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Discussione: Il Pit-Boss

  1. #1
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    Predefinito Il Pit-Boss

    Che noia profonda, abissale, incurabile.
    Nuove dichiarazioni di Umberto Bossi, che “parla ai suoi elettori”, come dice il Cav.
    E ai suoi elettori dice che i democristiani e gli altri partiti della prima Repubblica avrebbero dovuto essere fucilati, che Roma è marcia e Milano è la capitale morale (questa, poi), che vuole il Senato e la retedue, una serie di stupidate senza fantasia, la solita solfa mezza ubriaca di un ministro per le riforme istituzionali che tiene un linguaggio da bordello di periferia e chiede visibilità come un qualsiasi sottosegretario alla testa di un partito del tre e rotti per cento.
    Che noia anche le risposte compunte dell’opposizione, le rogne grattate in pubblico dai Mastella, la rissa Nordsud, le continue minacce (tienimi, sennò lo meno) dei podestà di An. Il governo delle libertà dovrebbe essere il motore del cambiamento. Il premier eletto, che detiene il potere di portare tutti al voto quando vuole e come vuole, dovrebbe imporre il ritmo e le regole della partita nella maggioranza. Il PitBoss che abbaia e non morde dovrebbe indossare la mordacchia, non la gloria presunta della sedizione permanente. Ma non succede niente, nessuno ha il colpo d’ala, tutto si ripete in rinvii di vertici e verifiche incessanti. Una noia profonda, abissale, che presto diverrà terminale. Peccato.

    Ferrara è proprio seccato.
    Diciamo che gli capita spesso dato il carattere un po' "ondivago".
    Ma una "trovata" geniale del Cav. gli ridarà morale e quel pizzico di entusiasmo che pare lo abbandoni alla fine delle estati.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Certificati elettorali alla mano, plìs...

    Una maggioranza in stato di crisi
    di MASSIMO GIANNINI
    CON un compromesso tardivo e pasticciato sulla Finanziaria e sulle pensioni, quello che doveva essere "un esecutivo di legislatura" dichiara virtualmente il suo "stato di crisi". È una crisi in senso politico: il centrodestra non è più una coalizione, ma un cartello di partiti che hanno culture inconciliabili e obiettivi incompatibili. Non è ancora una crisi in senso tecnico: c'è una maggioranza parlamentare, c'è un primo ministro in carica. Ma da oggi in poi diventa evidente che ogni momento e ogni pretesto può essere fatale, per trasformare la dissoluzione politica dell'alleanza nella caduta effettiva del governo.

    "Il quadro politico è stabilissimo", assicura Umberto Bossi dopo aver detto "Roma è marcia" e "i democristiani andavano fucilati". "Oggi c'è stato un chiarimento positivo su tutto", garantisce Silvio Berlusconi dopo aver coperto per l'ennesima volta le mattane della Lega e accusato di disfattismo An e Udc.

    Il chiarimento tra i leader, a Palazzo Chigi, non c'è stato ieri e non ci sarà domani. Per questo la crisi politica è sostanzialmente aperta. Nel Polo si è aperta ormai una faglia, strutturale e profonda. Da una parte c'è la Lega, sempre più anti-sistemica, anti-europeista e secessionista. Il suo capo si allontana perché, con lo sguardo già proiettato alle europee e alle amministrative della prossima primavera, capisce che sta pagando un prezzo troppo alto al vincolo di maggioranza: perde le regionali a Trieste, arretra nel Triveneto, non incassa la devolution e non dimentica mai che nel '96, quando corse al voto da sola, la Lega ottenne il 10,1% al proporzionale, contro il 3,9% del 2001.

    Dall'altra parte ci sono An e Udc, sempre più umiliati e "invisibili", a dispetto di un'ostinata moderazione, di un apprezzabile senso dello Stato unitario e di uno stoico quanto a questo punto autolesionistico "spirito di coalizione". In mezzo c'è Forza Italia, il partito personale del premier che non media, non fa sintesi e si limita a inseguire le irresponsabili fughe in avanti delle truppe padane.

    A Gianfranco Fini e Marco Follini che gli dicono "ora basta, o noi o il Senatùr", il Cavaliere risponde a brutto muso. Non sbaglia Bossi a gettare fango sugli alleati, ma sbagliano loro a drammatizzare. Nel vittorioso bilancio elettorale del 2001, non sembrano poi così necessari quei 4 milioni 459 mila voti iscritti in quota ad An al proporzionale né quel milione 193 mila voti ottenuti dal Biancofiore, ma contano molto di più quel milione e 461 mila voti rastrellati al Nord dalla Lega. "Senza le camice verdi non c'è più la Casa delle Libertà": questo è il chiodo fisso piantato nella testa di Berlusconi, dopo il primo "divorzio" con i lumbard pagato con la sconfitta nel '96.

    Scottato da quell'esperienza, il premier adatta alla politica il principio che Enrico Cuccia applicò alla finanza: i voti non si contano, ma si "pesano". Quello leghista, comunque, "pesa" più degli altri. Da allora il Cavaliere, nei rapporti con il Senatùr, non è mai più guarito da quella che Fini chiama "la sindrome del figliol prodigo". Basta che Umberto strepiti, e Silvio è sempre pronto a uccidere il vitello più grasso.

    In questo clima An e Udc non escludono più nulla, in una gamma di opzioni che vanno dalle imboscate parlamentari all'appoggio esterno. Di sicuro, al governo sembrano ormai destinati a garantire una tenuta minima, di breve periodo e di corto respiro strategico. Lunedì il Consiglio dei ministri varerà la Legge Finanziaria più scarna e modesta degli ultimi dieci anni. La infiocchetterà con un documento sulla riforma delle pensioni, "strutturale anche se non attuale", come promette Giulio Tremonti con l'ennesimo gioco di prestigio lessicale: entrerà in vigore solo nel 2008, quando ci sarà un altro governo e, auspicabilmente, un'altra Italia.

    Ma il percorso parlamentare della manovra, in questa atmosfera tossica tra gli alleati, non sarà indolore. E sull'altro appuntamento cruciale d'autunno, la Legge Gasparri, le prospettive sono ancora più rischiose ed incerte. Fini e Follini erano pronti a votare la riforma delle tv che blinda il monopolio privato di Mediaset "turandosi il naso". Dopo l'aspro confronto di ieri pomeriggio con Berlusconi, i due leader non garantiscono più neanche questo. In aula, alla Camera, può succedere di tutto. Quando il voto è segreto non c'è disciplina di partito che tenga, se un partito si sente mortificato dall'indisciplina di un altro.
    I "vecchi democristiani" tanto odiati da Bossi, nel liquidare "pratiche" del genere, erano veri maestri. Il Cavaliere farebbe bene a ricordarselo.

    Questo spiega perché, da ora in poi, la crisi di una politica può precipitare rapidamente nella crisi di un governo. Per il centrodestra, a questo punto, sembra disagevole persino una banale navigazione a vista fino a gennaio, quando sarà possibile arrivare al traguardo del palingenetico "rimpasto", che dovrebbe riportare equilibrio nella coalizione. Il Cavaliere non si priverà del supporto della Lega, né redistribuirà incarichi ministeriali a danno di Bossi. Se è così una poltrona in più o in meno, per Fini e Follini, contano davvero poco, considerato che An ha già la vicepresidenza del Consiglio e l'Udc non avrà mai la presidenza della Rai.

    Il nodo non è più o non è solo il potere, ma è anche e prima di tutto la politica. Che non c'è più, o forse non c'è mai stata. La Casa delle Libertà ha dissipato un'occasione storica. Il vituperato Mattarellum, alla lunga, ha sedimentato un'accettabile cultura del bipolarismo. Berlusconi se n'è giovato, conquistando una maggioranza che "non si sognava neanche De Gasperi", come dice Cossiga. Ma anche stavolta, come nel '94, sembra a un passo da un assurdo e stupefacente "suicidio politico".

    Finora "San semestre" ha fatto il miracolo. Se non ci fosse il vincolo della presidenza italiana della Ue, ripetono in coro Fini e Follini, "a quest'ora il governo sarebbe già morto". Ma fra tre mesi "San semestre" finirà. E anche se si proclama Unto del Signore, per il Cavaliere sarà difficile inventare altri miracoli.

    (27 settembre 2003)

  3. #3
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    Predefinito Il fucilino di...

    ....Bossi


    In sedici anni Umberto Bossi non ha mai sbagliato i suoi calcoli, ma ha sistematicamente disatteso le sue opportunità.
    Dominato dall’incubo di perdere il suo potere non lo ama, lo sfugge.
    Egli è diventato un capo indiscutibile, un negoziatore irriducibile pro domo sua, il custode, anche brutale, della sopravvivenza politica della Lega, ma è rimasto il guizzante stratega del si salvi chi può, il saprofita che trae alimento dal disastro e appassisce nella gestione della politica.
    Ogni volta che esplode un colpo, il fucile di Bossi anticipa, sinistramente, insieme alle sue paure, il generale pericolo imminente, annunciando la vulnerabilità dello schema nel quale si era annidato. Anche le ultime sparate nullificano le potenzialità acquisite dal ringhioso guardiano del “cambiamento” come ministro delle riforme istituzionali.
    Nel 1987, quando riuscì ad arrivare in Parlamento Bossi non prevedeva di diventare il Senatur. Sognava di restare seduto sul suo insignificante gruzzolo, come il senatore Riz, Südtiroler Volkspartei, solitario e contento.
    Nel 1991, quando il suo movimento avrebbe potuto intercettare e politicizzare la protesta antipalazzo, arretrò nel suo secessionismo, valutando che in questo non avrebbe avuto rivali. Nel 1992 irruppe in Parlamento alla testa dei suoi ottanta lumbard, ne uscì gloriandosi di aver dato la spinta a un sistema già abbattuto.
    A differenza del 1994, del 1995, del 1996 quando la solitudine della Lega “contro tutti” pagava ancora in nome dell’antagonismo permanente al (vecchio) sistema, della condanna sommaria di una intera classe dirigente, quella, ormai tramontata, che Bossi continua a fucilare come l’avesse a tiro, oggi non c’è niente da lucrare sulla débâcle della coalizione.
    Un fallimento del governo di cui Bossi fa parte non sarebbe un ritorno al mitico ’92, al traumatico apogeo della sua parabola.
    E neppure una riedizione del successivo bipolarismo ricattatorio in cui “Pitboss” si è fatto i canini.
    La deriva ingloriosa del primo governo in grado di compiere l’intera legislatura, sarebbe una sconfitta anche per lui.
    Nata contro, ormai anche la Lega può sopravvivere solo nel sistema, cambiando pelle. Il suo declino percentuale non deriva dalla compromissione di governo. Segna al contrario l’esaurimento storico della lunga fase eversiva dei Novanta, sottraendo alla Lega quel troppo che i suoi alleati, a cominciare dal Cav., continuano a concederle: il suo eccezionalismo politico, il suo non analizzato status di temuta variabile indipendente dell’alleanza di governo.
    Bossi può oggi mantenere quel che resta del suo elettorato garantendo la realizzabilità delle riforme, diventando il custode della stabilità.
    Anche della sua personale. Nessuno ne è consapevole meglio di lui.
    Ed è un fatto che mentre fa esplodere il suo fucile, si dispone al “pranzo col diavolo”, accettando i compromessi (rivisti al ribasso) che copre col fuoco. Lo sta facendo sulle riforme istituzionali, con i patemi su Roma capitale. Sulla riforma “lunga” delle pensioni, con il suo sindacalismo conservatore e rabbioso. Sulla Finanziaria, perfino, dove il tempo non è un alibi. Fa parte dei misteri, meglio, della pirica rivelazione del bossismo.

    Tira e molla al capolinea
    Il gioco tuttavia è logoro. Il tira e molla al capolinea.
    Lo “scontro di civiltà” tra alleati più che lacerante (al contrario di come lo descrive Francesco Verderami sul Corriere), stucchevole. Perché? Perché l’analisi (ansiosa) di ogni minimo attrito e spostamento tra i pezzi del puzzle forniva, nella prima parte della legislatura, indicazioni sul grado di coagulo politico dei diversi interessi rappresentati nella maggioranza, quando il rischio (e anche l’alibi) primario di questa era che l’instabilità (indotta da fattori non politici) ne producesse la frantumazione. Ma ora è difficile capire di quali interessi il puzzle della maggioranza sia il rassembleur. Più che sbiadito il disegno, socialmente modernizzatore, economicamente innovatore e politicamente moderato, appare rovesciato: socialmente conservatore, economicamente immobilista e politicamente in lotta civile permanente. Affine al non metabolizzato bossismo reale, tonitruante e poco costruttivo. E’ il grande disordine indotto dall’accoppiata diabolica tra stabilità e inefficienza. E la ragione per la quale il fucile dell’alleato eterodosso rischia di apparire la grottesca metafora delle armi, spuntate, della maggioranza.

    Pialuisa Bianco

    su il Foglio

    saluti

  4. #4
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    Caro mustang se sta Luisa Bianco, che mi pare sia una che parla con na vocina gracchiante e sottile, scrivesse meno in burocratese... per le povere menti poco colte come la mia....sarebbe meglio...ho letto e non c'ho capito na madonna....e il peggio è che di rileggere per tentare di capire non c'ho proprio voglia

  5. #5
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    Tremonti e Bossi incassano il riassetto previdenziale voluto, Matteoli i paletti al condono, Sirchia i brevetti sui farmaci


    La manovra e il tandem dei ministri che ha vinto in Consiglio

    SEGUE DALLA PRIMA


    Aveva chiesto al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi una Finanziaria «blindata, per evitare le imboscate del Parlamento». E ha avuto un «decretone» legge di democristiana memoria. Aveva chiesto una riforma delle pensioni in parallelo alla Finanziaria e l’ha ottenuta. Più o meno come la voleva, per abbassare dell’1% quella dannata gobba del grafico della riforma Dini che ieri Berlusconi ha messo sotto il naso dei sindacati e poi non ha saputo resistere alla battuta, facendo il paragone con un’altra illustre «gobba»: quella di Giulio Andreotti, che, guarda caso, di Lamberto Dini era considerato, in passato, il punto di riferimento politico. Ce l’ha fatta anche Bossi. Questa non è la riforma delle pensioni che avrebbe voluto lui. Ma l’ha venduta come se fosse proprio quella. Soprattutto ha dettato tutti i tempi della partita, con una sequela di dichiarazioni scioccanti, come un consumato direttore d’orchestra, mentre il ministro del Welfare Roberto Maroni stava «attaccato alla parete», per usare l’espressione di un suo collega di governo, forse temendo di poter restare in mezzo ai due: Bossi e Tremonti. Maroni non si può comunque lamentare, visto che la scure del ministro dell’Economia ha risparmiato il suo dicastero. Quella di Buttiglione è stata invece una vittoria di Pirro. E non solo perché quando è entrato in Consiglio dei ministri, ieri, quei soldi sembravano spariti, e lui con Alemanno ha fatto il diavolo a quattro per farli saltare fuori. La sua sconfitta, bruciante, è nel rumore della porta che il leader della Cisl Savino Pezzotta ha sbattuto in faccia a Berlusconi. E la rottura, ormai irrimediabile, del «dialogo sociale» è la sconfitta anche di Fini e Alemanno. Al di là di ogni calcolo di portafoglio, e delle briciole che pure An ha ottenuto, come il marchio di difesa del made in Italy (che però, paradossalmente, stava a cuore anche alla Lega). Non a caso Buttiglione e Fini, al termine del discorso televisivo sulle pensioni di Berlusconi, non hanno nascosto il loro disappunto per non aver colto nel messaggio del premier quello spiraglio di apertura ai sindacati che loro invece gli avevano consigliato di lasciar intravvedere.
    Il ministro dell’Ambiente Altero Matteoli ha limitato i danni. E’ stato costretto a ingoiare un condono edilizio «più largo» di quello che proponeva. Ma in cambio ha ottenuto la polpetta avvelenata del silenzio-rifiuto. Non è andata meglio ai ministri tecnici. Letizia Moratti ha avuto 570 milioni per la scuola, molto meno di quanto le sarebbe servito. Ma nemmeno Pietro Lunardi può fare salti di gioia. E se il ministro della Salute Girolamo Sirchia almeno ha salvato i brevetti delle case farmaceutiche, quello delle Attività produttive Antonio Marzano si può consolare appena. I fondi per gli incentivi industriali sono pochi, ma ci sono. Grazie soprattutto al pressing della Confindustria. Meglio di così, il giorno dopo un blackout che l’ha messo da solo contro tutti mentre Berlusconi taceva, forse non poteva andare.

    Sergio Rizzo

  6. #6
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    In origine postato da pensiero
    Caro mustang se sta Luisa Bianco, che mi pare sia una che parla con na vocina gracchiante e sottile, scrivesse meno in burocratese... per le povere menti poco colte come la mia....sarebbe meglio...ho letto e non c'ho capito na madonna....e il peggio è che di rileggere per tentare di capire non c'ho proprio voglia
    Non lo chiedere a lui.
    Lui ha l'incarico di postare; al massimo legge i titoli.

  7. #7
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    Predefinito Re: Il Pit-Boss

    In origine postato da mustang
    ....Ferrara è proprio seccato.
    Diciamo che gli capita spesso dato il carattere un po' "ondivago".
    Ma una "trovata" geniale del Cav. gli ridarà morale e quel pizzico di entusiasmo che pare lo abbandoni alla fine delle estati.



    Questa è buona, proprio buona....


    --------->
    Cum Feris Ferus

    Chi striscia non inciampa. Cit.

 

 

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