....Cavaliere
Al direttore - Se permette un go between da noi che abbiamo questa fissa di stare in mezzo al popolo anche se, come dicono i brianzoli, contiamo come il due di picche quando la briscola è fiori, al nostro amato presidente del Consiglio ci piacerebbe raccontare quanto segue. Primo, sappiamo quasi meglio di don Gianni che l’imprenditore che nel ’94 scese nell’agone politico, non soltanto è da ringraziare perché ci ha salvato da un ventennio di mite ulivo di ricino, ma crediamo sia giusto consegnare alla storia per l’esempio che egli diede, negli anni successivi al ’96, di responsabile opposizione utile sia alla stabilità di un governo costretto a navigare tra l’Adriatico e i Balcani di migrazioni, guerre, fosse comuni, sia al consolidamento di una compagine politica e di un programma liberali che hanno scritto la più bella promessa dell’Italia che sarebbe dovuta rinascere dal deserto in cui era stata gettata da un putsch giudiziario.
Però, seconda osservazione, è successo –o almeno così a noi pare – che dopo i trionfi elettorali e il tonfo delle Torri, le promesse siano state dimenticate sullo sky-lift dell’America in guerra per tutti noi. E’ successo che incassato lo ski-pass da Washington, invece di fare quelle due-tre cose necessarie a dare un senso alla legislatura (la famosa “separazione delle carriere” e tutto il resto a seguire, compreso quel gesto di clemenza per i detenuti richiesto dal Papa che tutti applaudirono in Parlamento, e poi gli investimenti per passare dal welfare state alla welfare society, la scuola, la formazione, la ricerca, le riforme di sanità e pensioni), il Cavaliere, le sue armi, i suoi eroi, si siano dedicati al cicaleccio mediatico e alla risposta con pernacchie (invece che col bastone della riforma) ai cani che mordono nelle corti dei tribunali. Così – o almeno così a noi pare – con un occhio fisso ai sondaggi, l’altro che sembra neanche si avveda che è il governo che detta l’agenda politica, non la cosiddetta “opinione pubblica”, il nostro caro premier si è avvitato in una serie di esternazioni che hanno tenuto sì desta la cagnara, ma hanno portato a casa poco o niente per il popolo, se non il buon vino di Castelli, ministro costretto a spillare da otri vecchie provvedimenti nuovi, palesemente insufficienti a fronteggiare i costumi giudiziari d’antico regime.
Vero è che i buchi nel bilancio nazionale, la congiuntura internazionale, i disastri naturali, hanno complicato il cammino all’esecutivo. Vero che, almeno fino al mitico lodo, pitbulla Boccassini (e Barabba dell’informazione) ci ha imposto la soap opera di un premier eternamente inquisito. Però è anche vero che nessun dottore gli aveva consigliato di mettersi in politica piuttosto che andare con bellissime segretarie alle Bermuda, lui a rifarsi gli occhi, loro le zinne. Il risultato è quello sotto gli occhi della nostra specie: il governo della CdL sta in piedi dicendo e disdicendo, facendo e disfacendo, procurandosi e procurando agli italiani il mal di mare (e alle ultime amministrative anche un po’ di Parkinson elettorale). Dunque eccoci qui, con il Bossi destinato a tradire perché ha tre anni di lavori in gabina per portare a casa la croce dei muratori delle valli; con ’Gnazio che sta con l’osso (Rai) in bocca e in tutti gli enti statali (finché la barca va); i Follini che non hanno fretta e gli basta solo presidiare la fetta di campicello dove stanno, aspettare di mettere la palla a centrocampo e, intanto che si aspetta il cadavere sul fiume, lasciare le briglie sciolte alla pubblicistica che specula sul “dopo” Berlusconi, addirittura accostandolo al Papa. Uno spettacolo non diciamo deprimente, ma diciamolo pure, annichilente. Perché non è che di là ci sia trippa per gatti, non esiste che Prodi arrivi pacioso e brillante al 2006, la pistola è scarica anche all’opposizione (come stillicida da settimane quercia Pansa sull’Espresso). Come dice il nostro amico Fastweb Scalpelli, non è che a sinistra si vedano altri ticket da spendere oltre quelli del giro Letta-Bersani, con coppia D’Alema-Fassino a far da guardie giurate. Dunque: la CdL è miope sul fronte Fini, alticcia su quello Bossi e, forse, anche un po’ rassegnata al tiro Mancino&Mastella quando FI piomberà al suolo come pera cotta. Ma è appena salito sull’albero l’onesto e generoso Sandro Bondi? Sì, ma a coordinare cosa? Tanti ottimi parlamentari azzurri che sono certamente, come si dice, “sul pezzo”, ma un po’ come alla catena di Taylor. Dice che il governo sul territorio va meglio? E allora vogliamo parlare del film comico delle elezioni anticipate in Sardegna, un Frankenstein Junior che fa piangere e ridere per come si sono potute sprecare 150mila preferenze per Pili, venire mazziati dal cuore stesso della CdL e finire cornuti sui giornali giornali per una legge al fotofinish che dà la pensione agli invalidi della politica? In questi casi si dice che i nodi vengono al pettine. Ora al pettine del governo è arrivato un nodo grande come una crisi. Che logica vuole non ci sarà. Ma o Berlusconi si dà una mossa (bello il suo consiglio di un veto italiano sulla Costituzione euro-massonica, ma non basta) o si rassegna a gestire il declino dell’Italia col barbiturico dei condoni. Non ci sono più vie di scampo, né a Porto Cervo, né a Washington.
Berlusconi potrebbe diventare il miglior ministro degli Esteri del mondo, il miglior segretario dell’Onu, il più alto ambasciatore dell’Unesco. E fare benissimo le tre cose insieme. Però dal governare l’Italia non può scappare. Perciò: o mette subito mano a qualcosa di grande e di rischioso (che ne so, riscrive la legge Gasparri, sposta i soldi della Finanziaria verso la formazione dei giovani, vota in due mesi una riforma strutturale delle pensioni e della giustizia…), oppure l’Italia va a rotoli e Lui finisce che non mangia neanche il panettone di Natale. Di lì alla rottamazione di Forza Italia il passo non sarà breve, sarà repente. Cosa succederà poi mette i brividi a pensarlo. Tornerà la Dc? Sì, certo, tornerà la Dc. Però, direttore, che peccato doverle dare ragione col senno à rébours, dieci anni dopo che, smontato da cavallo di un dicastero di collegamento tra esecutivo e Parlamento, nella sua dimora sul Tevere, a noi che venivamo dalla capitale Milano, sprofondato su una poltrona lei raccontò che “da dove vengo e dove vado non so. Berlusconi? Un meteorite. Può rivoluzionare l’Italia o transitare nella troposfera per andare a disintegrarsi verso stelle, costellazioni, spazi siderali…”.
Luigi Amicone su il Foglio
saluti




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