Lettera al Direttore de "Il Granchio"
Egregio Direttore,
ancora una volta mi trovo nelle condizioni di precisare una lettera scritta dalla Sinistra Giovanile e apparsa nell’ultimo numero de “Il Granchio”. I giovani della sinistra nettunese sarebbero rimasti scandalizzati dalle parole del Presidente del Consiglio Berlusconi che, giustamente, invitava i cronisti a non continuare a falsificare la storia per uso politico dopo che questi avevano paragonato Saddam Hussein a Benito Mussolini, ricordando che il Duce non aveva mai ucciso nessuno.
Per chi ha vissuto una vita all’insegna dell’odio antifascista e si è abbeverato culturalmente alle foci della vulgata resistenziale tutto ciò ha provocato una levata di scudi a difesa della “storia prefabbricata” e della “verità assoluta” del vangelo marxista.
E’ un dato di fatto che durante il Regime fascista la punizione principale contro gli oppositori politici fu il “confino”. I condannati per “reati contro lo Stato” venivano confinati in alcuni paesi, dove vivevano una vita pressoché normale, come Ponza, Ventimiglia, ecc. Gli stessi paesi che sono oggi conosciuti per le loro bellezze naturali, per il loro clima e meta delle vacanze per milioni di Italiani.
Cosa accadeva invece negli altri Stati totalitari o autoritari in quegli anni? Alcuni conoscono i campi di concentramento sovietici, i gulag, e pensiamo che fare un confronto tra i due metodi metta a tacere chiunque voglia speculare politicamente sul “confino”… Del resto gli stessi giovani di sinistra scrivono: “i comunisti italiani che hanno condiviso gli orrori stalinisti”. Esatto, ne furono complici. E si ha il coraggio di parlare di “confino”? Chiediamo ai confinati se avessero preferito finire in un gulag invece di andare a mare a Ponza…
Delle condanne a morte durante il Ventennio – 42 di cui solo 31 eseguite – la maggior parte venne inflitta ad individui di etnia slava colpevoli di attentati terroristici. Non si trattava di sentenze per reati politici o di opinione, ma di condanne in seguito ad omicidi o attentati. Si veda Renzo De Felice, Intervista sul fascismo. Basta poi fare un confronto con i condannati a morte negli USA, a Cuba, in Cina, in Vietnam, nella Corea del Nord, ecc. ed ogni discorso si chiuderebbe sotto un velo di vergogna per i moderni antifascisti…
Come al solito però il “male” parte da lontano e si ricordano le “bravate” delle squadre fasciste prima della Marcia su Roma: olio di ricino e manganellate. Ora qui si sta procedendo per omissioni e si ha la chiara impressione che qualcuno sia in malafede. Infatti, i giovani di sinistra non sanno che dopo la fine della prima guerra mondiale l’Italia venne sconvolta da grandi scioperi e disordini a carattere insurrezionale che avevano lo scopo di promuovere una rivoluzione di stampo bolscevico e di instaurare anche nella nostra Patria la “dittatura del proletariato”. Iniziava il cosiddetto “biennio rosso”: rosso del sangue dei Carabinieri Reali linciati nelle piazze, dei reduci accoltellati nelle vie, dei “borghesi” bruciati vivi negli altiforni delle fabbriche occupate, dei “padroni” uccisi a picconate nei campi… Era il 1918 e il fascismo ancora non esisteva.
Solo nel 1919, in un clima di guerra civile, sorsero i Fasci Italiani di Combattimento. E come agivano queste squadre? Con fucili? Con mitragliatrici? No! con il manganello e l’olio di ricino. Tanto è vero che non si capiva se il malcapitato correva per paura della bastonatura o per la fretta di andare al bagno… Ci sembra un po’ poco. E’ pur vero che in alcuni casi ci furono dei morti e i giovani della sinistra citano i 500 “morti causati dalle spedizioni punitive fasciste tra il 1919 e il 1922”. Cari amici Vi invito calorosamente a leggere invece il libro del Circolo Culturale “Filippo Corridoni”, Per l’Italia. I caduti per la causa nazionale (Edizioni Campo di Marte, Parma 2002), in cui sono elencati uno per uno gli oltre 850 Italiani, in gran parte fascisti, uccisi e seviziati dai comunisti o dai socialisti tra il 1919 e il 1922. E si badi bene, non vi sono compresi, tutti i morti del 1918! Come vedete le Vostre cifre “approssimative” non reggono al confronto di documenti storici precisi… Con la costituzione, per vie democratiche, del Regime fascista si può dire concluso il periodo della “guerra civile” e raggiunta la pacificazione tra gli Italiani.
Ma, naturalmente, non poteva mancare la citazione del delitto Matteotti: mai nessun omicidio politico fu più sfruttato di questo! Al di là dei tanti misteri che avvolgono questa uccisione, nessun processo ha mai riconosciuto in Mussolini il mandante. Inoltre, Matteotti venne rapito – l’uccisione a quanto pare fu un “incidente di percorso” – in quanto aveva scoperto una rete affaristica sulla gestione del petrolio e dell’apertura di case da gioco, tra cui quella di Anzio. Il “cadavere” poi venne gettato tra i piedi di Mussolini, che non aveva nessun interesse all’eliminazione di Matteotti, nella speranza che il suo Governo cadesse e fosse sostituito da uno più “malleabile”: altro che omicidio politico! Lo stesso socialista Silvestri, uno dei più grandi accusatori di Mussolini durante il processo, aderì alla Repubblica Sociale Italiana dopo aver visionato i documenti riguardanti i veri mandanti dell’omicidio. Documenti scomparsi “stranamente” dopo il fermo di Mussolini da parte dei partigiani nell’aprile 1945. Si invitano questi “intellettuali impegnati di sinistra” a leggere il libro del giornalista de “L’Avanti” Franco Scalzo, Il caso Matteotti. Radiografia di un falso storico (Settimo Sigillo, Roma 1996).
Sta di fatto che i giovani di sinistra non ricordano – o gliel’hanno nascosto? – che il 12 settembre 1924, in risposta all’uccisione di Matteotti, i comunisti assassinarono il sindacalista fascista, nonché deputato, Armando Casalini che morì tra le braccia della sua bambina… Confrontando i due delitti si ha bene il quadro della situazione: altro che violenza fascista…
Non potevano mancare i fratelli Rosselli assassinati nel 1937 e, naturalmente, l’ex-Segretario del Partito Comunista d’Italia Antonio Gramsci “che morì in carcere nel 1938”. Al di là che nessun processo, anche in questo caso ha provato la colpevolezza di Mussolini, mi saprebbero dire questi “giovani impegnati” quale era l’attività principale dei fratelli Rosselli e quale fu il ruolo ricoperto da questi ultimi negli attentati terroristici di stampo anarchico avvenuti tra il 1919 e il 1937? Consigliamo vivamente la lettura dell’ottimo libro del comunista Pierangelo Maurizio, Piazza Fontana, e consultare la voce “Rosselli”: siamo certi che i giovani democratici non citeranno mai più questi illustri “martiri”…
Si giunge al paradosso quando si scrive che Gramsci “morì in carcere nel 1938”. Speriamo che sia la solita inesattezza dettata dalla scarsa informazione di parte. Nel 1926, Gramsci venne arrestato e inviato al confino a Ustica. Abitava in una casa privata con altri condannati politici con i quali organizzava corsi di cultura differenziati a seconda del grado di preparazione dei partecipanti, allo scopo di educare i proletari, per i quali era un dovere, diceva, non essere ignoranti, se volevano essere protagonisti della politica e creatori di una nuova società. Per espiare la pena, Gramsci fu poi destinato alla casa penale di Turi in provincia di Bari (www.antoniogramsci.com).
Nel 1931, abbandonato dai suoi compagni di partito, si ammalò di una grave malattia ed ottenne la possibilità di una cella individuale. Nel dicembre 1933 venne trasferito in una clinica di Formia e nell’ottobre 1934 ottenne la libertà condizionale. Nel 1937 tornò libero e morì in una clinica privata di Roma il 27 aprile dello stesso anno. Come si vede il tentativo di creare “martiri” appare piuttosto maldestro, si verifichi invece il comportamento del PCdI prima di scrivere cose di cui non si sa nulla. Si veda Gramsci tradito da Togliatti, nuovi indizi per un complotto, (http://www.imgpress.it/culture).
Ed infine, come non si potevano non citare le leggi razziali del 1938 e la “responsabilità del Regime e di Mussolini” nella “deportazione razziale” e “degli oppositori politici e di centinaia di migliaia di soldati che, dopo l’8 settembre, preferirono rischiare la vita nei campi di concentramento in Germania piuttosto che aderire alla RSI”?
Affermazioni che rasentano l’assurdo in quanto mai le autorità italiane misero in atto un programma di deportazione né politico, né tanto meno razziale. Su 700.000 militari italiani internati nei lager tedeschi solo 35.000 decisero di non collaborare con il Reich in nessun modo, 200.000 fecero domanda di adesione – più o meno opportunistica – alla RSI ma solo 35.000 di questi vennero “liberati” dai Germanici e inviati nei reparti combattenti. 630.000 Italiani, divennero lavoratori del Reich sotto la protezione della Repubblica Sociale e della Croce Rossa… altro che “rischiare la vita nei campi di concentramento”!
Scusatemi, Direttore, la lunghezza della lettera ma ho preferito precisare storicamente certe affermazioni troppo legate alla ideologia politica che alla realtà dei fatti. Ciò non toglie che in Italia vi sia libertà di pensiero e ognuno può essere chiamato ad esprimere la propria opinione su questo o quel fatto perché solo dal confronto può nascere una nuova visione della nostra storia, come solo dai documenti può nascere la verità.
Non entro nel merito della politica di Berlusconi che non centra nulla con un articolo che parla di storia. Penso solo che la politica messa in atto dal Governo rispecchi solo il volere di un sistema liberal-democratico, lo stesso che ha servito D’Alema e i ragazzi della sinistra giovanile al tempo dei bombardamenti della NATO sulla Jugoslavia di Milosevic che provocarono la morte di 5.000 persone. Come vedete, non serve andare indietro di 50 o 100 anni per cercare dei criminali e, soprattutto, i loro complici il cui pacifismo fra troppo spesso rima con viltà…
Dott. Pietro Cappellari
Ricercatore Istituto Storico della RSI




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