Il Prof. Giacinto Auriti ed il Prof. Francesco Cianciarelli, da anni hanno accettato una sfida dal sapore vagamente "crociato": far accertare l’illegittimità dell’attuale sistema di produzione monetaria che indebita i Popoli all’atto della creazione della moneta e, conseguentemente, predisporre un’intelaiatura giuridico-economica che attribuisca al Popolo la proprietà della stessa sin dall’atto dell’emissione.

L’idea dei SIMEC, ossia Simboli Econometrici, è tanto semplice nella sostanza quanto rivoluzionaria nella applicazione. Essa prende le mosse dalla teoria del "valore indotto della moneta" (crea valore chi accetta la moneta come mezzo di scambio e non chi la stampa o la emette, per rendersene conto Auriti ama ricordare l'esempio di un banchiere che stampa banconote in un'isola deserta; fino a che non ci sarà il primo prenditore il valore della moneta non nascerà) e da una esperienza similare proveniente da un paese di 40 mila abitanti, Itaca nello Stato di New York (USA). Un giornalista, tale Paul Grove, ha inventato l’hour, una moneta locale d’accredito alternativa al dollaro, capace di creare - con l’assenso delle Federal Reserve Banks - un movimento pari a circa due milioni di dollari. Pertanto sulla scia di queste confortanti ed incoraggianti premesse e con il parere favorevole di legittimità rilasciato dal Procuratore Generale della Corte d’Appello d’Abruzzo, Bruno Tarquini, è stato possibile coinvolgere ben 90 comuni abruzzesi, ivi compresi i quattro comuni capoluogo di provincia, nella stipulazione di una convenzione, ai sensi dell’art. 24 e ss. della Legge 142/90 in tema di autonomie locali, per lo svolgimento coordinato del servizio socioeconomico di erogazione dei Simboli Econometrici in caso di emergenza monetaria.

Vediamo nella sostanza di cosa si tratta. Ai sensi dell’art. 9 co. 1 della 142/90, spettano ai Comuni tutte le funzioni amministrative che riguardano la popolazione ed i territori comunali specificatamente nei settori organici dei servizi sociali e dello sviluppo economico, nonché ai sensi del successivo co. 2 dello stesso articolo i Comuni, per l’esercizio delle loro funzioni in ambiti territoriali adeguati, adottano forme di cooperazione fra di essi o con le Province; inoltre l’art. 24 della medesima legge, ai commi 1 e 2, dispone che: "Al fine di svolgere in modo coordinato funzioni e servizi determinati, i Comuni e le Province possono stipulare tra loro apposite convenzioni. Le convenzioni debbono stabilire i fini, la durata, le forme di consultazione degli enti contraenti, i loro rapporti finanziari ed i reciproci obblighi e garanzia".

Accertato allo stesso tempo che i rischi di crisi monetarie non sono più soltanto una remota evenienza, così come evidenziato e paventato dallo stesso governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, si rende non più procrastinabile l’attuazione di un piano di salvataggio, in presenza di tali difficoltà. Quindi, attraverso la stipulazione della convenzione, è previsto che ciascun Comune aderente all’iniziativa si impegni a trasmettere - con cadenza periodica al Comune capofila - tutti i dati utili (demografici, socioeconomici, ecc.) ai fini dell’individuazione delle necessità vitali e produttive delle popolazioni locali. Dopodiché il Comune capofila provvede a far stampare a costo zero (o al minimo costo possibile) i SIMEC ed a distribuirli ai Comuni aderenti alla convenzione in proporzione al numero degli abitanti residenti in ciascuno di essi ed in funzione delle necessità stabilite in base ai dati forniti precedentemente. La cosa rilevante da sottolineare è che i SIMEC - in ogni caso - non sostituiscono la moneta corrente, ma fungono semplicemente da strumenti di misurazione del valore economico da utilizzare in caso di emergenza monetaria, analoghi alle cosiddette "carte annonarie"; onde per cui, non essendo sostituti della moneta, non possono essere prestati ad interesse, né all’atto dell’emissione, né durante la loro circolazione. Inoltre - ed è questa la fondamentale differenza rispetto alla moneta-debito oggi in circolazione prestata agli Stati dalle Banche Centrali - i SIMEC sono attribuiti in proprietà, all’atto della loro emissione, ai cittadini residenti nel territorio dei Comuni aderenti. Per poter far ciò, è indispensabile che ogni Comune assegni a ciascun cittadino, un Codice dei Redditi Sociali (C.R.S.), simile al codice fiscale, mediante il quale gli viene accreditato un vero e proprio potere d’acquisto formalizzato con i SIMEC.

Contestualmente alla distribuzione della quota dei SIMEC spettante a ciascun cittadino, vien fatto sottoscrivere allo stesso un atto formale che lo impegna ad utilizzare e ad accettare i Simboli Econometrici quali mezzi di pagamento in occasione di una eventuale crisi monetaria. In ogni caso, l’accettazione e/o l’utilizzazione di fatto degli stessi, sostituisce – poiché comportamento concludente - la sottoscrizione dell’atto di cui sopra. Infine quando i prezzi tendono a coincidere con i costi di produzione, (tendenza da rilevarsi a cura del Comune capofila) cesserà ogni erogazione e distribuzione dei SIMEC.

Con questo provvedimento si conseguono contemporaneamente tre risultati considerevoli:

1) si procede all’emissione di un "simbolo monetario" che misura il valore economico dei beni il quale risulta essere, sin dall’atto dell’emissione (che avviene a cura di una sorta di Assessorato al Tesoro del Comune capofila), di proprietà dei cittadini, risolvendo incontrovertibilmente il dilemma circa la proprietà della moneta;

2) si stampano tali Simboli Econometrici a costo zero o, in ogni caso al minor costo possibile accreditandoli a ciascun cittadino in funzione dei suoi bisogni e delle proprie necessità. Viene, quindi, completamente ribaltato l’attuale meccanismo che produce l’insostenibile indebitamento degli Stati moderni, in base al quale la Banca Centrale "su di un pezzo di carta che costa 30, ci stampa 100 mila e scrive: pagabili a vista al portatore" alla stessa stregua di una cambiale. Con il paradosso che, la Banca Centrale pur non essendo la proprietaria della cartamoneta in circolazione, la presta allo Stato contravvenendo un elementare principio secondo cui prestare è una prerogativa esclusiva del proprietario;

3) si commisura e si modula l’incremento del Prodotto Interno Lordo locale all’incremento dell’erogazione dei SIMEC evitando (o attenuando sensibilmente) le tensioni inflazionistiche (o crisi deflattive) annullando la circostanza attuale secondo cui l’incremento del PIL anziché determinare aumento di ricchezza, produce la dilatazione abnorme ed ingiustificata del Debito Pubblico.

Si comprende benissimo, a questo punto, come il radicale e rivoluzionario "esperimento" (ma fino ad un certo punto) dei SIMEC, si pone come un colpo di maglio inferto all’ortodossia più restia ai cambiamenti e come una pietra lanciata nello stagno della Politica Monetaria. E non possono essere sicuramente accolte le critiche del dirigente dell’Ufficio del Tesoro dell’Aquila, Francesco De Matteis che bolla in maniera sbrigativa l’intera vicenda come "una iniziativa folkloristica" argomentando, tra l’altro, che "questo tipo di titolo di credito non è legale. Teoricamente potrebbero essere utilizzati in un rapporto privato, per esempio all’interno di un’azienda. Ma tutto si basa sulla fiducia fra chi li riceve e chi li dà.(...) Solo lo Stato può emettere moneta. Per il resto si tratta di iniziative folkloristiche ed illegali"

Il pericolo è quello già richiamato dall’Enciclica Centesimus Annus (1991) di S. S. Giovanni Paolo II secondo la quale "... c’è il rischio che si diffonda un’ideologia radicale di tipo capitalistico, la quale rifiuta perfino di prendere in considerazione questi problemi, ritenendo a priori condannato all’insuccesso ogni tentativo di affrontarli, e ne affida fideisticamente la soluzione al libero sviluppo delle forze di mercato".

Ed infatti è proprio questo atteggiamento di "apatia collettiva e di nichilismo allo stato puro" che non permette neppure di discutere delle problematiche legate ad una corretta e "giusta" creazione ed emissione monetaria; atteggiamento che conduce, inevitabilmente, al mantenimento dello status quo, di modo che, quel comportamento di tipo fideistico richiamato dall’Enciclica, si dimostri il vero trionfatore.

Tuttavia segnali incoraggianti di cambiamenti di rotta sembrano delinearsi con forza all’orizzonte ed interventi non più sporadici e provenienti da ambienti economici "autorevoli", lasciano ben sperare per il futuro. La chiave di volta dell’intera questione, però, è rappresentata unicamente dalla capacità di comprendere la reale posta in gioco e l’effettivo dato del problema: uno Stato che non possiede la capacità di spesa poiché privato della possibilità di emettere moneta, è uno Stato che non assicura la prosperità e la tranquillità delle presenti e future generazioni, poiché le sue decisioni saranno inevitabilmente assunte sulla base degli interessi di quegli organismi e potentati economico-finanziari che effettivamente detengono le leve del potere monetario.