchiesta sull’assassinio di Aldo Moro, nel febbraio 1982, pochi mesi prima che lo ammazzassero: «Il fatto è che non abbiamo molta collaborazione da parte francese e lo ha potuto sperimentare anche il dottor Calogero

    [...]. Il Mulinaris era uno al quale Moretti faceva capo spesso e non solo a Udine ma anche a Parigi [...] per l’Hyperion avremmo bisogno di una collaborazione attiva da parte della gendarmeria francese, degli organi di sicurezza francesi, cosa che non hanno alcuna intenzione di fare».

    Parigi, come ho cercato di spiegare finora, è fondamentale per la sopravvivenza delle Br. Tant’è che, quando nel 1981 arrestano Moretti, i vari tronconi in cui si erano spaccate le Brigate rosse dopo l’assassinio di Moro, la prima cosa di cui si preoccupano è ristabilire i contatti con Parigi. I rapporti con la Francia, infatti, li aveva mantenuti sempre e solo Moretti, l’unico che aveva anche il numero di telefono giusto, quello di un certo «Louis», che parlava italiano.



    Chi era?

    Vanni Mulinaris, come ha dichiarato Savasta. Il suo numero di telefono, Moretti non l’aveva scritto, l’aveva imparato a memoria. Per cui, quando lo arrestano, quelli fuori non sanno più come collegarsi con Parigi.



    Ma, alla fine, quel numero di telefono parigino, qualcuno lo ritrova o no?

    Sì, il criminologo fiorentino Giovanni Senzani, tramite lo stesso Moretti e Fulvia Miglietta, militante della colonna genovese che intanto era latitante a Parigi. Lo rivela il pentito Roberto Buzzati al giudice istruttore romano Rosario Priore.

    Ecco il suo racconto: «I contatti internazionali delle Brigate rosse si erano interrotti con l’arresto di Moretti, che era quello che se ne occupava. Senzani, sia attraverso di lui, che attraverso la Miglietta, li aveva ristabiliti tutti [...]. Questa cosa era un altro punto a nostro favore, in quanto il «centro» era riuscito a mantenere solo un contatto con alcuni superstiti con la Raf tedesca».



    Senzani ritrova il numero parigino e prende il posto di Moretti nei rapporti con Hyperion. Ma Hyperion, che cos’era: soltanto un’istanza superiore delle Br, o qualcosa di più complesso?

    Si può ricavare una risposta a questa domanda leggendo gli appunti trovati in tasca a Senzani al momento dell’arresto, avvenuto a Roma il 9 gennaio 1982, proprio mentre stava per sequestrare Cesare Romiti, allora amministratore delegato della Fiat. È uno scritto di suo pugno, il verbale di una riunione a Parigi che svela l’orizzonte dentro cui si muoveva Hyperion. A Parigi si discuteva di geopolitica, dei grandi giochi dell’Est e dell’Ovest, innanzitutto sulla scacchiera europea e mediterranea. E dei grandi giocatori. Non solo Urss e Usa, ma anche, per fare un esempio, un asse socialista franco-austriaco, un «terzo giocatore, l’asse Mitterrand-Kreisky per il controllo politico del Medio Oriente». Parlavano dei grandi giochi e degli strumenti utilizzati, in primo luogo i Servizi segreti: «È chiaro che R. ha interesse oggettivo all’O. e per come si muove potrebbe avere un uomo nell’O [...]. I Servizi segreti R. li ha in tutti i m. r. [movimenti rivoluzionari] europei – anche Raf, ultima operazione Nato è loro ma politicamente guidata da Servizi segreti di R. che ha fornito sicuramente (ma indirettamente) le notizie». Dal contesto mi sembra chiaro che con R. si intenda la Russia, e con O. l’Organizzazione, cioè le Brigate rosse. Anche da questi pochi appunti si capisce a che livello si muovevano gli uomini di Hyperion e perché dovevano essere assolutamente protetti.



    Solo attraverso il sabotaggio delle inchieste giudiziarie, come denunciava Dalla Chiesa? Oppure, secondo lei, sono state messe in campo altre forme di protezione? Le pongo questa domanda perché colpisce il fuoco di sbarramento che da più parti viene subito alzato ogni volta che la ricerca della verità prende certe direzioni, come quella parigina.

    Sono sempre più convinto che Hyperion sia stato protetto anche attraverso la costruzione di una verità ufficiale. L’esempio più clamoroso, da questo punto di vista, è il libro-intervista di Moretti con Rossana Rossanda e la giornalista Carla Mosca, Brigate rosse: una storia italiana. Attorno a quel libro hanno costruito una vera e propria operazione politica, il cui senso è chiaro sin dal titolo: le Br sono un fenomeno assolutamente autoctono, italiano, tutto interno alla tradizione culturale della sinistra. Ogni altra interpretazione è semplicemente «dietrologia».



    E non è vero che le Br sono il prodotto di quella cultura e di quella tradizione? L’ha detto lei stesso proprio all’inizio di questa intervista.

    Certo che è vero. Del resto, chi può saperlo meglio di me che provengo dal Pci e sono stato uno dei fondatori delle Br? Ma questa è solo una metà della mela. Dell’altra metà, finora si sono visti solo alcuni labili contorni. In quell’intervista, Moretti si preoccupa costantemente di tagliare ogni filo che possa condurre a Parigi. Lo fa andando spesso non solo contro la logica e il buon senso, ma persino contro le dichiarazioni estremamente chiare e precise di molti testimoni e pentiti. La Rossanda, sin dalla Prefazione, avalla apertamente la ricostruzione di Moretti, nobilitandola con il proprio prestigio. E questo francamente mi risulta difficile da comprendere.



    Perché si stupisce? Fu proprio la Rossanda a indicare le radici delle Br nell’«album di famiglia» della sinistra italiana. E la ricostruzione di Moretti le dà ragione.

    Anch’io le do ragione, questo è un merito che indubbiamente le va riconosciuto. Ma la Rossanda, sposando le tesi di Moretti, ha anche la responsabilità di aver avallato una verità monca. Qualsiasi persona dotata, non dico di coraggio civile, ma semplicemente di buon senso, si porrebbe mille domande sulla grande tragedia che abbiamo vissuto. Lei, invece, è partita bene con la storia dell’«album di famiglia», ma poi si è fermata di fronte alla verità di Moretti: lì ha smesso di esercitare la sua intelligenza critica.



    Se è così convinto di quello che dice, come spiega allora l’avallo della Rossanda all’operazione di Moretti?

    Francamente non lo so, ripeto: mi è difficile comprendere. Il libro-intervista venne pubblicato per la prima volta nel 1994 da Anabasi, una casa editrice dalla vita effimera, aperta e chiusa nell’arco di tre anni: praticamente pubblicò Brigate rosse: una storia italiana e poco altro. E sa chi era il suo fondatore?



    No, me lo dica lei.

    Ne abbiamo già parlato nel corso di questa intervista: Sandro D’Alessandro, uno degli uomini più fidati di Corrado Simioni.



    È sicuro di quello che dice?

    Guardi qui, sono ritagli di giornali dei primi anni Novanta, «Panorama», «la Repubblica»... Che cosa c’è scritto? Che Sandro D’Alessandro, ex uomo di vertice alla Feltrinelli, è il fondatore della casa editrice Anabasi.



    Ma il Sandro D’Alessandro di Anabasi è la stessa persona che frequentava Simioni? Non potrebbe trattarsi di un caso di omonimia?

    Quando nel 1983 Mastelloni lo interrogò, Sandro D’Alessandro dichiarò che era appena entrato alla Feltrinelli. Di recente, navigando su Internet, mi sono imbattuto nel Catalogo storico pubblicato nel 1985, in occasione del trentesimo anno di vita della casa editrice. Si parla di «Sandro D’Alessandro, entrato nel 1983 e dal 1986, dopo la morte prematura di Franco Occhetto, direttore editoriale». Già questo dovrebbe bastare. Comunque, per tagliare la testa al toro, in quello stesso catalogo c’è una sua fotografia: le assicuro che è la stessa persona che ho conosciuto nella comune di Simioni.







    Franceschini, lei si riferisce a rapporti tra Simioni e D’Alessandro che risalgono al 1970. Che cosa le fa pensare che il loro legame abbia resistito anche in seguito? Le persone cambiano nel corso degli anni.

    D’Alessandro, per sua stessa ammissione, è rimasto in contatto con Simioni almeno fino al Natale del 1978, quando andò a trovarlo a Parigi. Tenga poi presente che, durante l’interrogatorio, Mastelloni lo fece arrestare per reticenza, perché si ostinava a proteggere i suoi amici parigini. La caratteristica del gruppo di Simioni è proprio la longevità delle relazioni nate al suo interno. Aspetto che, del resto, ha incuriosito moltissimo proprio gli inquirenti italiani che si sono recati in Francia e diversi magistrati. È infatti una rete di almeno una trentina di persone che sono state insieme per anni, vivendo i loro rapporti sempre all’interno dello stesso gruppo, quasi come una setta.

    Credo che non sia facile trovare persone che hanno attraversato la drammatica complessità degli anni Settanta rimanendo insieme, in un rapporto strettissimo di protezione reciproca.

    Dev’esserci qualcosa di estremamente importante a legare il tutto.


    Dagospia 10 Maggio 2004

 

 
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