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  1. #1
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    Predefinito Le «impreviste» Trappole Irachene

    LE «IMPREVISTE» TRAPPOLE IRACHENE



    Maurizio Blondet da L' Avvenire 21 09 03

    «Questa è guerriglia ben coordinata, pianificata, con personale addestrato», testimonia Robert Fisk. Inviato in Iraq del britannico Independent, Fisk è tornato da Khaldiya - la cittadina cento chilometri ad ovest di Baghdad dove ben tre attentati contro le truppe Usa si sono verificati in poche ore - l'altra sera col buio. Ha lasciato là soldati americani che lanciavano bengala e sparavano traccianti rosse nella notte. Tornato nella capitale, Robert ha dovuto scrivere un pezzo sull'incidente capitato al nostro diplomatico Pietro Cordone, il cui interprete è stato ucciso da soldati Usa; e subito dopo un altro pezzo sull'attentato che ha ridotto in fin di vita la signora Akila Al Hachimi, membro del governo provvisorio insediato dagli americani.
    Non c'è bisogno di essere giornalisti esperti come Robert Fisk, per intuire cosa ciò significa. La violenza irachena, che pareva occasionale, confusa e "opportunista" nelle prime settimane, sta dimostrando una lucidità strategica crescente.
    È l'armata americana che appare penosamente in difficoltà, esposta alle trappole quasi quotidiane che portano via due tre soldati alla volta. Soldati che poi sparano per paura sull'auto diplomatica italiana, sicuramente segnalata da bandiere, perché superava il loro convoglio e poteva essere un'auto-bomba. O mitragliano un matrimonio, uccidendo decine di invitati perché sparavano in aria. Da poche sere soltanto non si vedono più in pattuglia notturna i gipponi americani, gli Humvee, ripetuto zimbello dei lanciagranate, e la truppa Usa gira sui carri armati Abrams.
    Solo quattro mesi fa Bush proclamò la vittoria. Fu facile, con i mezzi aerei e i congegni elettronici di puntamento infallibili nel tiro a distanza. Ma sul terreno, cominciava un'altra guerra ignota in Usa. Gli arabi la conoscono da sempre: il colpo alla schiena del kafir, l'infedele, l'agguato audace, il disprezzo della morte. Una fama storica di guerrieri - guerrieri a questo modo - accompagna gli irache ni; forse il Pentagono non ha letto quella lezione.
    Inutile provare a capire chi c'è dietro gli attacchi sempre più precisi, frequenti e letali: l'Iraq è luogo di caccia libera di infiniti gruppi e servizi, provocatori e terroristi d'ogni colore, e forse nemmeno tutti orientali. Il caos attrae i suoi perpetuatori, come la piaga le mosche più infette. Una cosa è evidente però: dietro questa violenza c'è un progetto, c'è una mente militare di tutto rispetto. Il pericolo, per gli americani, è di non incutere quel rispetto. Di cessare, a poco a poco, perfino di far paura.
    O peggio, di dover ricorrere - per far paura - ai metodi che a un certo punto i comandi giudicheranno inevitabili, quando il popolo "liberato" si comporta da "occupato". Metodi che Israele già inevitabilmente usa, pagando un prezzo morale molto alto. Il Pentagono, si dice, sta studiando La Battaglia di Algeri, celebre film di Pontecorvo: tristo successo repressivo e militare che non sventò l'indipendenza dell'Algeria, ma da cui l'armata francese uscì disonorata, un veleno nel cuore stesso della Francia. L'America vorrà pagare questo prezzo? Gli alleati, e l'Occidente - dal canto loro - che ne pensano?

  2. #2
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    Predefinito

    Solo dei coglioni megagalattici possono pensare di far svolgerte a dei marines compiti di ordine pubblico il cui mantenimento comporta anche grandi doti politiche di adattamento sul terreno in paese che dir straniero per loro e' dir poco.

    Guardino guardino il film La battaglia di Algeri.Rischiano di fare la stessa fine dei francesi.

    Troppa arroganza.Troppa supponenza.Troppa ignoranza.

    Ma la " vecchia Europa " glielo aveva detto.Non facciano finta di nulla, ora.

    Un saluto

  3. #3
    Affus
    Ospite

    Predefinito Re: Le «impreviste» Trappole Irachene

    In origine postato da Davide
    LE «IMPREVISTE» TRAPPOLE IRACHENE



    Maurizio Blondet da L' Avvenire 21 09 03

    «Questa è guerriglia ben coordinata, pianificata, con personale addestrato», testimonia Robert Fisk. Inviato in Iraq del britannico Independent, Fisk è tornato da Khaldiya - la cittadina cento chilometri ad ovest di Baghdad dove ben tre attentati contro le truppe Usa si sono verificati in poche ore - l'altra sera col buio. Ha lasciato là soldati americani che lanciavano bengala e sparavano traccianti rosse nella notte. Tornato nella capitale, Robert ha dovuto scrivere un pezzo sull'incidente capitato al nostro diplomatico Pietro Cordone, il cui interprete è stato ucciso da soldati Usa; e subito dopo un altro pezzo sull'attentato che ha ridotto in fin di vita la signora Akila Al Hachimi, membro del governo provvisorio insediato dagli americani.
    Non c'è bisogno di essere giornalisti esperti come Robert Fisk, per intuire cosa ciò significa. La violenza irachena, che pareva occasionale, confusa e "opportunista" nelle prime settimane, sta dimostrando una lucidità strategica crescente.
    È l'armata americana che appare penosamente in difficoltà, esposta alle trappole quasi quotidiane che portano via due tre soldati alla volta. Soldati che poi sparano per paura sull'auto diplomatica italiana, sicuramente segnalata da bandiere, perché superava il loro convoglio e poteva essere un'auto-bomba. O mitragliano un matrimonio, uccidendo decine di invitati perché sparavano in aria. Da poche sere soltanto non si vedono più in pattuglia notturna i gipponi americani, gli Humvee, ripetuto zimbello dei lanciagranate, e la truppa Usa gira sui carri armati Abrams.
    Solo quattro mesi fa Bush proclamò la vittoria. Fu facile, con i mezzi aerei e i congegni elettronici di puntamento infallibili nel tiro a distanza. Ma sul terreno, cominciava un'altra guerra ignota in Usa. Gli arabi la conoscono da sempre: il colpo alla schiena del kafir, l'infedele, l'agguato audace, il disprezzo della morte. Una fama storica di guerrieri - guerrieri a questo modo - accompagna gli irache ni; forse il Pentagono non ha letto quella lezione.
    Inutile provare a capire chi c'è dietro gli attacchi sempre più precisi, frequenti e letali: l'Iraq è luogo di caccia libera di infiniti gruppi e servizi, provocatori e terroristi d'ogni colore, e forse nemmeno tutti orientali. Il caos attrae i suoi perpetuatori, come la piaga le mosche più infette. Una cosa è evidente però: dietro questa violenza c'è un progetto, c'è una mente militare di tutto rispetto. Il pericolo, per gli americani, è di non incutere quel rispetto. Di cessare, a poco a poco, perfino di far paura.
    O peggio, di dover ricorrere - per far paura - ai metodi che a un certo punto i comandi giudicheranno inevitabili, quando il popolo "liberato" si comporta da "occupato". Metodi che Israele già inevitabilmente usa, pagando un prezzo morale molto alto. Il Pentagono, si dice, sta studiando La Battaglia di Algeri, celebre film di Pontecorvo: tristo successo repressivo e militare che non sventò l'indipendenza dell'Algeria, ma da cui l'armata francese uscì disonorata, un veleno nel cuore stesso della Francia. L'America vorrà pagare questo prezzo? Gli alleati, e l'Occidente - dal canto loro - che ne pensano?

    si sa che gli americani sono dei buoni a nulla in questi casi proprio perchè mancano loro delle vere motivazioni di fondo .
    bastano pochi morti e cominciano a interrogarsi sul senso del loro stare lì, dove dimostrano ogni giorno i loro limiti e la loro capacita di farsi odiare .
    Il problema è un altro .
    Qui piuttosto bisogna farsi la mente capace che per un certo perido storico atttuale la guerra è una situazione normale e ogni giorno ci saranno dei morti perchè è finito lo statu quo e non si torna piu indietro . Bisogna affrontare il problema palestinese e dell'islam mondiale e non si torna indietro perchè i morti saranno mille centomila volte di piu . Il problema va affrontato non solo da parte americana , ma anche da parte europea , con il nostro contributo quotidiano di sangue che non dovrebbe mai mancare .
    Ripeto bisogna farsi una mente capace è accettare questa situazione come normale amministrazione senza dei abbaiare al vento . Qui o si muore tutti ci salviamo tutti .

  4. #4
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    Predefinito

    Chi lo dice che gli americani vogliano veramente una normalizzazione in Irak e nel medio ordiente ?

    Da almeno centocinquantanni lavorano per una destabilizzazione a livello mondiale dunque...............

    ieri: DIVIDE ET IMPERA.

    oggi: DESTABILIZZA ET IMPERA.


    Dei marines morti alla fine non gliene frega nulla.Siete pagati
    il rischio lo sapevate.Dunque che volete ora ?


    Un saluto

 

 

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