La video-sfida del grande comunicatore (ilmessaggero)
Mandato da Rassegna Stampa LS Martedì, 30 Settembre 2003, 14:09 uur.
di CARLO FUSI - Il Messaggero, 30 settembre 2003

Sulla riforma delle pensioni Silvio Berlusconi stampa la sua faccia di leader dello schieramento che ha vinto le elezioni. Sul passaggio più delicato dei prossimi mesi, quelli che faranno da apripista alla gigantesca mobilitazione mediatico-elettorale delle Europee del 2004, il presidente del Consiglio sceglie il mezzo che gli è più congeniale: l’appello diretto via tv ai cittadini, scavalcando tavoli di trattativa e confronto parlamentare che pure rimangono, ma collocati gioco forza e volutamente sullo sfondo. Oggi più che in passato il Cavaliere veste i panni del Grande Comunicatore, e c’è da credere che non si tratti di un intervento una tantum, di una scelta destinata a rimanere isolata. Al contrario, è presumibile che sempre di più il presidente del Consiglio - che se una critica a se stesso ha riconosciuto è stata di non aver saputo trasmettere agli elettori ciò che a suo giudizio di buono il governo ha fatto - decida per l’intervento diretto dagli schermi televisivi, strumento fondamentale e che sa di padroneggiare con abilità, per spiegare atti e comportamenti della sua maggioranza. La campagna per spot cioè, contro cui il centro-sinistra insorge, promette di diventare il veicolo prioritario del capo della Casa delle Libertà, l’elemento identificativo di qui al fondamentale tornante della primavera 2004.
Sono due i motivi che è possibile individuare per spiegare le ragioni che hanno indotto il premier alla sua scelta. Il primo rimanda al fantasma del ’94. Anche allora la riforma delle pensioni entrò come un ciclone nell’agenda del governo provocando uno scontro sociale di enormi proporzioni con i sindacati e l’opposizione. Dietro quello scudo e alla piazza che si mobilitò, le forze contrarie al primo gabinetto di centro-destra trovarono riparo e linfa, fino a provocarne la fine. A differenza di dieci anni fa, stavolta non è il ribaltone l’esito possibile: troppo forti i numeri della coalizione in Parlamento, troppo serrate le fila per immaginare strappi e cambi di campo. Ma la potenzialità disgregatrice nel corpo vivo del Paese di quella battaglia rimane e anzi si è ingigantita al pari della voragine dell’Inps; e il fatto che Cgil, Cisl e Uil siano risolute a ritrovare proprio su quel terreno compattezza e forza unificante ne rappresenta la spia più eloquente e, per la maggioranza, pericolosa. Berlusconi ha voluto giocare d’anticipo con l’intento di tagliare le unghie ai suoi oppositori: la riforma delle pensioni «è utile e necessaria» ed è già stata adottata da Paesi retti indifferentemente da esecutivi conservatori o socialdemocratici. Bisogna cambiare e chi dice che non è così vi inganna: un affondo diretto e senza subordinate, sapendo di avere gli Stati più forti d’Europa alle spalle nel momento in cui l’inquilino di palazzo Chigi guida la Ue.
Il secondo motivo attiene allo stato della coalizione di governo, che proprio sulle pensioni ha vissuto e ancora vive i momenti di più intensa lacerazione. Stampando il suo viso su quella riforma, il Cavaliere l’ha di fatto blindata, bruciando ogni possibilità di divaricazione: se da dentro la maggioranza qualcuno mostrerà dubbi o perplessità dovrà assumersi l’onere di mettersi in esplicita rotta di collisione col premier.
Nato con la promessa di tagliare le tasse, il governo Berlusconi si ritrova di fronte all’obbligo di intervenire sulle pensioni. Situazione non agevole e foriera di rischi. Ma alternative non ce ne sono, soprattutto sapendo che il traguardo finale sono le urne. Tribunale politico terribile, che non concede sconti a nessuno.