....amici. Troppo
Roma. Così l’altroieri, e ancora una volta, che è ovviamente l’ennesima volta, a ingombrare la scena di un dramma di An c’era la pantomina dell’amicizia, la fratellanza cameratesca di ciò che fummo, il gruppo che eroico saltò la frontiera e passò nel Palazzo. E riecco Gianfranco Fini che se può legna e se non può porta la mano al cuore:
“Tra di noi c’è un rapporto di antica amicizia, non vedo alcun problema”.
Perché poi l’amicizia che s’allunga troppo dentro la politica, pian piano si fa serpe, e oggi quel gruppo di amici di via della Scrofa hanno questa strana amicizia vigile, mai rilassata, evocata sempre, praticata un po’ meno.
Furono, giovani militanti uniti, la schiuma della terra dell’arco costituzionale; ora, nella mezza età ministeriale, sempre più l’antico sentimento evolve in convenienza. E così nei giorni più duri del partito finiano, ognuno l’amicizia richiama, ognuno abbraccia l’altro forse prima di abbandonarlo, ognuno mostra rimpianto e insieme fretta di andare. L’amicizia che oltre un decennio fa era forza è debolezza, era vento ed è piombo.
A quel gruppo Fini disse, appena tornato al vertice e il Msi pareva solo una carcassa politica: “Ragazzi, abbiamo sei mesi di tempo, facciamo capire che siamo ancora un po’ figli di puttana”.
Non c’era quasi niente, e niente costava allora
l’amicizia.
“Questo mese vi pago, il prossimo chissà”, disse il segretario ai redattori del Secolo d’Italia.
“Però fu un momento molto bello, che cementò alcune amicizie”.
In nessun partito l’amicizia è ciò che è in An. Insieme, vitamine e
tossine nel sangue.
Sul sistema amicale che tanto ha dato al partito e tanto vigore ora al partito toglie, nonostante gli appelli di Fini, le critiche cominciano a sentirsi.
Se c’è la lettera con cui Francesco Storace si è dimesso dall’esecutivo del partito, invitando il leader a prenderla “come l’ennesimo gesto di affetto e di amicizia nei tuoi confronti”, ecco Daniele Franz che ai colleghi rammenta la logica che zavorra An: “Dovremmo passare dalla considerazione ‘è un cretino, ma è mio amico’ a ‘è mio amico, ma è cretino’ ”.
Anche se per altri fu Pinuccio Tatarella a formulare per primo (e anzitempo) tale accorto avvertimento. Per dire, poi, quante lunghe sono le ombre dei grovigli amicali che hanno dato sostanza e danno scontento al partito.
Dalle cronache dei giornali
Dalle cronache dei giornali, dove ognuno se può invoca l’amicizia, col tono più del lamento che della rivendicazione, appaiono spaesati su un palcoscenico che non riconoscono. Perché poi in An la componente amicale è stata davvero forte, davvero ben più strutturale dei richiami al Wall Street Journal nelle tesi di Fiuggi. Qualcosa di molto e di superiore delle correnti che ormai hanno infettato l’intero corpo del partito. Ci sono le amicizie degli anni giovanili, quelle della città, quelle dei luoghi di lavoro. E ognuna lega l’altra, e quindi Fini le può giustamente rivendicare ma sa anche che non può liberarsene. Disse una volta, ricordando i tempi di quando era ancora solo un capo dei giovani missini: “Stavamo senza una lira dalla mattina alla sera, erano più i giorni che avevamo dei guai che quelli in cui potevamo andare a cena fuori”.
E allora, se si va indietro nel tempo, si scopre un primo cerchio di amicizie, quelle nate sotto il cupolone.
Qui con Fini c’erano già Gasparri, Urso, Alemanno, Storace.
E Teodoro Buontempo ha rievocato:
“Con Fini siamo amici, era cresciuto con me alla radio, come Gasparri. Diventò segretario per caso… Dopo Fiuggi non ho più frequentazioni con colleghi di partito, vedo altra gente”.
E questo gruppo di amici si allarga con il gruppo del Secolo d’Italia, perché buona parte della classe dirigente di An è dipendente del giornale del partito di Fini e di cui Fini risulta editore. E a quelli di sopra si aggiungono Italo Bocchino, delfino tatarelliano e oggi larussiano, Mario Landolfi, portavoce che voleva fare il capogruppo, Gennaro Malgieri, Silvano Moffa, candidato sconfitto alla provincia di Roma.
Si è aggiunto Ignazio La Russa, per personale simpatia oltre che per trasporto politico. E Altero Matteoli, che del gruppo non ha mai fatto parte, ma che Fini ha voluto lo stesso usare al vertice del partito, “perché è bravo, capace, di grande affidabilità”. Queste persone hanno avuto la vita mutata (e a volte la carriera graziata) dagli antichi rapporti. Un po’ di uno è sempre riflesso nell’altro, perciò nessuno adesso può tirarsi davvero fuori. E infatti a via della Scrofa dicono che “se c’è una persona che Fini considera amica è Storace, nonostante le sue dimissioni”. Per anni, Gianfranco e Francesco sono stati, come ricordò ridacchiando il secondo, “la bella e la bestia”, la voce e il portavoce, il segretario e l’addetto stampa. “Arrivai al partito e non sapevo nemmeno che fare – ha raccontanto Storace – Eravamo io, mammeta e tu. Cinque, sei persone al massimo: il sottoscritto, Fini, Gasparri, La Russa…”.
Fini, a Storace che stava per finire cronista all’Agenzia Italia, mutò la vita: “E’ una scommessa, ti va di giocarla?”. E sempre, ogni volta, ancora lo ammette: “A Francesco voglio bene, ogni volta che lo devo criticare sono un po’ in difficoltà”. E poi, insieme, Storace e Gasparri erano chiamati “i Fini Boys”, i ragazzi del capo, o l’uno o all’altro nella sua ombra. “Sono stato al suo fianco per otto anni – si vantava nel ’94 Maurizio Gasparri – Io sono davvero un finiano, lo dico con orgoglio… Storace ha avuto un rapporto più intenso con il segretario, anche se non può vantare il mio percorso ventennale. E comunque Francesco è un amico. E’ uno come me, che quando pensa qualcosa lo deve dire…”.
Era tutto un mondo particolare, che oggi forse solo il piccolo fuoco artificiale della mozione degli affetti tiene in vita. “Ho tutto dentro il partito: passioni, interessi, famiglia – ammetteva Gasparri – E anche i miei amici, come La Russa e Tatarella…”. Così insieme, Gasparri e La Russa, che Amina, la moglie del ministro delle Comunicazioni li chiama “Cip e Ciop, tanto diversi e tanto amici”.
E il ministro di An: “Nel terzetto io sono l’artigiano, La Russa l’uomo della propaganda, Fini il capo”.
Tutto fu partito e fu Fini. E chissà se un po’ l’amicizia fu ferita quella sera nei saloni dell’Hotel Plaza, quando dopo una sconfitta elettorale il capo destituì pubblicamente i colonnelli.
E nessuno, più di Gasparri, era colonnello. “Un nodino al fazzolettino di Maurizio”, malignano nel partito.
Poi fu il ministero e nuova gloria e ancora amicizia.
Erano tutti ragazzi, quelli che oggi hanno in mano An, nella sezione romana di via Sommacampagna:
Fini, Storace (di passaggio, era di un altro quartiere), Gasparri, Alemanno “che girava sempre in motorino”.
Quello che girava in motorino
Venne dopo Adolfo Urso, “la faccia umana del postfascismo”, lo chiamava l’Unità, anche lui romano, anche lui giornalista al Secolo. Si inserì Ignazio La Russa, “il milanese”.
Matteoli, invece, fu uomo di Fini: quello dell’organizzazione, delle candidature. L’antico socialista tricolore toscano, seguace di Beppe Niccolai, che con Fini pareva avere in comune solo la passione per le immersioni, e invece per anni e anni sono filati d’amore e d’accordo.
E Tatarella miscelava, sfotteva, allineava, avvertiva.
Finché pure Matteoli, a Fiuggi, non ha dato fuoco alle polveri.
E Storace si è dimesso.
E La Russa e Gasparri forse non vanno più tanto d’accordo, o forse hanno ragione al partito, “sono solo i ruoli, La Russa deve sembrare super partes”.
E pure Urso è scontento.
Amici. Amicizia. Fini.Finiani. Tutti per uno, ovvero tutti per Fini. Ma poi il capo sbaglia o sballa, e i vincoli, magari, diventano pesi.
E lo sa bene Mario Landolfi, che pure del partito è portavoce ed è il finiano per eccellenza, e che si è visto soffiare l’incarico di capogruppo proprio per volontà di Fini. Oggi mormora: “Nel partito i rapporti di amicizia hanno contato troppo. Hanno contato nella scelta degli uomini di governo. Su quattro ministri, tre sono di Roma”.
E tutti di quel gruppo di amici che un tempo guardava il mondo dalla trincea di via Sommacampagna.
Tempi che furono rievocati persino al congresso di Bologna, “piuttosto che parlare delle scelte nella formazione del governo”. O forse tutto resisterà come da tempo resiste.
E tutto resterà come da tempo resta.
Spiegò un giorno Fini: “L’esaltazione o la depressione, secondo me, sono momenti sbagliati nella vita, a maggior ragione nella vita politica”.
E quindi mai esaudirà il sogno del suo portavoce:
“Lui che fa come Mao durante la rivoluzione culturale, e chiama il popolo per buttare giù quelli che sono al suo fianco”.
da il Foglio




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