ESPRESSO on-line
La democrazia di chi lapida le donne
George Bush ha dato la gestione del petrolio iracheno alle grandi
compagnie Usa e difende l'autoritarismo barbaro dell'Arabia Saudita
Giorgio Bocca
Dice il radicale Massimo Teodori che la mia critica all'America di
Bush è una raccolta di luoghi comuni. Comunissimi, ma purtroppo
incontrovertibili. Dicono gli storici che ridurre l'impero americano
e le sue guerre a un capitalistico accaparramento del petrolio è
riduttivo, paleomarxista.
Riduttivo certo, ci sono anche le antiche pulsioni di conquista e di
violenza, l'evoluzione non rifiutabile, ma non è certo casuale che il
Medio Oriente conquistato o presidiato dagli americani rappresenti il
60-65 per cento delle riserve petrolifere mondiali, 263 miliardi di
barili nell'Arabia Saudita al costo di estrazione bassissimo di un
dollaro a barile, il resto nel Kuwait, negli emirati arabi, in Iraq e
in Iran.
Il pregiudizio paleomarxista è duro a morire, anche perché non è così
facile smentirlo. È un dato di fatto, non un pregiudizio, che la Esso
ha dato 2 miliardi di dollari per la campagna elettorale di George W.
Bush e che i giganti del petrolio hanno imposto il rifiuto del
protocollo di Kyoto per la difesa dell'ambiente.
Non è un pregiudizio l'indifferenza del governo americano allo spreco
colossale di petrolio: grandi automobili che consumano il doppio
delle europee, luci accese giorno e notte, nessuna limitazione dei
consumi.
È un pregiudizio paleomarxista affermare che la guerra americana per
la democrazia sarà una efficace propaganda, ma fondata su una grande
impostura?
È una forzatura ideologica dire che la guerra per la democrazia
nell'Iraq parte dalla difesa dell'autoritarismo barbaro degli Stati
alleati dell'Arabia Saudita e del Golfo?
Malise Ruthven, in un saggio pubblicato da Einaudi, 'Il seme del
terrore', ci ricorda quale democrazia esista nell'Arabia Saudita,
grande alleata di Bush: la rendita petrolifera divisa fra i 7 mila
componenti della famiglia reale, 4 miliardi di dollari l'anno di
sovvenzioni. Non una corruzione, ma un diritto che vien fatto
risalire al Corano equivalente a una costituzione. Ma il Corano sullo
stesso tema si contraddice e ci vogliono gli ulama alle dipendenze
del trono per interpretarlo.
Nel paese grande alleato degli americani portatori di democrazia nel
mondo c'è, dichiara Amnesty International, "il più assoluto disprezzo
dei diritti umani". La censura regna sovrana: è vietato parlare di
altre religioni, delle evoluzioni biologiche, della psicologia
freudiana; è vietato parlare di alcol e del maiale, bestia immonda,
ma i sudditi delle classi alte non protestano, prendono un bell'aereo
e se ne vanno in Costa Azzurra o a Capri.
È legale, nel regno, la lapidazione dell'adultera: "La donna venne
obbligata a inginocchiarsi. Un grande uomo, il boia, la fustigò 50
volte. Poi arrivò un camion che scaricò delle pietre. Il boia disse
ai presenti in maggioranza uomini che l'esecuzione poteva cominciare.
Le lanciarono addosso le pietre per un tempo che parve interminabile.
Ogni tanto si fermavano per permettere a un dottore di tastarle il
polso. Dopo circa due ore il dottore disse che era morta".
Un vero paese democratico: i lavoratori stranieri sono alla mercé
degli imprenditori locali, le cause di lavoro durano anni e nel
frattempo il datore di lavoro può impedire allo straniero di lasciare
il paese. Così si accumulano stipendi e indennità non pagati.
Chiunque intraprende nell'Arabia Saudita deve avere un garante
locale, il quale può taglieggiare decine di imprese.
I pregiudizi ideologici sono nemici della buona storia, ma lo è anche
l'omertà, il non vedere, il tacere che la gestione del petrolio
iracheno è stata affidata a uomini delle grandi compagnie.
Ma non sarà anche un pregiudizio sostenere che il più forte ha sempre
ragione?




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