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    Le "picconate" di Cossiga ... ed altre varie ....

    [mid]http://xoomer.virgilio.it/francesco.rinaldi29/KAR_ITALIANE/Antonello Venditti/Ricordati di me.kar[/mid]


    "La Malfa legge Cossiga. E a sorpresa lo approva"

    Mondadori pubblica in questi giorni un saggio di Francesco Cossiga sulle vicende politiche degli ultimi dieci anni seguito da una raccolta delle principali interviste da lui concesse in questo periodo. (Francesco Cossiga, "Per carità di patria", a cura di Pasquale Chessa, Milano, 2003, 17 €). L'analisi dei vasti sconvolgimenti politici e dei grandi cambiamenti istituzionali occorsi in questi anni è di grande interesse, ma, insieme con questo, il libro rivela anche molto della complessa personalità dell'autore: la continuità di pensiero, quasi un filo conduttore sempre presente nelle sue iniziative e nei suoi giudizi, la tempestività dei suoi interventi, spesso il loro carattere provocatorio e, nello stesso tempo, la sua insofferenza per la situazione politica del Paese.

    La tesi centrale del saggio di Cossiga è che la crisi politico-istituzionale nella quale si dibatte ancora oggi l'Italia risale alla fine degli anni '80. In quel momento, venuto meno il vincolo costituito dalla situazione internazionale, i grandi partiti politici che avevano formato, dalla maggioranza o dall'opposizione, l'ossatura democratica della Repubblica nel dopoguerra, avrebbero dovuto promuovere quel rinnovamento delle istituzioni che si rivelava ormai come indispensabile e, per la prima volta, possibile.

    A giudizio di Cossiga, Craxi, ponendo sul tavolo il tema della Grande Riforma, fu, allora, quegli che meglio comprese questa necessità. Egli, tuttavia, mancò della determinazione necessaria e, di fronte alle resistenze della Dc, accantonò i suoi propositi piegandosi ad un accordo di basso profilo con Andreotti. La Dc, per sua parte, cercò di difendere le comode certezze del vecchio equilibrio politico, sforzandosi di mantenere il più a lungo possibile la rendita di posizione costituita dalla presenza del partito comunista. Il Pci, alle prese con la crisi del comunismo internazionale e minacciato dalla sfida di Craxi, pur dichiarando con il cambiamento del nome e del simbolo di volere mutare a fondo le proprie impostazioni, preferì chiudersi a riccio, coprendo la propria crisi con quella delle maggiori forze politiche aggredite dalla magistratura milanese.

    I tre partiti, a causa di questo ritardo, non furono in grado di fronteggiare, come avrebbero dovuto, l'offensiva giudiziaria. Con essi entrò in crisi l'intero sistema politico.

    Cossiga rivendica a sé il merito di avere visto per tempo questi pericoli e di avere operato dal Quirinale con tutte le proprie forze per richiamare l'attenzione su questi problemi e sulla loro indifferibilità: "Le ottantadue cartelle del mio "Messaggio alle Camere" del 26 giugno 1991 – scrive Cossiga – sono l'estremo tentativo di affrontare con gli strumenti della politica quel rinnovamento istituzionale e quell'adeguamento costituzionale indispensabili per far diventare l'Italia una democrazia "normale"" (pp. 11-12). Il libro rivela che l'originaria stesura del messaggio conteneva la proposta di affidare a un governo di unità nazionale, che comprendesse a pieno titolo il neonato PDS, la guida del Paese nella fase delle riforme. Ma questa parte dovette essere tagliata per il rifiuto di Andreotti, allora presidente del Consiglio, di controfirmarlo. Il dibattito parlamentare sul messaggio fu del tutto insufficiente: i maggiori partiti vollero sbarazzarsi della questione ed egli stesso – rivela ora – anticipò al 25 aprile 1992 le proprie dimissioni dalla Presidenza, considerando che la risposta che aveva ricevuto la sua iniziativa denunciava la debolezza, anzi la vera e propria crisi del sistema politico.

    Quella – sembra dire Cossiga - fu la grande occasione perduta. Successivamente il campo fu aperto alle forze che premevano per la dissoluzione del quadro politico ed istituzionale della Repubblica, alla Lega dall'esterno, alle posizioni di Mario Segni all'interno, verso le quali Cossiga non nasconde la propria sostanziale antipatia. Cossiga fa parte dell'ampia schiera di coloro che ritengono necessaria e possibile per l'Italia l'adozione di uno schema di alternanza e sostiene che le riforme costituzionali dovrebbero favorire questa evoluzione. Nello stesso tempo, però, egli considera impensabile e pericolosa l'idea che una democrazia possa o debba fare a meno dei partiti. Da questo, i giudizi severi contro Segni e contro Prodi; l'iniziale simpatia politica per D'Alema per il coraggio nel sostenere che l'Ulivo non potesse essere altro che un'alleanza fra partiti e l'evidente delusione per la sua debolezza; il giudizio ambivalente su Berlusconi, capace di creare dal nulla un movimento politico effettivo, ma nello stesso tempo inadeguato al compito di guidare un paese come l'Italia fuori dalle sue difficoltà.



    Cossiga ritiene che la prova di appello del sistema dei partiti sia stata persa con il governo D'Alema che egli dichiara di aver favorito perché esso appariva come il modo di fronteggiare la confusione politica del Prodismo e di restituire ai partiti con i loro riferimenti di carattere europeo un ruolo centrale nella vita politica. Una volta fallito - per la reazione di Prodi, Veltroni ed altri - l'esperimento dell'alleanza fra il centro e la sinistra riformista, la strada è stata aperta alla vittoria di Berlusconi, ma anche al dilagare dell'idea di una politica senza partiti.

    Il saggio di Cossiga e le sue interviste non danno un giudizio circostanziato sul Governo Berlusconi e sulle sue prospettive: un giudizio storico sarebbe prematuro – osserva Cossiga - e così anche un giudizio culturale; quanto a un giudizio politico, "esso sarebbe impietoso, dal momento che le difficoltà della politica e dell'economia internazionale ne hanno probabilmente deteriorato l'immagine e minato il consenso al di là dei suoi demeriti oggettivi" (pag. 97).

    Questa è per grande linee la trama della riflessione di Cossiga, il motivo della sua costante insoddisfazione e della ricerca in questi anni di una strada per consolidare le strutture politico-partitiche senza le quali il Paese è destinato ad oscillare senza tregua fra destra e sinistra. Egli sottolinea ripetutamente l'importanza essenziale per la politica italiana del collegamento europeo, ma deve constatare che dalla politica europea, essa stessa in condizioni di grave confusione, non è venuta e non sembra poter provenire all'Italia un ancoraggio sicuro. Si direbbe che il Senatore a Vita sia in questo momento in una fase di riflessione e che non veda una strada percorribile. Manca del resto, nel saggio che apre il volume, alcun accenno al futuro.

    Esso si chiude sui temi di politica estera con un richiamo al suo voto contrario all'azione militare anglo-americana in Iraq – una decisione che appare in contrasto con le convinzioni di politica estera che hanno accompagnato da sempre l'azione politica di Francesco Cossiga.

    Riflettendo sulle motivazioni di questa scelta, viene fatto di pensare che forse è stata determinata dalla preoccupazione di evitare una lacerazione troppo profonda del tessuto politico interno del nostro Paese, quello che aveva consentito di affrontare i momenti più duri del dopoguerra, dalla guerra fredda al rapimento di Aldo Moro, facendo sempre e comunque salva la convivenza democratica.

    Un'osservazione conclusiva riguarda le prospettive politiche italiane. Non so se Cossiga sarebbe d'accordo con questa valutazione, ma, ad avviso di chi scrive, l'errore di questi anni è stato quello di voler perseguire in ogni caso la via del consolidamento del modello dell'alternanza. Vista la relativa debolezza delle forze riformiste nella vita politica italiana e la persistenza di forme di radicalismo politico e sociale, a destra come a sinistra, un modello di governo basato sull'esistenza di una forza politica centrale capace di escludere dal governo le ali estreme dello schieramento politico potrebbe servire il Paese oggi, così come lo ha servito nel corso del dopoguerra.

    Il modello dell'alternanza, dividendo in due il Paese, indebolisce soprattutto le forze politiche riformiste dell'uno e dell'altro schieramento e le assoggetta al ricatto delle componenti più radicali. Così come Berlusconi non può liberarsi della Lega, qualunque cosa essa dica o faccia, così domani Prodi non potrebbe far altro che riprodurre, con gli stessi risultati, lo schieramento comprendente Rifondazione Comunista che ha portato nella scorsa legislatura al fallimento del centrosinistra.

    Giorgio La Malfa


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    Predefinito tratto da L'ADIGE 18 dicembre 2003

    Il prelato aveva criticato la scelta di mostrare le immagini di Saddam sottoposto a visita medica

    «Quel cardinale è antiamericano»
    Cossiga attacca il prelato che guida «Justitia e Pax»

    ROMA - Dura presa di posizione del senatore a vita Francesco Cossiga contro il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio Justitia e Pax, che ha protestato per il trattamento riservato dagli americani a Saddam Hussein. «E così - dice Cossiga in una dichiarazione - il noto filo arabo filo Saddam Hussein antiamericano e antisemita cardinal Martino non si è potuto trattenere anche questa volta. Certo lo spettacolo di Saddam Hussein con la barba lunga, i capelli scomposti e l´occhio smarrito ostentato da tutte le televisioni del mondo non è stato una bella cosa e formalmente anche in contrasto con la convenzione sui prigionieri di guerra: dobbiamo tener presente che certo si è trattato di una invenzione (di guerra psicologica) per far venir meno nei suoi seguaci, che non poca parte hanno nella resistenza terroristica irachena, la fiducia del capo. Non mi ricordo però che il cardinal Martino né con la porpora né senza porpora abbia protestato per la strage di 8 milioni di iraniani da parte di Saddam Hussein né mi ricordo che abbia protestato per l´invasione del Kuwait da parte dell´Iraq di Saddam Hussein. Non si sono mai registrate proteste né del monsignore né del cardinal Martino per la strage da parte di Saddam Hussein degli iracheni curdi e sciiti né mi sembra che abbia lanciato grandi proteste per il massacro dei cristiani del Sudan o per le vittime dei piccoli dittatorelli africani. Protesta solo quando può incolpare di qualche cosa americani e ebrei. E intanto è inutile che si agiti - conclude Cossiga - tanto segretario di stato non lo fanno e tanto meno pensi un giorno di aspirare al Soglio di Pietro: che è poi questo il vero motivo della sua ricorrente deviazione morale». Anche La Voce repubblicana, quotidiano del Pri aderente alla Casa delle Libertà, dedica una nota polemica alle critiche di Martino, da poco nominato cardinale, alla diffusione delle immagini di Saddam Hussein subito dopo la cattura.

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    Predefinito tratto da IL CORRIERE DELLA SERA 13 febbraio 2004

    Cossiga: quel glorioso teatrino della vecchia politica

    «A Berlusconi consiglio di lasciare stare le battute a effetto e di portare rispetto verso un’epoca che conobbe "registi" come De Gasperi, Togliatti e Moro»

    Nel «repertorio» del «teatro della nuova politica» di Silvio Berlusconi è entrato a far ora parte, oltre alla battuta: «teatrino della politica», anche quello di «vecchia politica». Non sono un politologo né un «critico teatrale», ma solo, spero!, una dignitosa «comparsa», che ha un tempo recitato dignitosamente nel grande dramma della «vecchia politica», sul solido impiantito del palcoscenico dell’antico e glorioso «Teatrino della politica» della Prima Repubblica, l’unica epoca storica degna finora di essere segnata nella Storia del nostro Grande Paese. Ma qualcosa ancora ricordo dei copioni che arricchirono i tanti atti di questo glorioso dramma che si chiama: la «Storia degli italiani dell’Italia libera, repubblicana e democratica», e saprei ancora forse alla mia età recitarne piccole parti, per quel che mi permette il naturale e decoroso aspetto da anziano, la voce indebolita, la memoria non più allenata, l’intelligenza che mai fu brillante, ma che non del tutto mi mancò negli anni passati nel «teatrino», ma che certo si è ormai un po’ appannata, senza che, ahimè!, nessun «lifting» possa essergli fatto, ché d’altronde non ne avrei i mezzi, perché ai miei tempi le paghe dei «teatranti politici» erano assai modeste! Il dramma della «vecchia politica» ha conosciuto anch’esso invero non soltanto uno, ma due: «patti con gli italiani», o meglio: «patti degli italiani».
    Uno fu steso tra il 1946 e il 1948, e si chiamò: «Costituzione della Repubblica». È un patto che garantì agli italiani libertà e progresso e a cui la «nuova politica» non ha saputo ancora apportare le necessarie, utili e non velleitarie modifiche. Il secondo «patto» fu stipulato il 18 aprile 1948: ebbe come oggetto il futuro del nostro Paese, purtroppo già diviso al suo interno in una Europa e in un mondo dolorosamente e pericolosamente lacerato ed ebbe come contenuto la libertà, l’indipendenza e la democrazia: e fu rispettato e attuato, integralmente. Il «teatrino della politica» conobbe tre grandi registi: Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti e Aldo Moro. Ed ebbe anche una specie di «assistente spirituale», quasi un cappellano, di grande pietà, cultura e intelligenza, quale sarebbe temerario paragonare il cappellano del «Nuovo Teatro»: si chiamava don Giovanni Battista Montini, cattolico-liberale, era un noto traduttore di Jacques Maritain e lettore di Verlaine, e che poi... fece meritoriamente carriera. Un primo grande regista fu Alcide De Gasperi, che guidò nella libertà la «compagnia di giro» dell’epoca, il grande movimento dei partiti democratici laici e del partito cattolico, verso il successo che si chiamò «Italia moderna». Altro grande regista fu Palmiro Togliatti, criticato e criticabile per molti aspetti, ma che con una conduzione prudente e intelligente di quella «compagnia di giro» che fu il movimento dei comunisti italiani, concorse al successo di «Italia moderna». Il terzo regista fu Aldo Moro, regista certo innovativo e originale, che diede vita ad un nuovo tipo di regia e, pagando il successo che non vide con la sua vita, mise in scena «L’Italia riunificata nella sua unità morale e politica», che fu poi recitata in una versione felice, ma poi tolta rapidamente dal «cartellone», produttore Oscar Luigi Scalfaro, sotto la regia di un giovane e valente regista alle prime armi, Massimo D’Alema, che mi ebbe come «assistente di regia».
    Il palcoscenico del «Teatrino della politica» fu calcato da grandi attori, protagonisti di scuole drammatiche diverse: tra gli altri Giuseppe Saragat, Ugo La Malfa, Giulio Andreotti, Pietro Nenni, Giovanni Malagodi, Amintore Fanfani, Antonio Segni, Giovanni Spadolini, Carlo Donat Cattin, Bettino Craxi. Ed esso fu calcato anche da «altri attori giovani» e comparse di buon mestiere, da Arnaldo Forlani ad Albertino Marcora, da Giorgio La Malfa a Beniamino Andreatta, da Ciriaco De Mita a Giuliano Amato e, alcune «comparse minori» ma dignitose: da Francesco Cossiga a Gianni De Michelis, da Renato Altissimo a Rino Formica, da Franco Reviglio ad Enzo Scotti e a tanti altri ancora. Le involontarie omissioni sono frutto della non rimediabile mia, per così dire! (lasciate anche per me uno spazio almeno verbale alle tecniche di ringiovanimento!), «anzianità» avanzata.
    Il ciclo drammatico, oggi chiamato la «vecchia politica», conobbe vari copioni tutti egregiamente portati sul palcoscenico del «Teatrino della Prima Repubblica»: la Resistenza contro l’invasione tedesca, la ricostruzione morale e materiale dell’Italia dopo il fascismo e la sconfitta, l’edificazione nella libertà e nella sicurezza dell’Italia repubblicana, l’Italia moderna ed europea, eppoi, con il «compromesso storico» i primi passi verso la ricomposizione dell’unità morale e politica del corpo e dell’anima della Nazione italiana. Ho tenero affetto, sincera anche se non sempre corrisposta amicizia e anche ammirazione per Silvio Berlusconi, cui sempre ho riconosciuto e riconosco grandi doti di originalissimo imprenditore per il quale solo, o quasi, valgono le norme penali in materia di falso in bilancio, finanziamento illecito di partiti, corruzione e così via e per il quale solo sembrano esser stati istituiti nel nostro Paese - Paese non patria del diritto né della giustizia, per dirla con il Kelsen, ma il massimo di leggi, di sentenze, di «manette tintinnanti» e grondanti sangue e ingiustizie -, giudici e pubblici ministeri, Guardia di Finanza e polizia generale. E gli ho anche riconosciuto coraggio e meriti da giovane politico da «Prima Repubblica», più doroteo che craxiano.
    Egli in un momento della sua vita ha voluto cambiare mestiere e si è improvvisato autore: con il suo primo lavoro, «Il Patto con gli italiani», impresario del «Nuovo Teatro della Politica», regista, leader di Forza Italia e anche attore ormai di tipo «hollywoodiano»: presidente del Consiglio dei ministri e leader della Casa delle Libertà.
    Ed ha anche sempre un grosso pubblico! Ho un consiglio da dargli, da modesta ma dignitosa «comparsa» della «vecchia politica» del «Teatrino della Prima Repubblica»: lasci stare le «battute ad effetto», e porti rispetto verso la «vecchia politica» quella di De Gasperi, di Togliatti, di Moro e di tanti altri, lo dico con orgoglio di «noi». E cerchi soprattutto di fare seriamente il nuovo mestiere che si è scelto, tenendo separato il «dramma degli italiani» dalla commedia leggera e soprattutto dalla farsa. Ed in questo aiuti il nostro Paese facendo lo stesso, anche il suo «concorrente» del «Nuovo Teatro dell’Ulivo»: Romano Prodi.
    Pensino che, se continua così, forse molti italiani non acquisteranno più il biglietto per andare al «teatro della politica». E sarebbe un peccato per il Paese

    Cossiga

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    Predefinito TRATTO DA la gazzetta del sud 20 MARZO 2004

    Inedita coppia con La Malfa per difendersi dai “barbari”.
    Né a destra né a sinistra

    Con Sgarbi nasce il partito della bellezza

    Elena G. Polidori

    ROMA — Se lo convinceranno, casomai mettendo in lista candidati «che non mi piacciono» (dice per paradosso), allora avranno il suo incontrastato appoggio. Perché sì, anche per Francesco Cossiga la strana coppia Sgarbi-La Malfa ha qualche numero per sollevare dall'Italia la spessa coltre «di questo soffocante bipolarismo imperfetto» riportando – impresa titanica – «la cultura nella politica». E' per questo che nasce «il partito della bellezza» che però, ci tiene a dire La Malfa, «non ha nulla a che vedere con il partito dell'amore». Si parte per le Europee con una lista («Pri-Liberal Sgarbi») ancora tutta da costruire ma con un'idea che promette di pescare nel bacino di quell'elettorato a cui sta a cuore «la ragione vera – dice Sgarbi – per cui il nostro è un Paese e una potenza mondiale diversa dalle altre: ha una maggiore quantità di bellezza di qualsiasi altra nazione europea».
    Basta questo, onorevole Sgarbi, per fare un partito? «Non c'è politica senza cultura e noi vogliamo ritrovare quello spessore che ha percorso gli anni da Benedetto Croce a Spadolini, di un'“Italia Nostra” fondata da Elena Croce e di un ministero dei Beni Culturali inventato da Spadolini. Vogliamo togliere dalle mani di ignoranti politici criminali la gestione del nostro patrimonio. L'Italia esiste perché è permeata di bellezza e cultura che dobbiamo tutelare dall'onda dei nuovi barbari».
    Chi sono i nuovi barbari? «I nuovi barbari sono gli incapaci e gli ignoranti che stanno seduti al potere. E che non capiscono che non si deve neppure discutere se costruire o meno una pensilina di 37 metri in mezzo alla galleria degli Uffizi, opera di uno sconosciuto giapponese. Se non fossero barbari direbbero semplicemente no: perché discuterne? Ecco perché vogliamo che in ogni Comune italiano ci sia un tutore della bellezza che ci tuteli dalle mani di questi signori! Quanto a Berlusconi, il problema non è lui, è chi oggi occupa il ministero dei Beni Culturali senza titolo...».
    Votare per voi significa essere di destra o di sinistra? «Siamo terzi rispetto a questo schema, non vogliamo fare alcuna dichiarazione di fede, ma nel simbolo c'è il richiamo all'Eldr, che è la terza anima, quella liberale dell'Europa».
    Con nessuno, dunque. E dove vi piacerebbe arrivare? «Come la Bonino nel '99, quando la Bonino raggiunse l'8% perché era terza. Noi non facciamo accordi con nessuno e sono da sempre convinto che l'unica espressione di voto democratico sia la scelta indipendente che consente il sistema di voto proporzionale».
    Su un fronte, però, siete vicini a Berlusconi, la politica estera... «I nostri carabinieri stanno in Irak come in Kosovo per tutelare i patrimoni culturali come le persone: sono lì per difendere la cultura dei popoli, non per la guerra di Bush».

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    Predefinito tratto da YAHOO Notizie 12 aprile 2004

    Kosovo: Cossiga giunto a Pristina

    (ANSA) - PRISTINA, 12 APR - Francesco Cossiga e' giunto in Kosovo dove visitera' gli oltre 3.000 militari italiani impegnati nell'operazione K-For della Nato.
    Il senatore a vita, con Vittorio Sgarbi, si rechera' in due luoghi simbolo del patrimonio artistico del Kosovo, minacciati dagli scontri etnico-religiosi tra serbi e gli musulmani. Cossiga ha portato poi centinaia di uova di Pasqua, che distribuira' ai soldati e ai bambini kosovari di etnia serba. Per i piccoli albanesi di fede islamica ci saranno altri dolciumi.

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    Predefinito tratto da QUOTIDIANO.Net 15 aprile 2004

    A 'Blob' Biagi Santoro e Luttazi

    'Blob' compie quindici anni: lo hanno festeggiato, tra gli altri, l'ideatore Enrico Ghezzi e Francesco Cossiga. Annunciata una nuova iniziativa: un minuto al giorno per una o due settimane da affidare ai "missing della tv"

    ROMA, 15 APRILE 2004 - Uno spiritosissimo Francesco Cossiga ed un irriverente Vittorio Sgarbi hanno animato, questa mattina, la conferenza stampa (la prima della sua storia) che si e'svolta nella sede Rai di viale Mazzini per festeggiare i quindici anni di 'Blob' e annunciare una nuova iniziativa: un minuto al giorno (in coda al programma) per una o due settimane da affidare ai "missing della tv", come li ha definiti l'ideatore di 'Blob' Enrico Ghezzi.

    Grazie a questa iniziativa, potrebbero tornare sugli schermi della Rai (Raitre) volti come Enzo Biagi, Michele Santoro (che, presente alla conferenza stampa, non e'sembrato molto convinto di voler aderire all'iniziativa), Daniele Luttazzi, Cino Tortorella, Vittorio Sgarbi, Paolo Limiti e Gianfranco Funari, per Ghezzi "uno dei testimoni piu'straordinari di 'Blob'".

    La conferenza, dicevamo, si e'trasformata in una sorta di happening, aperto dal direttore di Raitre Paolo Ruffini (da venerdi'16 a domenica 18 aprile la rete dedichera'la programmazione di 'Fuori Orario' ai quindici anni di 'blobbografie') per il quale 'Blob' "ha quindici anni ma e'come se fosse nato oggi. In un'epoca in cui la televisione uccide la realta'con l'alibi perfetto di raccontarla, 'Blob' ce la racconta molto meglio e ci fa specchiare in noi stessi. Rivedere quindici anni di 'Blob', anni in cui siamo tutti cambiati in maniera turbinosa, ci fa riannodare fili che sono un po' lenti".

    Enrico Ghezzi, sottolineando il "ritmo lento" del primo 'Blob' andato in onda il 17 aprile 1989 (e proiettato nella conferenza stampa) ma osservando che "c'era gia'tutto quello che c'e'oggi", ha ricordato le vicissitudini del programma a partire dal momento in cui Angelo Guglielmi (sotto la cui direzione nacque 'Blob') lascio' Raitre: "Tutti i direttori di rete hanno sempre visto Raitre come una patata bollente, ringrazio Ruffini che dimostra per noi un'insolita attenzione, mentre gli altri ci volevano spostare a tarda notte.

    Durante la gestione di Minoli o di Locatelli, non ricordo, 'Blob' andava in onda per soli cinque minuti in un orario tra le 20 e le 20,20 che cambiava ogni giorno. Per molte persone, in quel periodo, 'Blob' era introvabile. Tuttavia, rivendico la scelta di avere voluto rimanere in quell'orario piuttosto che spostarci dopo le 22".

    Per Ghezzi, che tra i nomi di chi non ha gradito di essere stato mandato in onda all'interno di 'Blob', ha ricordato l'attuale ministro dell'Interno Beppe Pisanu, il giornalista Onofrio Pirrotta e Donatella Raffai, ha aggiunto: "Cisentiamo il relitto, culturalmente e politicamente, di un'autonomia che non c'e'piu'.E si'che pensavamo di durare solo qualche mese. Oggi l'unico programma vicino a 'Blob' e'il 'Grande Fratello', un programma orrendo, sceneggiato come tutti i programmi di realta'.Tutto quello che noi abbiamo fatto ai personaggi che sono andati in onda e'come averli guardati tutti i giorni, a tutte le ore, sotto la lente del 'Grande Fratello'".

    Per Ghezzi "ora siamo in un momento ancora piu'difficile se e'diventato offensivo mostrare immagini nude e crude. Non si avverte un amore sviscerato per 'Blob'". A profondersi in lodi per il programma sono stati Cossiga e Sgarbi. Per l'ex Presidente della Repubblica "'Blob' e'e deve essere irriverente, perche'la liberta'deve sempre avere un accenno di irriverenza. Non ho mai protestato per cose che sono apparse su di me e 'Blob' e' spiritoso perche' la vita e' spiritosa, coglie gli aspetti della televisione in cui uno e' spontaneo e non recita. Il Parlamento e' cambiato da quando sono entrate le telecamere che hanno portato ad una distorsione dei dibattiti. Ciascuno non parla agli altri che sono in Parlamento ma a chi lo guarda".

    Cossiga ha, poi, scherzosamente rimproverato Ghezzi "perche' non avete colto che, nelle cerimonie ufficiali, io mettevo gli occhiali scuri non per la congiuntivite, come dicevo, ma per poter dormire". E, ancora: "Non trovo nel 'Blob' di oggi il dito che puntano le nuove annunciatrici della Rai: fate aprire a me qualche puntata di 'Blob' con il dito che fa 'pic'". Precisando di non avere "mai dato seguito alle richieste per oltraggio al Presidente della Repubblica", Cossiga ha aggiunto: "Un regime non puo' non accettare la satira. L'importante e' che la satira non travisi la verita', ma riguardi gli aspetti umoristici della vita. Tutto sommato, se fai vedere che anche il Presidente della Repubblica si mette le dita nel naso, lo rendi piu' umano".

    Al vetriolo, come di consueto, l'intervento di Vittorio Sgarbi che ha definito 'Blob' "un bene culturale e, dal punto di vista estetico, cio' che di piu' interessante ha prodotto il secolo scorso. 'Blob' e' la salvezza dei valori dell'intelligenza, fa diventare candid camera anche quello che e' stato preparato". Sgarbi non ha risparmiato le solite stilettate, stavolta all'indirizzo del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e del direttore generale della Rai Flavio Cattaneo. Punto di partenza: la sospensione del programma di Sabina Guzzanti. Per Sgarbi "la Guzzanti non e' la caricatura di Berlusconi, e' Berlusconi".

    Al quale, peraltro, "e' inutile fare la caricatura perche' lo migliori, peggio di lui non c'e' nessuno. E, allora, se sai che la Guzzanti fara' Berlusconi o non gli fai registrare il programma o, se glielo fai fare, poi lo mandi in onda. Queste cose succedono per colpa di quelli come Cattaneo che hanno il cervello piu' piccolo dei loro protettori politici. Cattaneo ha il cervello piu' piccolo di La Russa che, peraltro, non esiste perche' e' la caricatura di Dario Ballantini". Ancora Sgarbi: "Dario Fo mi ha detto che lui non fa in tempo a fare la caricatura di Berlusconi perche' lui lo precede. Quando e' pronta, Berlusconi dice subito un'altra cosa e quella che voleva dire Fo e' gia' vecchia. Che ci sta a fare Berlusconi come presidente del Consiglio? Perche' non va a fare lui i programmi di satira?". Un'ultima battuta e' stata di Pippo Baudo che ha detto di non essersi "mai risentito per essere andato su 'Blob', trasmissione di cui non si puo' fare a meno. Ghezzi dovrebe darmi i diritti d'autore per tutto il materiale che gli ho fornito".

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    Predefinito tratto da www.pri.it

    Intervista a Francesco Cossiga/Ostaggi: scendere in piazza contro il Governo è inaccettabile

    "Scappare come gli spagnoli lede la dignità dell'Italia"

    Il Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga è convinto che l'Italia non debba scappare dall'Iraq in questo momento e si augura che nessuno scenda in piazza contro l'attuale Governo. Ecco perché.

    Presidente Cossiga, che giudizio può dare su quanto sta accadendo in Iraq sulla sorte dei nostri connazionali ostaggi dei terroristi iracheni?

    "Premetto che quando si è trattato di aderire militarmente e politicamente all'intervento unilaterale angloamericano in Iraq, ho espresso un voto contrario. Non l'ho fatto certo per ragioni di carattere politico, di carattere etico. Ma per ragioni di carattere costituzionale. Mancando l'ombrello delle nazioni Unite, non penso che noi potessimo intervenire, anche perché, ritenendo che la guerra non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi, non vedevo nell'azione americana un orizzonte politico, come poi si è dimostrato. Ho detto anche che non avrei votato a favore del mantenimento delle unità militari italiane, ma questo fino al momento in cui sono stati sequestrati gli italiani".

    Poi cosa è cambiato?

    "Scappare come hanno fatto gli spagnoli dopo l'attentato dell'11 marzo, mi sembra in contrasto con la dignità del nostro Paese. Deploro che il governo italiano non abbia preso una forte iniziativa politica chiedendo la riunione del Consiglio europeo per una sessione straordinaria e del Consiglio della Nato per un'azione concordata tra l'Europa, gli Stati Uniti e la Federazione russa, cercando di smuovere le Nazioni Unite che sono sotto la guida di questo debole (non voglio usare termini più forti) segretario generale Kofi Annan, noto per essere capace di scappare dove vi sono conflitti. Come è accaduto in Africa. L'Onu, per mezzo del suo segretario generale, è responsabile degli 800.000 morti negli scontri in Rwuanda tra Tutsi e Hutu.

    Cosa fare di fronte al ricatto politico dei terroristi che chiedono il nostro ritiro?

    Credo che se risulta vero questo ricatto politico da parte di chi detiene questi nostri concittadini - e ne ha ucciso uno - il nostro atteggiamento è prevedibile. Se si fosse trattato di una banda di criminali sarebbe stato sufficiente pagare il riscatto. Ma non si tratta di questo, bensì di forme di resistenza e di guerriglia irachena di matrice sunnita e ispirata dai seguaci di Saddam Hussein, con innesti di Al Qaeda. Questo fenomeno della febbrile rinascita islamica, con la quale dovremo confrontarci, ha chiesto un prezzo politico. Questo prezzo politico poteva essere il ritiro del nostro contingente. In Spagna, Zapatero ha ritenuto di non poter resistere ad un nuovo attentato ed è scappato. Purtroppo gli spagnoli sono scappati. Oppure si sarebbe potuti arrivare ad uno scambio di prigionieri come avviene quando gli eserciti sono in guerra. Questa può essere considerata come una guerra, una guerra speciale: abbiamo avuto scambi di prigionieri anche nel corso della Seconda guerra mondiale. Quella dello scambio sarebbe stata una via chiara".

    Quindi ritiene inaccettabili le critiche al Governo in questo momento?

    "Penso che sia inaccettabile scendere in piazza contro il Governo e la considero una cosa intollerabile. Io non ho mai votato a favore del Governo e mi considero un indipendente d'opposizione. Mi auguro che per dignità nessun italiano scenda in piazza adesso contro il Governo Berlusconi, soprattutto per aderire ad una richiesta della guerriglia irachena".

    Pensa che gli italiani avrebbero dovuto vedere il video dell'esecuzione di Quattrocchi?

    "Penso che gli arabi moderati non lo faranno vedere mai, perché la reazione dell'opinione pubblica, anche quella più favorevole agli islamici, sarebbe troppo forte. Non lo faranno vedere mai".

    Oliviero Diliberto, ieri ha dichiarato che è necessario manifestare contro gli Usa in occasione della visita a Roma di Bush per celebrare la liberazione di Roma.

    "Roma è stata storicamente liberata dagli angloamericani. L'amico Oliviero Diliberto questo non può dimenticarlo. Il segretario dei Comunisti italiani non può certo pensare che Roma sia stata liberata da chi ha messo la bomba in via Rasella. Questo dobbiamo ricordarlo. Che Bush venga a ricordare e celebrare la liberazione di Roma: è un suo dovere e diritto farlo. Abbiamo celebrato il 25 aprile e la nostra gloriosa Resistenza. Ma non è stata la Resistenza a sconfiggere i nazisti. Noi siamo stati un Paese sconfitto e la Resistenza è servita per riscattarci moralmente, ma non certo per liberare il nostro Paese".

    Vede analogie tra quello che sta accadendo oggi in Italia e negli scenari internazionali e quello che accadde tra l'agosto del 1979 e il settembre del 1980, quando lei fu Presidente del Consiglio?

    "No, assolutamente no. Allora era tutto più chiaro per quanto riguarda il terrorismo. Vi era un'unità politica civile e sociale. Riuscimmo a battere il terrorismo grazie a questa unità politica. Io sono uno sconfitto perché non sono riuscito a liberare Aldo Moro, ma altri hanno vinto. Non io purtroppo. La vittoria fu dovuta alle forze di polizia ma soprattutto ad un'azione politica unitaria. Certo, ci furono degli aspri scontri per il dispiegamento dei missili mentre eravamo accanto al governo del socialdemocratico tedesco Schmidt. Tutto rimase nell'ambito della discussione parlamentare, perché allora vi fu un accordo - che adesso si può rivelare - tra me e il segretario del Pci Enrico Berlinguer. I sovietici andarono su tutte le furie e mandarono in Italia Boris Ponomariov. Nell'interesse di tutte le forze politiche tutto fu mantenuto in ambito parlamentare senza giungere alla piazza".

    (Intervista a cura di l. p.)

  8. #8
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    Predefinito

    Premetto che quando si è trattato di aderire militarmente e politicamente all'intervento unilaterale angloamericano in Iraq, ho espresso un voto contrario. Non l'ho fatto certo per ragioni di carattere politico, di carattere etico. Ma per ragioni di carattere costituzionale. Mancando l'ombrello delle nazioni Unite, non penso che noi potessimo intervenire, anche perché, ritenendo che la guerra non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi, non vedevo nell'azione americana un orizzonte politico, come poi si è dimostrato. Ho detto anche che non avrei votato a favore del mantenimento delle unità militari italiane, ma questo fino al momento in cui sono stati sequestrati gli italiani".

    CVD
    saluti
    echiesa

  9. #9
    Garibaldi
    Ospite

    Predefinito Re: tratto da www.pri.it

    Originally posted by nuvolarossa

    "Scappare come gli spagnoli lede la dignità dell'Italia"

    "Penso che sia inaccettabile scendere in piazza contro il Governo e la considero una cosa intollerabile.

    Abbiamo celebrato il 25 aprile e la nostra gloriosa Resistenza. Ma non è stata la Resistenza a sconfiggere i nazisti. Noi siamo stati un Paese sconfitto e la Resistenza è servita per riscattarci moralmente, ma non certo per liberare il nostro Paese".

  10. #10
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    Predefinito tratto da IL GAZZETTINO Online 4 luglio 2004

    IL PICCONATORE

    I Ds presentino una mozione di sfiducia verso il governo Berlusconi, in modo da obbligarlo a presentarsi alle Camere. È questo il suggerimento che il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga dà al segretario della Quercia Piero Fassino.«Non comprendo la richiesta formulata dal leader Ds Piero Fassino a Silvio Berlusconi - ha detto Cossiga - di presentarsi a riferire alle Camere. Nella storia della Costituzione Repubblicana non mi sembra di ricordare il caso in cui si sia ritenuto che il cambio di un ministro obblighi il Presidente del Consiglio a presentarsi al Parlamento».«Se poi Fassino ritenga veramente che sia necessario un chiarimento parlamentare - ha sottolineato ancora il senatore a vita - ha tutta l'opportunità di presentare una mozione di sfiducia a nome dei Ds, chiedendo la firma alla Margherita, ai Democratici di Prodi, ai mini socialisti ex craxiani di Boselli e di Intini, ai comunisti italiani di Diliberto e a Rifondazione comunista».«Se un pezzo della maggioranza della ex Casa delle libertà, e ve ne sono i segni, decidesse di riunirsi agli spezzoni dei democratici cristiani della Margherita e quindi dell'Ulivo, si potrebbe certo, secondo l'opinion dei più che non è la mia, forti anche del precedente Scalfaro, dar luogo a un nuovo governo, perché il ribaltone in regime parlamentare è sempre perfettamente legittimo».

 

 
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