Tanto per capire come si giustificano le str***ate!
da "IL SECOLO D'ITALIA" del 10.10.03
Perché la nostra
è una scelta
“di Destra”
ALFREDO MANTOVANO
La vicenda dell’immigrazione, in Italia e nel mondo, non tollera di essere sintetizzata in una o più fotografie, valide una volta per tutte. Merita di essere raffigurata, senza pretesa di esaurirla, per lo meno con un filmato. E’ proprio del filmato articolarsi in scene e in contesti diversi: un anno fa la nuova legge sull’immigrazione,
fortemente voluta dall’intera maggioranza e dal governo, ha iniziato a produrre i suoi effetti; ha, cioè, iniziato a modificare le scene di un lungometraggio che nel 2000 erano in buona parte diverse da quelle attuali: dove sono adesso, per fare qualche esempio fra i tanti, i gommoni che, col loro carico di clandestini e di disperazione, solcavano ogni notte il Canale d’Otranto? Dove sono le carrette del mare che, partendo dai mari del Sud, attraversavano il golfo di Aden, e poi il Canale di Suez, e quindi arrivavano sulle coste dell’Italia meridionale, soprattutto
calabresi? Certo, esistono ancora gli sbarchi sulle coste
meridionali della Sicilia e delle isole di Pantelleria e di Lampedusa:
ma la quantità complessiva degli arrivi di clandestini è, grazie
anche alla legge Fini- Bossi, notevolmente inferiore rispetto a duetre anni fa. E, per proseguire nel confronto fra scenari, quali immagini potevano raffigurare, prima di quella legge, il lavoro onesto ma irregolare di tante collaboratrici familiari o di tanti dipendenti di ristoranti e pizzerie?
Oggi queste persone, sempre in virtù di quella legge, pagano le
tasse, ricevono i contributi e l’assistenza sanitaria: il tutto in un
contesto di sicurezza, dal momento che hanno rilasciato le impronte digitali, così osteggiate a suo tempo dal Centrosinistra, e
quindi sono identificati uno per uno. Che significa tutto questo? Significa che, mentre fino a un paio di anni fa l’esigenza più forte era di contenere l’emergenza, oggi l’emergenza è circoscritta territorialmente, temporalmente e quantitativamente. Significa, quindi, che si può pensare ad altro; per esempio, a intensificare l’integrazione di coloro che sono entrati regolarmente, o hanno acquisito uno status di regolari con la Fini-Bossi. Integrazione significa disponibilità di un alloggio decoroso – la nuova legge contiene prescrizioni precise in proposito -, rispetto delle nostre leggi, conoscenza della lingua, inserimento dei figli a scuola; significa anche interesse per le sorti della nostra comunità. Perché, in questo quadro, scandalizzarsi di discutere, come ha chiesto il vicepresidente del Consiglio, di quell’ulteriore contributo all’integrazione costituito dal voto per le amministrative per chi abbia già un radicamento e una presenza stabile in Italia? E sia, per esempio, in possesso della carta di soggiorno, che si può ottenere dopo almeno sei anni di presenza legale e continuativa.
È un passaggio intermedio verso il graduale e definitivo inserimento nella comunità nella quale lo straniero ha scelto di vivere, che vede come meta conclusiva il riconoscimento della cittadinanza. È ben vero che una proposta del genere è stata avanzata negli ultimi anni dalla Sinistra; può aggiungersi che, dopo aver costituito oggetto di vari annunci, è stata riposta nel cassetto per l’incapacità della stessa sinistra di individuare
una posizione unitaria in quello schieramento; ma pure per
la consapevolezza che un passo del genere era impossibile nel
momento in cui ci si dimostrava nei fatti incapaci di uscire all’emergenza.
La Destra non deve aver timore di muovere dei passi significativi
in questa direzione: ha titolo a farlo proprio perché può ivendicare
i risultati di una politica per l’immigrazione regolare e contro
quella clandestina la cui positività è sotto gli occhi di tutti. Ha titolo
a farlo perché, consapevole dell’impossibilità di frenare flussi
migratori che esistono e non cesseranno, è altrettanto convinta
della necessità di regolarli con raziocinio, come sta avvenendo. Ha
titolo a farlo perché non ha alcun complesso di inferiorità a rivendicare la propria identità culturale e di popolo: anzi, questo è necessario proprio ai fini di una corretta integrazione. Il nostro obiettivo è la creazione di una società dove si possa convivere bene. Non basta convivere da “separati in casa”, ma bisogna puntare ad una convivenza regolata e armoniosa. Il punto di partenza per questa integrazione è una chiara affermazione
dell'identità nazionale italiana.
Tale chiarezza è necessaria perché lo straniero deve conoscere
l'entità nella quale chiede di volersi inserire. In questo senso il Paese ospitante ha il dovere di manifestare con chiarezza la propria identità, per far crescere una società radicata nella propria tradizione e aperta alle altre. Ci vorranno tempo e pazienza, ma se si rispetta la cultura del Paese ospitante e i ritmi
necessari all'integrazione degli immigrati i risultati saranno
soddisfacenti. Questo vuol dire, per esempio, impegno perché nelle scuole gli extracomunitari studino l’italiano, invece dell’arabo;
perché le moschee siano esclusivamente luoghi di culto, e non
contenitori per forme di predicazione paraterroristica; perché i
flussi di arrivo siano orientati sulla base di consonanze culturali che consentano una migliore integrazione; perché prosegua l’inflessibilità verso i clandestini e verso chi li sfrutta (confidando in
decisioni giudiziarie non stravaganti: proprio ieri la Cassazione è
arrivata a stabilire che un extracomunitario condannato per
spaccio di droga non può essere espulso!).
L’ipotesi avanzata da Fini non rientra nel programma di governo?
Non vi rientrava neanche la legislazione contro il terrorismo
internazionale: che tuttavia è stata varata a poche settimane dalla costituzione del governo Berlusconi perché nel frattempo c’era stato il crollo delle Twin Towers. Quanto all’immigrazione, il fatto nuovo, che impone una riflessione, è costituito dalla buona riuscita della politica dell’esecutivo, che sarebbe strano se fosse disconosciuta da chi dell’esecutivo è parte autorevole. D’altra parte, era stata proprio la Lega ad annunciare l’opportunità di una riflessione ampia su questo tema, a distanza di un tempo congruo dall’entrata in vigore della nuova legge: è lecito al vicepresidente del consiglio apportare il suo contributo di idee e di proposte al dibattito su norme che al 50% portano il suo nome?
Certamente è lecito a una Destra per la quale la politica è al tempo stesso ragione e passione non restare affezionata a slogan suadenti o suggestivi, ma preoccuparsi, come forza di governo, delle prospettive future della nostra nazione: pur se questo costa discussione, confronto aspro e sforzo per farsi capire. Ma proprio questi elementi consentono alla politica di vere un’anima.




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