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«Sono maturi i tempi per concedere il diritto di voto agli immigrati, almeno alle amministrative». È la clamorosa svolta del vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, firmatario insieme al ministro Bossi della legge in vigore sulla materia. Fini fa sua, a sorpresa - con la dichiarazione di ieri davanti alla platea del Cnel - una battaglia che finora era stata portata avanti dal centrosinistra e dai sindacati e si accoda ad essi. Il leader di An allo stesso tempo, apre un nuovo fronte di polemica nella Cdl mentre ancora non è stato archiviato quello sulla riforma delle pensioni. Con l'Udc pronta a dare il suo appoggio, Forza Italia che frena e parla di questione prematura e la Lega che rimane sola a sventolare il vessillo della coerenza e della politica contro l'invasione degli immigrati e i problemi che ne derivano.
La Lega, naturalmente, non è intenzionata minimamente a seguire questa novità di Fini, ma anzi è decisa ad ostacolarla in ogni modo. «Sono sconcertato», ha commentato il sen. Roberto Calderoli. «È impensabile attribuire il voto a chi risiede per lavoro sul nostro territorio e non ne è cittadino. In Inghilterra è stata approvata una legge che prevede, oltre i precedenti requisiti, il superamento di un test che dimostri l'integrazione da parte di chiunque faccia domanda di cittadinanza. Presenterò una proposta di legge - annuncia - per inserire un test del genere anche per l'acquisizione della cittadinanza italiana, altro che dare il voto agli immigrati!».
La Lega ha subito contrastato l'uscita di Fini. Dall'avanguardia leghista è tutto un fuoco di fila contro il vicepremier. Dice Francesco Speroni: «Tempi maturi? Forse Fini ha sbagliato millennio. Tra mille anni magari se ne può parlare». E il ministro della Giustizia Castelli rincara la dose: «La mia risposta è chiara, precisa e inequivocabile: no». L'on. Cè si chiede se Fini non stia piuttosto puntando a «un voto anticipato»: «Mi auguro che non sia in cerca di visibilità. È un'ipotesi che non converrebbe né ad An né all'Udc».
A fare da corollario, la rabbia del popolo leghista che ha preso d'assalto le linee telefoniche di Radio Padania e manifestato sconcerto e indignazione.
E dunque figurarsi se il Carroccio è disponibile a seguire Fini su una svolta così ampia che arriva anche ad ipotizzare l'abolizione delle quote di ingresso. «Non escludiamo affatto che in futuro - dice il vicepremier - potrebbe essere questione di mesi, si possa fare a meno del meccanismo delle quote di ingresso». Guardando all'Europa, e alla tendenza "ormai consolidata" nel Vecchio Continente, Fini avanza infatti l'ipotesi «di far entrare in Italia tanti lavoratori quanti contratti sono disponibili».
Una proposta che non sta né in cielo né in terra per il sen. Calderoli: «Le quote - spiega - sono una questione di qualità più che di quantità. Vorrei ricordare che dalle quote di ingresso devono essere detratti tutti quegli extracomunitari che hanno beneficiato della regolarizzazione. L'ipotesi di eliminare le quote non è proprio all'ordine del giorno. Sono pensieri di Fini e solo di Fini, non certo della Casa delle libertà».
Secco il commento di Speroni: «Abolire le quote d'ingresso? Peggio che andare di notte». Il ragionamento di Speroni si basa sul presupposto che comunque l'arrivo degli immigrati, se anche vengono a lavorare, è un'invasione: «Se eliminiamo il meccanismo delle quote - spiega - è finita. Mettiamo che la Regione Campania dica che gli servono duecentomila persone. Come si fa poi ad impedire che queste persone si trasferiscano in Lombardia?».




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