La Destra e La “lezione” del Novecento
Dal “Secolo d’Italia” del 18 settembre 2003

Caro Direttore, di ritorno dal vertice Wto di Cancun, ancora prima di approfondire le nostre analisi sul futuro ruolo dell’Europa nella globalizzazione, sono obbligato a volgere lo sguardo verso il passato.

Devo farlo perché il presidente del Consiglio con le sue disinvolte interviste ha finito per aprire un improbabile dibattito su chi fosse più “cattivo” tra Saddam Hussein e Benito Mussolini. E il sottoscritto, per una catena di equivoci rimbalzati da un continente all’altro, si è trovato malamente coinvolto in questo dibattito, al punto da apparire come un “primo della classe” in vena di dare lezioni di antifascismo allo stesso premier.

Quindi è necessario un chiarimento, perché nei difficili percorsi che ci hanno portato dalla militanza nelle sezioni del Msi ai banchi del governo repubblicano, un filo rosso di coerenza abbiamo sempre cercato di mantenerlo, non solo per ragioni di stile, ma soprattutto per non perdere mai la consapevolezza del rapporto tra le dinamiche storiche e i valori della Destra.

In questo rapporto, il ruolo politico e culturale del Fascismo e la vicenda personale di Benito Mussolini non possono essere né rimossi né sottovalutati. Mussolini non fu — cominciamo da questo distinguo che, a quanto pare, non sembra così scontato un dittatore mediorientale di una società in ritardo di sviluppo, ma una grossa personalità politica dell’epoca dei totalitarismi europei. Un’epoca in cui il travaglio storico ed ideologico portò, prima la Sinistra e poi la Destra in stretto rapporto dialettico, ad imboccare la strada, tanto potente quanto devastante per i valori umani, del modello totalitario.

Il Fascismo non raggiunse mai i livelli di durezza dello Stalinismo e del Nazismo, attenuò il suo totalitarismo con molteplici e feconde intuizioni comunitarie e sociali, ma non ebbe la forza politica, militare e morale per non farsi progressivamente trascinare nelle derive tragiche dell’esempio tedesco. Indubbiamente l’adozione delle leggi razziali del 1938 e l’incauta entrata nel secondo conflitto mondiale sono i paradigmi di questo terribile cedimento, di cui è più importante capire la necessità politica che le responsabilità personali. Anche a sinistra, generosi tentativi di costruire “comunismi dal volto umano” sono stati riassorbiti dalla forza politica del socialismo reale e dalla seduzione ideologica della “dittatura del proletariato”.

La lezione, che sta alla base del rifiuto di ogni forma di totalitarismo, è che ogni qual volta un progetto politico si allontana, anche parzialmente, dai valori del rispetto della persona umana, della libertà e della democrazia, le dinamiche che si innestano sono tali da travolgere ogni limite, ogni nobile motivazione, ogni “fine che giustifica i mezzi”.

Conciliare i progetti politici e le finalità storiche con il rispetto dell’Uomo, nella sua concretezza individuale e comunitaria, nei suoi bisogni e nelle sue libertà, è molto più faticoso e complicato, molto meno estetico ed inebriante, ma è la strada attraverso la quale la Destra trae i suoi valori dalla Tradizione e li proietta nella modernità, nel radicamento comunitario della democrazia, in una partecipazione e in una socialità autentiche e vissute.

La Destra italiana questa strada la riprese nel 1946 quando i fondatori del Movimento Sociale scelsero, tra mille polemiche e accuse di “tradimento” da parte degli intransigenti, la via della competizione democratica contro ogni tentazione di avventurismo extraparlamentare.

L’ha completata con la nascita di Alleanza nazionale, dove la scelta democratica non è stata solo di metodo, ma anche di valori e di dottrina. In questa lezione storica e morale che attraversa tutto il Novecento, si colloca la vicenda umana e politica di Mussolini. Una vicenda che, come tu stesso hai scritto nell’articolo di fondo del 13 settembre scorso, deve essere rispettata, liberandola dalle facili demonizzazioni e dalle polemiche politiche di basso profilo.

Non solo perché “il Duce” fu il simbolo di un’epoca tragica, di un senso di fedeltà per cui si sono sacrificati una moltitudine di giovani in buona fede, tanti nostri nonni, tanti nostri padri e anche molti nostri fratelli.
Ma soprattutto perché l’uomo Benito Mussolini, i suoi errori e le sue colpe li ha duramente pagati, con una fucilazione senza processo e con lo scempio di Piazzale Loreto.

Il nostro debito con le luci e le ombre del secolo passato lo dobbiamo saldare lavorando per costruire quella “nuova Italia” — fatta di valori, di appartenenza comunitaria, di grandi tensioni ideali — che è stato il vero e grande sogno di tante generazioni di giovani militanti.
Questo mi sentivo di dover dire e ti ringrazio di avermelo permesso nella sede più appropriata, quella del Secolo d’Italia.

GIANNI ALEMANNO