da: www.lastampa.it
E' morto Oreste del Buono
Per i suoi 80 anni aveva ricevuto gli auguri da Ciampi
30 settembre 2003
ROMA. E' morto Oreste del Buono, giornalista e collaboratore di lunga data de La Stampa. Era malato da tempo. Aveva 80 anni. Per il suo compleanno, aveva ricevuto un telegramma d’auguri dal presidente della Repubblica. «In quasi cinquanta anni di attività letteraria e giornalistica - gli aveva scritto Ciampi - Lei ha contribuito al rinnovamento della cultura italiana promuovendo l’uso di tutti i linguaggi moderni, dal romanzo al fumetto».
Ripubblichiamo il pezzo scritto da Nico Orengo
sul nostro quotidiano in occasione di quella festa
SABATO COMPIE 80 ANNI ORESTE DEL BUONO:
CON LE SUE GENIALI INVENZIONI E LE FREQUENTI DIMISSIONI
HA SOVVERTITO L’EDITORIA ITALIANA
AUGURI "MEZZO TOSCANO"
di Nico Orengo
4 marzo 2003
«MEZZO toscano» segna ottanta primavere. Ottanta candeline da mettere intorno alla cuccia di Snoopy, o alla propria di brachetto della carta stampata italiana. Oreste del Buono, compie - e c'è dell'incredibile - ottant'anni, avendo avuto pure lui dei natali, in un otto marzo del 1923 all'isola d'Elba. Non fa dichiarazioni; come ha scritto ieri nella sua rubrica delle lettere: «In questa odiosa circostanza ho cominciato a ricevere richieste di interviste, annunci di cerimonie, felicitazioni, avvisi di festeggiamenti.
Grazie a tutti. Ma perché? Che cosa si vuole festeggiare? La resistenza? Di che cosa ci si congratula? Del fatto che io sia ancora vivo? Anche questo è da vedere». Li compie, i suoi ottanta, forse tirando un calcio con quel pallone che gli regalò, da ragazzo, il mitico zio Teseo Tesei, eroe della seconda guerra mondiale, disperso nel mar di Malta a dorso di uno di quei «maiali» di cui era stato progettista e gran sostenitore. Teseo, fratello di una madre così severa e patriottica che, indirettamente, lo costrinse ad arruolarsi volontario, qualche giorno prima della caduta di Mussolini, in Marina, così almeno avrebbe imparato a nuotare.
Tutta la sua vita, parte della sua vita, è stata una tenzone contro lo zio e la madre, per dimostrar loro il volto dell'antieroe, del «mezzotoscano», come si è autodefinito, che con le migliori intenzioni, visto che il Paese è quello che è, costeggia l'avanspettacolo e il grottesco, lo sberleffo e il tragicomico. Del Buono, è uno degli intellettuali - ma la definizione gli fa sicuramente venire l'orticaria - che ha sovvertito, innovato, cambiato il panorama della editoria italiana, dai giornali, alle riviste, alle collane editoriali, alla stregua dei grandi editor come Calvino, Vittorini, Spagnol, Sereni e a editori quali Bompiani, Mondadori, Rizzoli.
Uno come lui che alle 20,30 era già a letto, ma sovente sdraiato in una cuccia vicino al letto, per svegliarsi alle 2,30 per lavorare fino alle 6,30 e concedersi un pisolino fino alle 9, cosa può aver fatto nella sua vita se non tutto e di più? Critico letterario, critico cinematografico, commentatore calcistico, fondatore di riviste e collane editoriali, traduttore (da Bataille a Yourcenar, da Gide alla Kristeva), scopritore di talenti: odibì è tutto questo e altro. Possiede, forse in Europa, il record, da guinnes, delle dimissioni, ormai oltre il centinaio. È riuscito a dimettersi dalla Mondadori, dalla Rizzoli, dal Corriere, dall'Europeo, dalla Stampa, dal suo Linus, da ogni dove. Forse il suo obiettivo, non raggiunto, sarebbe stato quello, sdoppiandosi, di assumersi e licenziarsi. Ci è però andato vicino, vicinissimo. Fu quando, appena ruolato, venne preso prigioniero e portato in Austria, dove rimase nel lager fra il '43 e il '45.
Un giorno evase, ma non per tentar la fuga verso l'Italia, ma per intrufolarsi, da clandestino, in un altro lager, da dove, scoperto, riuscì nuovamente ad evadere per riconsegnarsi in quello di provenienza. Vita da pendolare, vita da «infedele» per conservare un'unica grande libertà: la propria, quella che gli permette la creatività, l'invenzione, la voglia di lavorare «sulla carta» che gli era scattata, dice lui, da ragazzo leggendo Topolino giornalista, guardando il film L'ultima minaccia con Humphrey Bogart e subito dopo con le vignette, con il collega «anonimo» Calvino, sul Bertoldo di Guareschi o con recensioni letterarie su Libro e Moschetto.
Pendolare anche, soprattutto, fra i gusti di un pubblico che ama leggere gialli e fumetti, guardare le partite di calcio e il cinema, divertirsi con le battute dei comici, Oreste Del Buono si è trasformato in un grande mixer, insieme ad Eco, uno dei primi «operatori culturali» - altro termine per una ulteriore orticaria - mescolare cultura «alta» a «cultura bassa». Se nel'45 si era provato a mettere in fumetti I promessi Sposi del Manzoni, sul Politecnico, nel'65 inaugurò Linus con una discussione sul valore culturale delle «strisce» con Eco e Vittorini. E su quelle pagine, poi arrivarono tutti, da Schulz a Al Cap, da Feiffer a Pratt, da Pericoli a Crepax, Chiappori, Staino. I grandi editori «popolari» Rizzoli, Rusconi, Sonzogno, Mondadori, gli editori più elitari, Bompiani, Feltrinelli, Einaudi, hanno «sopportato» le sue silenziose bizze e genialità, ottenendo da lui nuove collane, traduzioni, introduzioni, sempre con uno sguardo attentissimo ai processi dell'industria culturale.
Una vita frenetica, attivissima, condotta con uno stile affilato e discreto, con presenza di parole ma sobrietà di immagine: un Del Buono in grigio, in principe di Galles, attento a non occupare troppo spazio fisico, sempre un po' di traverso, minimizzando o, appunto, dimettendosi per riapparire, il mondo editoriale ha un perimetro stretto, dove già almeno una volta era stato. Del Buono, negli anni, è andato sempre più assomigliando ad un personaggio dei suoi amati fumetti e la sua esistenza una «striscia» di una vita molto letteraria, come di chi abbia seguito il progetto di trasformarsi da entità fisica in scrittura. Già perché uno segue l'Odibì talpa editoriale e giornalistica e rischia di dimenticare il Del Buono scrittore, uno dei nostri scrittori della seconda metà del'900 più interessanti, con romanzi di struggente bellezza, da Racconto d'inverno a La parte difficile, Né vivere né morire, I peggiori anni della nostra vita, Tornerai, Se mi innamorassi di te, La nostra classe dirigente, per citarne alcuni.
Una carriera di narratore invidiabile e, o per masochismo o per pudore, tenuta al margine dal suo autore, al limite quasi di un «fatto privato». Fino a pochi anni fa chiedeva al suo editore di non superare la tiratura di mille copie o, una volta che un titolo si esauriva, non concedendo più il permesso di ristampa. O arrivando al paradosso, successe da Einaudi con Un’ombra dietro al cuore, di ritirare, pagando, l'intera tiratura perché non venisse distribuito. Narratore, che ha fratelli in Bianciardi e Flaiano, in Delfini, Del Buono ha sempre raccontato le illusioni, le debolezze che riducono alla sopravvivenza, le mediocrità quotidiane sullo sfondo della Storia, ma anche la passione civile, con una scrittura che dal neorealismo di stagione ha sempre cercato di scartare nella forma e nel tono, fino a spingersi sul terreno di un suo grande amico, Fellini, quello della visione di un mondo come «Varietà», una scrittura di lustrini e dolenze, di nostalgia e cinismo, di confessione iperbolica.
Ecco che il «milanista» Del Buono, amico e mentore dell'abatino Rivera, ha passato e passa il suo tempo a divertirsi e divertire come attore e spettatore, sempre con quell'urgenza del fare, dello scavare, che è dell'isolano e del fuggitivo: un abate Faria che esplora la propria isola-prigione e ne cerca la via di fuga. Dall'Elba a Milano, per diventare il «mezzotoscano», l'uomo di tutte le redazioni e gli incontri possibili, testardo e sfuggente, padrone di tutte le letterature d'Europa e delle curiosità che in esse si possono tradurre in altro. Uomo migratore da uno stadio a una sala cinematografica, da uno stabilimento tipografico a una direzione editoriale, con la leggerezza di un personaggio di Iannacci, uno che ha sempre portato le scarpe da tennis per essere veloce nell'Italia dei mutamenti, con la tessera del Pci in tasca e il dissenso sempre in testa.
Perché è importante sentire, da uomo di isola, le correnti, il dissenso, i desideri di chi gli sta intorno, come ben sanno i suoi tanti lettori e corrispondenti quotidiani delle lettere alla Stampa. Un ascoltatore tutt'altro che consenziente, dialettico, provocatorio, ironico, severo. Un toscano intiero, un gran toscano. E al quale, il fumo di 80 candeline gli farà piacevolmente un fumo da signorine.




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