Energia elettrica, cosa serve

Giusto una settimana fa l'Italia è rimasta tutta al buio (ad eccezione della Sardegna e dell'isola di Pantelleria che hanno una propria rete elettrica) e solo allora ci siamo resi veramente conto di quando sia fragile il «più perfetto» dei grandi sistemi tecnologici, quello elettrico, da cui dipende la nostra società, soprattutto da quando il sistema è stato spezzettato, privatizzato, affidato a soggetti il cui fine era non tanto quello di assicurare a tutti i cittadini, con sicurezza e continuità, i servizi essenziali, quanto produrre tali servizi al più basso costo possibile e di venderli al più alto prezzo possibile. Valeva la pena di smantellare uno «Stato» che avrebbe dovuto operare al servizio dei cittadini, per sostituirlo con un mercato che antepone gli interessi degli azionisti all'interesse pubblico?

È nella logica del mercato che siamo cascati nella trappola delle importazioni di elettricità dalla Francia. In realtà le troppe centrali nucleari francesi, nate in un momento in cui nucleare significava anche prestigio e potenza militare, devono funzionare giorno e notte perché non possono fermarsi e devono vendere l'elettricità, quando è in eccesso in Francia, a chiunque altro, a basso prezzo. Così l'Italia, invece di migliorare le proprie centrali e la rete di distribuzione, da anni compra elettricità «nucleare» francese e l'Enel è ben contenta di guadagnare soldi anche a costo di far aumentare la fragilità della rete elettrica italiana.

Non è perciò vero che il black out di domenica sarebbe stato evitato se avessimo avuto più centrali elettriche. Ma, al di là del black out, abbiamo davvero bisogno di nuove centrali, la cui costruzione è tanto ostacolata per l'opposizione «ambientalista» o degli enti locali ? Abbiamo bisogno di altri 12.000 megawatt di potenza o di altri 50.000 megawatt o di quanto ? Questa risposta presuppone la risposta a un'altra domanda: di quanta elettricità ha bisogno la popolazione italiana, quella che abita le città e i villaggi, che lavora nelle fabbriche, nei campi, nei negozi, negli uffici, per tenere al freddo gli alimenti, per muoversi in ferrovia o in metropolitana, per comunicare e far funzionare le macchine e gli ospedali? È possibile soddisfare i bisogni civili consumando meno elettricità ? Usandola di più quando la richiesta è bassa, di notte?

L'unica cosa di cui l'Italia ha bisogno è un piano energetico: ma non scritto dai venditori di centrali o di nucleare o di elettricità o di petrolio, ma da uno Stato capace di identificare e orientare anche la domanda dei cittadini verso bisogni e servizi che rendano massimo il benessere e minimo il costo sia monetario, sia sociale, sia materiale. Un maggior benessere che tenga anche conto della necessità di consumare meno risorse naturali scarse, meno energia, meno acqua, meno spazio e terreno.

L'unico «utile» sottoprodotto del black out di domenica è stato, da parte del potere economico e finanziario e politico, una nuova ondata di ridicolizzazione del movimento ecologico: avete visto? Se non aveste fatto il referendum contro il nucleare, se non ostacolaste sempre le nuove centrali o i nuovi inceneritori, il black out non ci sarebbe stato. Non si dice, invece, che la contestazione è nata e nasce proprio per arginare errori di previsioni e mancanza di prevenzione dei danni, da parte del potere economico e politico. Eppure, proprio la contestazione ha denunciato e in parte evitato errori e sprechi di denaro pubblico. Vogliamo parlare dei miliardi di euro sperperati nelle centrali nucleari ora defunte; nella partecipazione italiana al reattore francese Superphenix, poi chiuso; dei progetti insensati di centrali termoelettriche nei posti sbagliati, come a Mattinata, o dei ritardi nel passaggio alle fonti energetiche rinnovabili alternative, auspicate anche nel suo appassionato appello dal presidente della Repubblica a Napoli? O delle tante avventure tecnologiche e industriali sbagliate che l'ambientalismo - ma meglio direi la saggezza e cultura popolare - hanno cercato di fermare o hanno fermato?
Il black out elettrico si è concluso con danni minori del previsto per la pazienza, la civiltà e il coraggio dei cittadini italiani. È questo coraggio individuale e popolare che deve muoverci per chiedere una corretta gestione pubblica dei beni da cui dipende la nostra vita: elettricità ed energia, ma anche acqua, alimenti, salute che sono così strettamente legati, come si è visto domenica, all'elettricità.

Giorgio Nebbia
Gazzetta del Sud 6/10/03