L'Imperatore uscì di chiesa. Erano le nove. La battaglia cominciava alle nove e venti. Francesco Giuseppe decise di montare già subito a cavallo e non più in carrozza. Quegli ebrei si potevano anche accogliere stando a cavallo. Fece tornare indietro la carrozza e cavalcò verso gli ebrei. All'uscita del villaggio, dove aveva inizio l'ampia strada maestra che portava al suo quartiere e insieme al campo da battaglia, essi gli venivano incontro: parevano una nuvola scura. Come un campo di strane spighe nere al vento, la comunità degli ebrei si inchinò davanti all'Imperatore. Dalla sella egli vedeva le loro schiene curve. Poi, avvicinatosi, potè distinguere le lunghe barbe fluttuanti, bianco-argento, nero-pece e rosso-fuoco, mosse dalle brezza autunnale, e i lunghi nasi ossuti che parevano cercare qualcosa per terra. L'Imperatore sedeva col mantello azzurro sul suo cavallo bianco. Le fedine rilucevano all'argenteo sole d'autunno. Dai campi intorno saliva un bianco velo. Andò incontro all'Imperatore il capo, un vecchio con lo scialle da preghiera degli ebrei a strisce bianche e nere, la barba fluttuante. L'Imperatore cavalcava al passo. I piedi del vecchio ebreo si fecero sempre più lenti, finchè sembrò che fosse fermo laggiù, e nondimeno si muovesse. Francesco Giuseppe ebbe un leggero brivido. Si arrestò di botto, così che il suo cavallo si impennò. Smontò. Così pure il suo seguito. Ando a piedi. I suoi stivali lustri si coprirono della polvere della strada maestra e, sui bordi stretti, di pesante fango grigio. La massa nera degli ebrei gli venne incontro ondeggiante. Le loro schiene si alzavano e si chinavano. Le loro barbe nero-pece, rosso-fuoco e bianco-argento, fluttuavano nella lieve brezza. A tre passi dall'Imperatore il vecchio si fermò. Reggeva sulle braccia un grande rotolo purpureo della Torà, ornato di una corona d'oro i cui campanellini tintinnavano sommessi. Poi l'ebreo sollevò il rotolo della Torà verso l'Imperatore. E la sua bocca sdentata, tra i peli arruffati della barba, balbettò in una lingua incomprensibile la benedizione che gli ebrei devono pronunciare al cospetto di un imperatore. Francesco Giuseppe chinò il capo. Sul suo berretto nero passava la fioca luce argentea dell'estate di San Martino, nei cieli gridavano le anatre selvatiche, un gallo cantava a gran voce in una fattoria lontana. Per il resto era tutto silenzio. Dalla massa degli ebrei si levò un confuso mormorio. Ancora più basse si curvarono le loro schiene. Senza una nube, s'inarcava infinito sopra la terra l'azzurro argenteo del cielo. "Benedetto sei tu!" disse l'ebreo all'Imperatore. "Tu non vedrai la rovina del mondo!". Lo so! pensò Francesco Giuseppe. Dette la mano al vecchio. Si voltò e salì sul suo cavallo bianco.
Piegò a sinistra trottando sulle dure zolle dei campi autunnali con dietro il suo seguito. Il vento gli portò le parole che il capitano Kaunitz diceva all'amico a fianco:"Io non ho inteso un'acca di quel che diceva l'ebreo!". L'Imperatore si voltò sulla sella e disse: "Ha parlato soltanto a me, caro Kaunitz!" e continuò per la sua strada.
Joseph Roth.
La marcia di Radetzky
C'è un altro passo:
Fra i mercanti di cui abbiamo parlato c'erano molti ebrei. Un capriccio di natura, forse l'arcana legge di una ignota discendenza dal popolo leggendario dei Chazary, faceva sì che molti fra gli ebrei di frontiera fossero di pelo rosso. Sulle loro teste fiammeggiavano i capelli. Le loro barbe erano come tizoni ardenti. Sul dorso delle loro mani leste si drizzavano rosse e dure setole come minuscoli spiedi. E nei loro orecchi lussureggiava un tenera lanugine rossastra, quasi il fumo di quel fuoco che doveva ardere all'interno delle loro teste




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