1 Ottobre 2003
CONFINI. BREVE ELENCO DI SIMILITUDINI POLITICHE RIVELATRICI
Di Pietro è il Bossi del centrosinistra Dieci buone ragioni per tenerlo fuori
Nei giorni scorsi, ho usato lo slogan: «Di Pietro è il nostro Bossi». Non è il frutto di una ostilità personale, che sarebbe politicamente inaccettabile, ma di un ragionamento fondato su basi obbiettive: l'elenco delle similitudini tra i due personaggi è infatti lungo, tanto da poter essere riassunto in un decalogo.
Uno. Di Pietro e Bossi (più il primo del secondo) non si occupano di tutti i problemi politici più importanti, ma di uno solo. Lanciano un unico messaggio, che si rivolge alla pancia più che alla testa di un numero modesto ma certo di elettori: così certo da assicurare una duratura rendita di posizione. Il messaggio di Bossi è: noi del Nord siamo stufi di pagare per quei parassiti di meridionali. Il messaggio di Di Pietro è: rappresento noi onesti contro i politicanti corrotti (quelli di destra, Berlusconi in testa, ma anche, si sottintende, quelli annidati nel centrosinistra).
Due. Bossi e Di Pietro, per coltivare il loro gruzzolo di voti, non esitano a danneggiare la coalizione cui appartengono. Bossi sa benissimo che insultare «Roma ladrona» giova a lui ma non al governo. Di Pietro sa altrettanto bene che il referendum sulla giustizia sarà una disastrosa sconfitta per il centrosinistra. Ma sa anche che potrebbe trainare utilmente la sua personale campagna elettorale alle europee. E di altro non si preoccupa.
Tre. Bossi e Di Pietro hanno fatto la propria fortuna aggredendo democristiani e socialisti e sono il simbolo di tale aggressione. Di Pietro è stato infatti il protagonista di un uso forzato e illiberale della giustizia quando Mani Pulite si trasformò in una caccia alle streghe contro i dirigenti politici della prima repubblica. Ma questo uso della giustizia sarebbe stato impossibile se il Palazzo di Milano non fosse stato circondato e protetto dalla jacquerie qualunquista, dalla anti-politica e dalla furia del leghismo nascente, che agitava il cappio all'interno stesso di Montecitorio.
Quattro. Come rappresentanti, appunto, dell'anti-politica, Bossi e Di Pietro non si definiscono né di destra, né di sinistra. E hanno ragione, anche perché il populismo qualunquista, con i suoi semplici messaggi monotematici, non indica alcuna visione coerente della società e quindi è sempre difficile da catalogare. Non hanno bisogno, né Bossi, né Di Pietro, di programmi coerenti di governo. Per l'uno infatti, tutto si risolverebbe liberandosi dai parassiti meridionali, per l'altro, liberandosi dai ladri.
Cinque. Come rappresentanti, entrambi, non solo dell'anti-politica, ma anche dell'anti-partitocrazia, Bossi e Di Pietro non sono a capo di un partito dotato di storia collettiva, cultura e democrazia interna. Lega e Italia dei Valori sono «partiti-persona», si identificano con il loro capo, senza il quale non esisterebbero neppure. Per la verità, questa caratteristica comune è più marcata nel dipietrismo che nel bossismo. La Lega infatti è radicata sul territorio e ha ormai una base sociale cui rispondere, Di Pietro no, al punto che non si saprebbe indicare, oltre a lui stesso, un solo dirigente riconoscibile del suo partito. L'Italia dei Valori, in particolare, è un partito virtuale, una sigla in franchising. L'assessore o il notabile locale scontento del suo partito (in genere di centrosinistra) prende la sigla, appunto, in franchising, apre una bottega autonoma, trova qualche giovane portato all'estremismo dall'arroganza di Berlusconi e poi contratta finalmente con il resto della coalizione da pari a pari. In questo senso, l'Italia dei Valori non risolve, ma anzi aggrava e moltiplica le divisioni del centrosinistra.
Sei. Bossi e Di Pietro (dalla cravatta perennemente slacciata al forte accento provinciale, dall'agitarsi delle braccia al carattere personale e urlato dell'invettiva) hanno lo stesso modello comportamentale: quello del populismo. Entrambi, per questo e per quello che rappresentano, indipendentemente ormai da quello che fanno e che dicono, costituiscono un formidabile irritante e repellente per gli elettori moderati (in particolare ex democristiani ed ex socialisti).
Sette. Entrambi si dimostrano, in qualunque coalizione si trovino, alleati destabilizzanti, portati costantemente al ricatto, fino a scivolare nel trasformismo e a cambiare schieramento. Le storie di Bossi e Di Pietro sono, sotto questo aspetto, parallele, ancorché rovesciate. Bossi ha governato nel 1994 con Berlusconi, poi lo ha tradito, lo ha fatto cadere, gli ha fatto perdere le elezioni politiche del 1996. Dopodiché, si è riconciliato e oggi lo appoggia, ma sempre agitando la minaccia e alimentando la precarietà quotidiana. Di Pietro è stato eletto ministro e senatore dal centrosinistra. Nel 2000 lo ha abbandonato e ha concorso a fargli perdere le elezioni del 2001. Dopodiché, si è riconciliato ed è ritornato dov'era: anch'egli sempre tra polemiche e minacce di una nuova rottura.
Otto. Bossi e Di Pietro non attaccano il loro avversario con delle motivazioni politiche. In genere, lo fanno con delle aggressioni moralistiche alla persona. Bossi rimprovera i suoi stessi alleati ex democristiani di provenire da un partito di ladri. Di Pietro ha rotto con il centrosinistra quando e perché Amato è diventato presidente del Consiglio, usando contro di lui, in piena aula del Senato, esattamente lo stesso argomento di Bossi: l'accusa di essere legato alla storia infamante di un partito di ladri (in questo caso, non quello democristiano, ma quello socialista).
Nove. Bossi e Di Pietro sono degli argomenti viventi a favore dello schieramento avversario. Il centrosinistra addita efficacemente Bossi e i suoi eccessi per dimostrare che il Polo non è affatto una coalizione moderata. Berlusconi addita efficacemente Di Pietro, seduto accanto a Fassino e Rutelli, per dimostrare che esiste davvero una magistratura politicizzata a lui ostile (tanto che Di Pietro il magistrato inquirente si è trasformato in Di Pietro il politico: sempre contro di lui).
Dieci. Esiste infine l'aspetto più grave, che contribuisce a rendere difficile espungere Bossi e Di Pietro dall'una e dall'altra coalizione. Entrambi lanciano un messaggio populista che non è isolato, ma trova consensi anche in Forza Italia e nei Ds, perché si rivolge alla pancia reazionario-qualunquista della destra, a quella giustizialista della sinistra.
Il decalogo dunque ci suggerisce che Bossi e di Pietro sono e saranno il castigo quotidiano, rispettivamente, della destra e della sinistra, oltre che una causa continua di instabilità politica. Con una differenza. Berlusconi, Bossi se lo è trovato, già forte e radicato nel territorio. La sinistra, Di Pietro se lo è inventata da sola. E con una conseguenza. Forse, Di Pietro (e sarà comunque di danno) potrà essere un alleato elettorale per l'aggregazione riformista che vogliamo costruire. Mai però potrà farne parte direttamente. Mai, almeno, con la partecipazione di chi, come lo Sdi, contribuisce a rappresentare non da oggi, ma da sempre, la tradizione riformista. O lui, o noi.
D'altronde, tutto in politica ha una sua logica. Se Berlusconi farà, come pendant alla nostra, una sua lista unica alle europee, dalla lista unica della destra sarà certamente escluso Bossi. Spero che questa sia la undicesima similitudine tra i due capi popolo.
Da "Il Riformista"
Bravo riformista, ottima analisi!![]()




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