Tra i Cento Più Bei Pensieri del mondo che avevo in mente di raccogliere, c’è quello di Louis-Claude de Saint-Martin sull’Universo che si trova nel suo letto di dolore in attesa che l’uomo lo consoli.
Ma lo sappiamo bene: i millenni della storia umana non hanno finora portato nessun soccorso all’inguaribile mal di essere dell’Universo. Lo hanno portato al parossismo, e qui c’è una piccola stella errante diventata per sé stessa una terrificante officina di sofferenze (e per colpa, proprio, dell’uomo e del suo Fato, della sua progressiva inettitudine a salvare, a proteggere dalla sua stessa furia le cose, alle quali sa soltanto dare dei nomi).
E la nostra potenza di aggravare i mali della minima porzione di universo che abitiamo, nel tentativo di medicarne qualcuno dei nostri, è talmente cresciuta che con ragione possiamo dire: non c’è rimedio.
Non c’è.
Mi pare abbia un singolare valore di segno anche questa storia dei cani, fatti inferocire e impazzire, e diventati semiantropofagi, che si finirà per dover abbattere a fucilate, come risorte belve pericolose. Chi ha poteri orfici, chi sappia ammansire e ipnotizzare con musica, voce e occhi si metta in lista presso i Comuni. Più del Licantropo e del Vampiro, fa oggi paura il pitbull randagio.
Ci stanno sfuggendo di mano, per impotenza di farmaco psichico e per l’esempio di delirio che gli si dà ogni giorno, perfino i cani! Pensiamo soltanto al traffico urbano, e a che cosa può immaginare di ragionevole un cane che veda ogni tipo di gente divorare il panino da Pausa Pranzo, fare strane manovre solitarie a una pompa di Bancomat, sterminarsi e scatenare il clacson dopo una partita. Osservare caninamente l’uomo delle città dà voglia di azzannarlo - o di piangere.
Troppi con stigmate di bassa materia in faccia, di denaro incollato ai reni.
Anche gli insetti si stanno rivoltando (e gli abbiamo aggiunto il simpatico epiteto di killer), e perfino i batteri, i virus mutanti, i geniuscoli cellulari. Tutto questo è Universo sul letto di dolore, che ha sbagliato numero chiamando a soccorrerlo l’uomo.
Guido Ceronetti
La Stampa 28/09/03




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