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Citazione:
In Origine Postato da Vahagn
Premetto che è un argomento più complesso di come lo si voglia fare. E che non ho la rispostina categorica pronta (pur propendendo per la proibizione).
Ma vorrei spostare la discussione fuori dai soliti binari: non il solito "fa bene", "fa male", dove ognuno ha la propria interpretazione di "bene" e "male", e ovviamente chi privilegia l'aspetto "ordine" non arriva alle stesse conclusioni di chi invece privilegia l'aspetto libertario.
Piuttosto, parliamo degli effetti sull'anima, sull'interiorità del consumatore. Siamo consci di cosa significa e implica l'uso di sostanze dette - appunto - "psicotrope"? Diverse religioni del passato ne facevano uso, e questo è l'argomento portato da alcuni circoli, più profondi dei pannelliani. Ne facevano uso proprio per la loro capacità di rompere momentaneamente le barriere mentali, di aprirsi ad una dimensione cui normalmente non si ha accesso; ciò che ne fa il surrogato di un'esperienza mistica, o meglio il possibile vettore di una tale esperienza.
Dico "possibile" perché la natura di ciò che si esperimenta sotto stato di assunzione di tali sostanze dipende da ciò che vi è nell'interiorità di un individuo. Può essere un paradiso ma può essere un vero inferno. E dato lo stato mentale dell'individuo occidentale moderno, le "porte della percezione" non possono per lui che spalancarsi su di un inferno.
E' triste che quasi nessuno discuta delle implicazioni mistiche delle droghe, e le si consideri unicamente come surrogato più potente del prozac o del valium o dell'alcool, come - cioè - banale scappatoia dalle frustrazioni della vita urbanizzata e psicotica del moderno.
Ma secondo te la cannabis è più o meno potente di alcool, valium tavor serenase xanax...
E tanto per non essere superficiali quelle che chiamate indistintamente droghe sono sostanze mooooooolto diverse tra loro.
Ai generalizzatori.
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x Turambar e Scimmione:
avete ragione, mentre scrivevo la mia considerazione avevo in mente altri tipi di sostanze, tipo gli oppiacei (*), non la cannabis - i cui effetti sono molto più blandi e rientranti più in un cambio di umore che altro, come ha giustamente rilevato T.
La considerazione allora si sposta sul fatto che tali sostanze blande possano fare da introduttore a sostanze pesanti.
In pratica, è tutta una cultura - quella volgarmente detta dello "sballo" - che è in causa, e l'atteggiamento non si riduce quindi alla sostanza con il principio attivo meno potente, se si dimostrasse che possono essere collegate in un crescendo di utilizzo.
O no?
(*) per non parlare delle sostanze totalmente di sintesi, come gli acidi.
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Alcol, i malati in Trentino sono diecimila
De Stefani: ora a rischio sono i giovani. Pedrolli: bere poco non protegge il cuore
VOLONTARIATO IN VETRINA
di Giorgia Salomon
TRENTO. «Quando gli uomini bevono, allora sono ricchi e fortunati e vincono le cause in tribunale e sono felici e aiutano gli amici». Così Aristofane a testimonianza di un immaginario collettivo che, fin dall'antica Grecia, considera il bere uno stimolante sociale e professionale oltre che una via per la felicità. Spesso però il bere, oltre che un piacere, può trasformarsi in una malattia.
La nostra cultura è strettamente legata agli effetti dell'alcol, ma molto spesso trascura l'aspetto della dipendenza come ci spiega il dottor Renzo De Stefani, psichiatra, che da vent'anni ha un ruolo importante nei club di auto mutuo aiuto per superare appunto le dipendenze da alcol: «Dati certi relativi all'incidenza numerica dell'alcol sulla popolazione trentina non ne esistono. L'Istat parla dell'1 o 2 % della popolazione con importanti problemi di dipendenza e in Trentino si contano quindi diecimila persone».
C'è anche un dato positivo, ricorda De Stefani ed è che negli ultimi vent'anni sono calati i consumi di bevande alcoliche grazie ai movimenti salutisti e ad una maggior consapevolezza da parte degli individui sui danni provocati dall'alcol. Forse i giovani sono la parte della popolazione che deve fare di più i conti con l'alcolismo anche se bere è comunque «un comportamento a rischio - dice De Stefani - e i danni causati dall'eccesso incidono sul fisico ma anche sulla psiche, sulle famiglie e nei rapporti sociali». Sono state fatte infinite ricerche sulle cause che portano all'abuso di alcolici e l'unica certezza è che «bisogna cancellare l'idea che tutto nasca dalla debolezza caratteriale o da reazioni ad avvenimenti sfortunati. L'alcol è una sostanza fortemente accettata nella società e questo complica la situazione».
Se l'alcolismo non è una patologia come sostiene De Stefani, ma uno stile di vita della persona in relazione al suo contesto familiare e comunitario, tutto si gioca sul modo in cui vengono vissuti i modelli proposti dalla cultura e dalla tradizione. Per favorire lo sviluppo di uno spirito critico capace di riconoscere gli eccessi e i danni dell'alcol «l'unica strada è quella di una maggior informazione che si ponga l'obiettivo di promuovere la salute».
A proposito di un uso moderato di bevande alcoliche il dottor Carlo Pedrolli, specialista in Scienza dell'Alimentazione dell'Ospedale di Trento indica «una quantità controllata»: «L'uso voluttuario che corrisponde ad un bicchiere di 125 ml di una bevanda di media gradazione alcolica non è certo dannosa». Questo dato corrisponde anche alle quantità suggerite dalla guida per una sana alimentazione italiana, pubblicazione nata dalla collaborazione tra Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti Nutrizionali e il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Di fronte alla scelta di assumere alcolici Pedrolli invita alla moderazione tenendo ben presente le incidenze sull'organismo dal cancro alla cirrosi epatica, dalle disfunzioni cardiovascolari a quelle cerebrali: «La capacità degli organismi di trasformare l'alcol etilico è limitata e individuale ed esistono fattori come il cibo e l'anidride carbonica, che ne modificano i tempi di assorbimento. Va inoltre ricordato - dice Pedrolli - che una modica quantità di alcol, contrariamente a quanto si pensa, non è una protezione cardiovascolare».
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«Schiavo del vino per 30 anni»
Angelo racconta: così mi sono salvato
LA STORIA
g.sa.
TRENTO. Angelo è un uomo di mezza età, capelli d'argento ed occhi che guardano lontano. Per quasi trent'anni ha vissuto nell'ombra dell'alcol e la sua storia è il racconto di come passo dopo passo ha ricominciato a vivere. Il primo contatto con l'alcol è cominciato in età giovanile, al bar con gli amici tra una risata e un amore sognato. Il rito del bicchiere di vino era il modo per sentirsi più grande e sicuro: «Da giovane piuttosto timido e pieno di incertezze, desideravo diventare uomo in fretta. Ai miei tempi divertimento e ricchezza erano mete lontane, l'unica cosa alla nostra portata per stare in compagnia era il bar. Bere qualche bicchiere di vino significava voler crescere o piuttosto dimostrare di essere cresciuti».
Da qui l'illusione di poter controllare il bere e gestire quella soglia, quel limite che senza accorgersene si spostava sempre più in là. La voce di Angelo diventa ferma quando racconta come le cose, con il passare degli anni, sono andate peggiorando: «Ho cominciato a bere di nascosto dai miei genitori, esagerando sapevo di non fare la cosa giusta. Poi il lavoro lontano da casa ed in seguito il servizio militare mi hanno portato ad aumentare la dose». Ma non è stato sempre così.
Il matrimonio ha persuaso Angelo a diminuire il bere per diversi anni aiutandolo a recuperare controllo e misura. Tuttavia, il rischio di ricadere nella dipendenza non era del tutto allontanato perché decidere di bere, come ci spiega, non è una malattia ma una scelta di vita: "tutte le occasioni ai miei occhi erano opportunità per bere, dopo lavoro l'aperitivo, dopo messa "il bianchetto" e la quantità aumentava sempre più». E così i problemi: «In famiglia non sei più attento alle esigenze di tua figlia o di tua moglie, in ufficio perdi la stima e la fiducia dei colleghi che talvolta approfittano della situazione».
E' stato grazie al Club degli alcolisti in trattamento e all'appoggio dei famigliari che Angelo ha avuto l'opportunità di rinascere e tornare a guardare lontano: «Attraverso gli incontri settimanali in questi club ho potuto riprendere la mia identità e ricostruire il rapporto con la mia famiglia. Ora sono più di dodici anni che non bevo. E sono felice».
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Appunto, c'è già il vino (e gli altri alcolici e superalcolici). C'è bisogno di altre sostanze per ridursi così?
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Da questa interessante discussione, ancora una volta, ne esce fuori come Gianfranco Fini farebbe meglio a stare in silenzio, dato che, quando parla, lo fà esclusivamente con slogan demagogici.
Continuo a pensare che il modello OLANDESE sia il migliore, con tutti i suoi fisiologici limiti e pregi.
Saluti
Tonino
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Citazione:
In Origine Postato da Vahagn
Appunto, c'è già il vino (e gli altri alcolici e superalcolici). C'è bisogno di altre sostanze per ridursi così?
Impossibile ridursi così con la mariuana.
Agli informati.
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Citazione:
In Origine Postato da Vahagn
x Turambar e Scimmione:
avete ragione, mentre scrivevo la mia considerazione avevo in mente altri tipi di sostanze, tipo gli oppiacei (*), non la cannabis - i cui effetti sono molto più blandi e rientranti più in un cambio di umore che altro, come ha giustamente rilevato T.
La considerazione allora si sposta sul fatto che tali sostanze blande possano fare da introduttore a sostanze pesanti.
In pratica, è tutta una cultura - quella volgarmente detta dello "sballo" - che è in causa, e l'atteggiamento non si riduce quindi alla sostanza con il principio attivo meno potente, se si dimostrasse che possono essere collegate in un crescendo di utilizzo.
O no?
(*) per non parlare delle sostanze totalmente di sintesi, come gli acidi.
Ripeto che è una scelta individuale.
Agli individui.
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Citazione:
In Origine Postato da ScimmioneNudo
Impossibile ridursi così con la mariuana.
Agli informati.
Beh, ma un qualche lato negativo c'è l'avrà pure 'sta marjuhana, o è manna divina scesa dal cielo con incluso sacrilegio a rifiutarla?
Non mi sono letto l'intera letteratura scientifica in merito, ma non è difficile immaginare che un qualche problemino lo dia anche l'uso di maria: p.es. la guida dell'auto, e in generale tutti gli incarichi che richiedono padronanza di sè, o responsabilità, o le occasioni in cui l'incolumità del tuo prossimo è legata ai tuoi comportamenti.
Poi se uno vuole andare a fare il freak in una comune, liberissimo. Ma qui si sta parlando della vita di una comunità complessa come una società statale.
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Citazione:
Vahagn:
La considerazione allora si sposta sul fatto che tali sostanze blande possano fare da introduttore a sostanze pesanti.
ScimmioneNudo:
Ripeto che è una scelta individuale.
Agli individui.
Beh, allora anche il suicidio lo è. Non mi sembra una gran risposta al ragionamento posto.