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  1. #21
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    Tagliati i fondi a chi combatte la mafia

    Le “misure” del governo: sottopagati gli straordinari, ridotte le indennità di missione

    Sandra Amurri
    ROMA Che la lotta alla mafia non
    possa farsi a parole non ci sono dubbi.
    Per fare una seria lotta alla mafia,
    infatti, oltre a buone leggi occorrono
    uomini e mezzi. Ma di fronte
    a leggi che di fatto sono strumenti
    per impedire alla magistratura di lavorare
    e alla mancanza di uomini e
    mezzi le parole diventano necessarie
    per denunciare una situazione
    che tra non molto porterà alla paralisi
    degli apparati investigativi. E’
    questo il preoccupante quadro che
    si evince dopo
    aver ascoltato
    poliziotti, magistrati,
    carabinieri,
    insomma tutti
    coloro che
    ogni giorno, in
    nome e per conto
    dello Stato,
    combattono il
    nemico mafioso
    nelle zone a
    maggiore densità
    mafiosa della
    Sicilia. Il Ministero dell’Interno, circa
    20 giorni fa, ha emanato una circolare
    in cui si comunica che i soldi
    per le missioni non ci sono più in
    quanto la Finanziaria ha tagliato del
    15% le spese dei Ministeri. Ma cosa
    vuol dire che non ci sono più soldi
    per le missioni? Vuol dire che se
    degli investigatori si devono recare
    da Palermo a Trapani in missione e
    restano fuori più di 8 ore non spetterà
    più loro l’indennità e la diaria
    per i pasti. E ancora, vuol dire che
    se la missione è segreta, come è naturale
    che sia, presupponiamo che
    si svolga a Corleone, e non possono
    recarsi al ristorante in quanto in
    tempo reale della loro presenza ne
    verrebbe informato Provenzano,
    non avranno più diritto ai 12 euro
    di compensazione per il pranzo al
    sacco. Addirittura, e qui siamo davvero
    al paradosso come se chi redige
    queste circolari vivesse su un altro
    pianeta dove la mafia non esiste,
    è stato previsto che possono andare
    a mangiare nei ristoranti convenzionati
    dietro presentazione di appositi
    buoni. La scena che si presenterebbe
    sarebbe questa: il funzionario
    per mangiare è costretto a recarsi
    solo in quel ristorante o in quella
    tavola calda convenzionati di Gela
    o di Misterbianco, anche se magari,
    pagate fino a che il Ministero
    non fa le cosiddette contabilità separate
    di fine anno quando cioè i soldi
    sono già finiti. Addirittura le Questure
    pagano gli straordinari arretrati
    con la contabilità dell’anno successivo
    così quando debbono pagare
    quelli dell’anno in corso i soldi
    quindi, lenti. Per fotocopiare un
    rapporto che va dalle 3000 alle 6000
    pagine il funzionario deve recarsi
    da qualche amico, per evitare di pagare
    di tasca propria, dotato di fotocopiatrice
    perché l’ufficio non ne
    dispone. Accade sempre più di frequente
    che magistrati costretti a vivere
    a Palermo e a Trapani dove si
    continua a dare la caccia all’ultimo
    grande latitante Matteo Messina Denaro,
    ma le richieste dei sindacati
    cadono sistematicamente nel vuoto.
    Nonostante l’emergenza sbarchi,
    che Fini sostiene essere terminata,
    continui sulle coste siciliane, a
    Lampedusa, in Calabria e molti uomini,
    di quei pochi che ce ne sono,
    vengono impiegati per il coordinamento
    delle operazioni di trasferimento
    nei convogli. Però il governo
    ha trovato i soldi per il poliziotto e
    il carabiniere di quartiere, quelli necessari
    per comperare
    le divise i
    computer palmari
    da dare loro
    in dotazione.
    Una figura che
    serve essenzialmente
    per dare
    ai commercianti
    dei centri storici
    la sola percezione
    della sicurezza,
    poi non
    importa se quei
    commercianti subiscono la morsa
    strangolatrice del pizzo. Lo immaginate
    questo povero poliziotto nei
    quartieri a rischio come lo Zen di
    Palermo, la Kasba di Mazzara del
    Vallo, o i borghi di Castelvetrano e
    Agrigento, vere e proprie palestre
    dove i delinquenti si allenano a diventare
    estorsori e killer mafiosi?
    E per finire giunge la notizia di
    un’ulteriore sottovalutazione da
    parte del governo per l’effettività
    della lotta alla mafia. Ieri in Senato
    il sottosegretario all’Interno di An
    Mantovano ha fatto ritirare un
    emendamento che, finalmente recepiva
    le richieste dell’associazione
    dei funzionari di polizia volte al riconoscimento
    di un’aerea di contrattazione
    collettiva autonoma dei
    dirigenti, così determinando l’ennesima
    equiparazione verso il basso di
    quelle professionalità a cui è affidata
    la reale sicurezza dei cittadini.
    Una situazione oggettivamente
    allarmante.

  2. #22
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    In Origine Postato da MrBojangles
    Tagliati i fondi a chi combatte la mafia

    Le “misure” del governo: sottopagati gli straordinari, ridotte le indennità di missione.... ecc.

    GRAZIE FORZA ITALIA ... NEI SECOLI FEDELE ...

    B.

  3. #23
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    In Origine Postato da Barbanera
    GRAZIE FORZA ITALIA ... NEI SECOLI FEDELE ...

    B.
    E ieri il TG di Fede (nel senso stretto del termine) ha passato un servizio che riproponeva pari pari la relazione bufala del ministero, appena smentita, il giorno prima, dai dati della Polizia.

  4. #24
    Vox
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    In Origine Postato da MrBojangles
    E ieri il TG di Fede (nel senso stretto del termine) ha passato un servizio che riproponeva pari pari la relazione bufala del ministero, appena smentita, il giorno prima, dai dati della Polizia.
    Mica scemo l'Emilio Fede (nel senso stretto del termine) ... sa che tanta gente abboccherà...

    chi li legge i dati della Polizia? Quelli della seconda media?

    B.

  5. #25
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    Tre agguati in 2 settimane. Ieri sera è stato ucciso un giovane
    e oggi i killer feriscono due pregiudicati davanti ai carabinieri
    Bari, è guerra tra i clan
    ogni giorno una sparatoria
    Ormai tutta la città, compreso il centro, è un campo di battaglia
    Regolamendo di conti per il ricambio generazionale.

    di CRISTINA ZAGARIA
    BARI - "A Bari si è superato ogni limite". La misura è ormai colma per il vice presidente della Commissione parlamentare antimafia, Giuseppe Lumia. Ed è la misura della paura. Lumia, ieri era nel capoluogo pugliese per una fiaccolata in ricordo di Gaetano Marchitelli, il quindicenne ammazzato per errore in una agguato di mala il 2 ottobre. E proprio mentre la fiaccolata, con appena un centinaio di persone, sfilava silenziosa per le vie della città i clan sono tornati a sparare. Un altro ragazzo è morto. Si tratta di un pregiudicato, Francesco Rotondo, appena 18enne, piccolo spacciatore. Ma la città e gli investigatori non hanno fatto in tempo a metabolizzare questo nuovo morto della malavita, che i clan sono tornati a premere i grilletti.

    Stamattina alle 10, nel cuore del borgo antico, tre sicari incappucciati hanno sparato 13 colpi di calibro 9. E non in un luogo qualunque. Ma davanti a una caserma dei carabinieri, quella storica della città. Vittime dell'agguato sono i fratelli Giuseppe e Andrea Milloni, che andavano in caserma per la firma della sorveglianza speciale. E sono scampati ai proiettili proprio rifugiandosi nell'edificio. Giuseppe Milloni, uscito dalla galera da 48 ore, scampa al terzo agguato in sei mesi. Il clan avversario non ha avuto paura di affrontare lui e il fratello maggiore proprio in quel breve tratto di strada dove loro si sentivano più sicuri, sotto gli occhi dello Stato. Come dice il procuratore aggiunto Giovanni Colangelo, coordinatore della Dda di Bari: "In questo momento storico il modo d'agire dei clan baresi è imprevedibile, dissennato, spietato".

    In due settimane per la terza volta le pallottole scuotono la città e per la terza volta la mala spara tra la gente. La paura diventa terrore e insicurezza quotidiana. Non esistono più zone off-limits. Tutta la città è diventata campo di battaglia. Dopo l'omicidio di Marchitelli, l'11 ottobre un'altra vittima: Pietro Scintilla, 36 anni, è stato colpito da una raffica di colpi, in pieno centro, nella via dello shopping.

    I proiettili si sono conficcati nelle vetrine dei negozi e nelle auto parcheggiate. Scintilla è gravissimo. Probabilmente rimarrà cieco. Un colpo gli ha trapassato la faccia da zigomo a zigomo. Ieri sera, un suo amico, Francesco Rotondo, che guarda caso era sullo scooter di Scintilla, è stato ammazzato dopo un lungo inseguimento a colpi di pistola nel traffico cittadino.

    Dall'inizio dell'anno solo a Bari ci sono stati otto omicidi di mala, in tutta la provincia 14 in almeno 40 agguati. Cosa sta succedendo? Secondo la Direzione distrettuale antimafia "è in atto una guerra tra clan, dovuta a un riciclo generazionale". I vecchi boss, come Savino Parisi, Domenico Strisciuglio, i fratelli Capriati, sono ormai tutti in galera da anni. Una raffica di operazioni, blitz e centinaia di arresti in questi ultimi due anni hanno spazzato via dalla scena criminale anche i loro luogotenenti. Sono rimasti in circolazione solo le nuove leve e i piccoli spietati clan emergenti, che vogliono impadronirsi a tutti i costi dello scettro del potere.

    Ovviamente tutto ciò per spartirsi il succulento mercato della droga, per pagare il carcere ai boss e per gestire il controllo del territorio che equivale a dire oltre che spaccio, estorsioni, video-poker, rapine.
    "Del tutto evidente che la situazione è ormai fuori controllo, perché le autorità dello Stato non sono in grado di assicurare la vita civile nella città" denuncia il deputato Ds Giuseppe Caldarola. "ancora più drammatico notare molto spesso - aggiunge - che gli autori delle sparatorie e anche le vittime siano prevalentemente giovani e giovanissimi".


    (17 ottobre 2003)

  6. #26
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    Per Dare Ordini ai Magistrati
    di Gerardo D’Ambrosio

    Gli avvocati sono di nuovo in sciopero. Protestano perché la maggioranza di governo non avrebbe mantenuto le promesse di riforma della Giustizia, fatte durante la campagna elettorale, non avrebbe attuato in particolare la separazione delle carriere tra Pubblici Ministeri e Giudicante. Questa, a loro avviso, costituirebbe il punto nodale per l’attuazione del giusto processo di cui all’art. 111 della Costituzione.
    Nella proposta di riforma dell’Ordinamento Giudiziario avanzata dal ministro di Giustizia il governo ha preferito seguire la strada della separazione delle funzioni.
    E questo nonostante il maxiemendamento seguito alla pronuncia della Sentenza a sezioni unite della Cassazione che respingeva le istanze di remissione per legittima suspicione avanzate nei noti processi di Milano e l'emendamento Boato seguito alla pronuncia di condanna in primo grado dell'on. Previti.
    Gli argomenti usati a sostegno della separazione delle carriere, com'è noto, sono sostanzialmente due. Il primo è che nei processi di tipo accusatorio il P.M. sarebbe un funzionario dello Stato sottoposto o all'esecutivo o ad un organo elettivo. È però sin troppo facile rilevare che un pubblico Ministero siffatto sarebbe in contrasto con quanto sancito dai nostri padri costituenti nella sez. I° del titolo IV della stessa Costituzione. Essi, dopo le non felici esperienze della subordinazione dei P.M. al Ministro di giustizia durante il ventennio di dittatura fascista, pensarono non solo di sottrarlo all'esecutivo ma addirittura di affidare sia i P.M. che i giudici appartenenti ad unico organo indipendente ed autonomo, al governo di un Organo di rilevanza Costituzionale: il Consiglio Superiore della Magistratura, presieduto dal Presidente della Repubblica.
    Il secondo è che il riferimento alla separazione delle carriere sarebbe già contenuto nell'art. 111 della Costituzione novellato, com'è noto, nel novembre del 1999. Detto riferimento dovrebbe trarsi dal fatto che il primo comma di detto articolo prevede che il processo si svolga davanti a “giudice imparziale e terzo”. E terzo significherebbe, appunto, appartenente ad una organizzazione diversa da quella del Pubblico Ministero. Anche per questo argomento è però facile obbiettare che le parole imparziale e terzo sono assolutamente sinonimi ed interscambiabili: un giudice è imparziale se è terzo ed è terzo se è imparziale. Per convincersene basti pensare: che il contenuto dell'art. 111 è stato mutuato dall'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, che a tale proposito usa l'espressione “giudice imparziale”; che la Corte di Giustizia Europea, chiamata più volte a pronunciarsi sul punto, ha sempre affermato che è imparziale chi non è stato mai chiamato in precedenza ad occuparsi del caso e chi non è in alcun modo interessato alla vicenda; che il nostro codice dell'88 e le riforme successivamente introdotte hanno avuto cura di inserire tutti i principi necessari ad attuare l'imparzialità del giudice.
    Si pensi a tutte le norme sulle incompatibilità e sull'obbligo di astensione dei giudici, alla distinzione tra GIP e GUP introdotta da ultimo, che costituiscono ormai un sistema armonico ed efficace diretto ad ottenere che mai un giudice che abbia interesse nel processo o che comunque in qualsiasi modo si sia interessato in precedenza della vicenda oggetto del processo, possa essere chiamato a decidere. Del resto, se così non fosse, se i due termini non fossero sinonimi e la parola terzo non fosse stata usata come semplice rafforzativo, dovrebbe concludersi che per realizzare il giusto processo occorrerebbe anche separare le carriere dei magistrati di I^ grado da quelle di appello ed entrambe da quella di Cassazione.
    Tanto premesso e posto che, dopo l'entrata in vigore delle leggi sulle indagini difensive, sulla difesa d'ufficio, sull'accesso al gratuito patrocinio, sulla raccolta delle prove e dopo le direttive impartite da ultimo dal C.S.M. perché magistrati trasferiti dalla requirente alla giudicante nella stessa sede non siano destinati alle sezioni penali, mi pare che l'unico principio fissato nell'art. 111 della Cost. e non ancora attuato, sia quello relativo alla ragionevole durata del processo. Ed è sull'attuazione di questo principio quindi, a mio avviso, che magistrati, avvocati e mondo politico dovrebbero cominciare a confrontarsi. Tanto più che è assolutamente pacifico che la separazione delle carriere nessuna incidenza avrebbe o potrebbe avere sulla durata dei processi penali, e che l'attuale durata del processo, come da tutti unanimemente riconosciuto, è divenuta ormai assolutamente incompatibile con uno stato civile e democratico. Una sentenza di condanna o di proscioglimento che interviene dopo cinque-sei anni o più dal momento in cui è stato consumato il fatto non potrà mai essere “giusta”.
    Uno dei temi da affrontare è certamente quello dell'attuale sistema previsto dal nostro codice per le impugnazioni che, senza dubbio, non è compatibile con principi fondamentali del processo accusatorio. Nel processo accusatorio la sentenza di I° grado è esecutiva, l'appello non può consistere nel riesame delle prove, perché nessun altro giudice potrebbe farlo meglio di chi ha assistito alla loro raccolta e si è pronunciato subito dopo aver ascoltato i difensori delle parti. La cassazione è mero giudice di legittimità e non può entrare nel merito.
    Un altro tema è quello dei riti alternativi. In nessuno stato in cui vige il processo accusatorio è contemplato il rito abbreviato o il patteggiamento in appello né che ai riti alternativi o meglio al patteggiamento ed alle congrue riduzioni di pena per esso prevista possa accedere chi non ha ammesso i fatti contestati dall'accusa. Non sono previsti processi contro imputati irreperibili o contumaci, perché è inconcepibile che l'imputato non si presenti al proprio giudice, né è previsto, come avviene nel nostro sistema, che possa impunemente mentire ai propri giudici.
    Un altro tema ancora è che le notificazioni diano assoluta certezza dell'effettiva conoscenza da parte dell'imputato dell'esistenza di un procedimento a suo carico ed una volta che ciò sia avvenuto le notificazioni stesse vengano incentrate sul difensore.
    Ma, a prescindere da queste considerazioni credo che a nessuno sfugga come la separazione delle Carriere, mentre non può portare alcun vantaggio sulla separazione delle funzioni, sia il primo passo verso la sottoposizione del P.M. all'esecutivo, sempre fortemente voluta da chi desidera uno stato autoritario. Questa sottoposizione, come l'esperienza insegna, non va certo a tutela dei cittadini ma a tutela dei poteri forti e proprio per questo negli stati democratici, ove per tradizione permane trova forti correttivi ed un esercizio estremamente limitato.
    Non a caso la riforma dell'ordinamento giudiziario, in cui la separazione delle funzioni è stata strutturata in maniera peggiore di quella delle carriere, è stata da molti percepita come una punizione nei confronti della magistratura che ha osato sottoporre a processo i poteri forti. Gli stessi avvocati, del resto, hanno fortemente criticato l'emendamento Boato, presentato a sorpresa e già approvato in sede di commissione al Senato, in forza del quale diventa illecito disciplinare “l'attività di interpretazione di norme di diritto che palesemente e inequivocabilmente sia contro la legge o abbia contenuto creativo” quella attività cioè che costituisce l'essenza stessa della giurisdizione e che trova e non può trovare censura se non all'interno del processo. Il riferimento alla vicenda della legge sulle rogatorie è fin troppo evidente. Né è senza significato che numerosi ed autorevoli esponenti del mondo universitario abbiano di recente lanciato un appello per la giustizia nello Stato di diritto.
    Si è, alcuni giorni fa, ricordato il quarantennale del disastro del Vajont. Consiglierei di leggere il libro di Mario Passi “Vajont senza fine”. Subito dopo il disastro in cui fu spazzato via un intero paese ed, in buona parte, altri due dalla terribile onda provocata dalla caduta della frana e che scavalcò la diga, furono disposte due inchieste una ministeriale ed una parlamentare. Entrambe conclusero che la caduta della frana era assolutamente imprevedibile. Se non vi fossero stati un Procuratore della Repubblica che sequestrò tutta la documentazione presso i vari enti, dalla SADE che aveva progettato e costruito la diga al Genio Civile ed al Consiglio superiore delle opere pubbliche ed un giudice istruttore che non si arrese di fronte alle conclusioni dei periti, chiaramente influenzati dai risultati delle predette inchieste; se non vi fossero stati due giornalisti coraggiosi che non ebbero mai alcuna esitazione pur di difendere la libertà ed il pluralismo dell'informazione e riuscirono così a dimostrare che del pericolo frana i dirigenti della SADE erano a conoscenza, tanto da sperimentarne gli effetti in un invaso su scala, nessuno avrebbe mai saputo la verità sulla vicenda e cioè che costruttori e controllori sapevano della frana e della fragilità del monte Toc.
    Nessuno ebbe allora il coraggio di attaccare i due magistrati. Appena giunti alla fase del dibattimento però il processo fu trasferito, per “legittimo sospetto”, al Tribunale de L'Aquila, Tribunale che non rese certo giustizia alle duemila vittime di quel disastro.
    Sono episodi del nostro passato che ricalcano vicende attuali e che dovrebbero far meditare sulle inchieste parlamentari concorrenti alle giudiziarie, sulla libertà e sul pluralismo dell'informazione, sul legittimo sospetto, sull'indipendenza della magistratura.

    Dovrebbero far meditare, si....

  7. #27
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    P2 vecchia fa buon brodo
    by Riccardo Orioles

    La mafia si diverte, con Berlusconi?
    E chi lo sa. Sicuramente, ci si diverte la P2. Non credo che qualcuno si offenderà per questo: mentre Totò Riina non ha mai fatto conoscere le sue opinioni in proposito, Licio Gelli l'ha fatto, esprimendo la più totale e fraterna solidarietà. Roba vecchia, naturalmente: faccendieri, spie varie, gladiatori - tutta roba passata, da dimenticare.
    Ma così, tanto per la cronaca: di che si trattava?

    Per P2 s'intende ufficialmente una lista di 953 nomi sequestrati nella villa di Gelli a Castiglion Fibocchi. La mia opinione è che la vera lista - quella operativa - sia invece il tabulato di 994 nomi sequestrato nella stessa occasione e messo agli atti della Commissione Anselmi, libro primo tomo secondo, come "reperto 2/B". Di questi nomi, 464 sono in comune sia alla lista "ufficiale" che al tabulato, e sono i nomi più "operativi".

    L'elenco della P2 è cronologico. La prima parte dei nomi, qualche centinaio, sono elencati in ordine alfabetico: si tratta evidentemente del nucleo iniziale della P2. La seconda parte consta di circa cinquecento nomi, e qui l'ordine alfabetico non è più rispettato: evidentemente venivano aggiunti man mano che s'aggregavano al nucleo iniziale. La terza parte (120-150 nomi) è concentrata in un periodo di tempo minore, e neanch'essa rispetta l'ordine cronologico.

    La prima parte dell'elenco comprende esclusivamente massoni doc, con una forte percentuale di gradi "30" e "33" (i gradi massonici vanno da 1 a 33); geograficamente, prevalgono le regioni di tradizionale presenza massonica (Toscana, ecc. ). Ci troviamo il barone universitario, il generale in pensione - i notabili, insomma. Vengono "garantiti" da altri esponenti della massoneria. È il quadro insomma di una normale loggia massonica d'elite. La finalità sociale, secondo me, era tranquillamente italiana: raccomandazioni, carriera, piccoli intrallazzi e così via.

    La seconda parte dell'elenco (che a un certo punto evidentemente qualcuno ha deciso improvvisamente di allargare) è costituita ancora, in linea di massima, da massoni, ma i gradi "33" adesso sono rari; la media qui è il grado "3", vale a dire il massone ordinario. Geograficamente, tutta l'Italia è rappresentata alla pari, con forse una lieve prevalenza per Roma. Sociologicamente, non abbiamo più il generale in pensione, bensì il capitano in servizio permanente effettivo (spesso dei Servizi di sicurezza: categoria stranamente soprarappresentata anche nella P2 argentina). I "garanti", nei casi in cui sono noti, sono sempre esponenti della massoneria "regolare".

    La terza parte dell'elenco, che è la più piccola e la più concentrata nel tempo, presenta le seguenti caratteristiche:

    1) non c'è nessun alto papavero della massoneria;

    2) molti degli iscritti non sono mai stati massoni (e sono "garantiti" da politici non-massoni come l'andreottiano palermitano D'Acquisto);

    3) sociologicamente, sono ufficiali, funzionari e politici più "operativi" rispetto ai precedenti; 4) geograficamente, la regione più presente fra gli iscritti di questo segmento è - per nascita o per attività - la Sicilia.

    La divisione in tre fasce si riscontra sia nell'elenco ufficiale che nel tabulato, e può essere dunque considerata una caratteristica generale del fenomeno.

    Ci sono stati dunque, nella storia della P2, tre diversi momenti, in ciascuno dei quali essa serviva a qualcosa di diverso - e, a giudicare dai dati, di progressivamente più importante. Alla fine, fra gli obiettivi importanti ce ne doveva essere qualcuno decisamente "siciliano".

    Chissà cos'era.....

  8. #28
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    Cosa Nostra e così sia
    di Nando Dalla Chiesa

    Ragazzi sveglia. Ma come: davvero non avete mai conosciuto un mafioso, non ci siete mai andati a cena, non l'avete mai ospitato a casa nemmeno come stalliere, non siete mai stati ospitati in una sua villa, non gli avete mai fatto un prestito né lui ve l'ha fatto, non ci avete mai concluso un affare piccolo così? Ma che ci state a fare al mondo? Sveglia ragazzi, perché il mondo non è fatto per le belle statuine e nemmeno per le anime candide e un po' pirla. Se uno fa l'imprenditore è normale che finisca per fare affari con chi ha più soldi. Se uno fa il poliziotto è normale che dia informazioni sulle attività sue e dei suoi colleghi a qualche boss, se no come fa ad avere qualche confidenza in cambio?
    Se uno fa il prete o il frate o l'abate o la suora è ovvio che vada a trovare un mafioso latitante: chi più di un assassino ha bisogno della medicina della fede? Se uno fa politica, specie nelle regioni del sud, è normale che prenda i voti dei mafiosi e non vada troppo per il sottile, se no come farà a far vincere i suoi ideali? E se uno è uomo di spettacolo, specie negli Stati Uniti, deve per forza imbattersi nei mafiosi - lo sanno anche i bambini-, se no alla fine come fa a lavorare?
    E vai col liscio. Credete voi che queste frasi siano satira allo stato puro? Ma no, sono distillate ogni giorno, sono il pane quotidiano della grande tragicommedia italiana in cui siamo immersi. La penultima frase, in forma un po' più seriosa, l'ha scritta Piero Ostellino sul "Corriere" di qualche giorno fa. Un articolo-provocazione, ha spiegato. Già, come il titolo (poiché l'espressione non venne usata da Sciascia) sui "professionisti dell'antimafia", sul "Corriere" da lui diretto nel 1987. Anche allora una provocazione. Rileggetevi le ultime, disperate parole pubbliche di Paolo Borsellino sulla polemica, su come l'aveva vissuta lui, e vi farete un'idea di quanto sia stata divertente e amabile quella provocazione.
    L'ultima frase, invece, l'ha detta in un'intervista (sempre sul "Corriere") Fabrizio del Noce, direttore di Raiuno. L'ha detta rispondendo alle polemiche che investono la nomina di Tony Renis a direttore artistico del festival di Sanremo. Dice del Noce che vuole le prove delle connivenze di Renis.
    Anzi, va al contrattacco. E ricorda che anche Sinatra, amico di Sam Gimcana, era amico dei Kennedy. Splendido. Non poteva scegliere esempio migliore. Perché quando John Fitzgerald Kennedy, che era stato effettivamente sostenuto in campagna elettorale da Sinatra, e perciò lo aveva invitato ai festeggiamenti della vittoria, si trovò scodellati sulla stampa i rapporti tra Sinatra e i boss di Cosa Nostra americana e percepì fino in fondo gli interessi del cantante nelle case da gioco di Las Vegas, non gli mandò un messaggio di commiato clandestino o complice, né denunciò le "manovre politiche". Diede solo disposizione al proprio ufficio stampa di annunciare pubblicamente che Sinatra non avrebbe più potuto mettere piede alla Casa Bianca; e che la frequentazione pericolosa lì si interrompeva. Insomma, se Sinatra sta a Renis come Kennedy a Berlusconi, non dovrebbero esservi dubbi sul modo più ovvio per chiudere questa storia.
    In ogni caso, poiché il direttore di Raiuno fa finta di non capire e di credere che la colpa di Tony Renis sia quella di tutti gli uomini e di tutte le donne di spettacolo in America, cioè, testualmente, di essersi "imbattuto in certe persone", ci permettiamo di proporgli alcune semplici domande, davanti alle quali dovrebbe essere un po' più difficile fare i finti tonti e ripararsi dietro le "cacce alle streghe" o dietro i "fini politici". Si gradirebbe dunque risposta a ciascuna delle seguenti domande.
    1) Quanti personaggi dello spettacolo italiano (non americano) hanno chiesto di ottenere una parte in un film a un boss mafioso, anzi, a un fondatore dell'anonima assassini, uno di cui il senatore americano Kefauver dichiarò, come si dice, "in velo d'ignoranza" (ossia non immaginando che il successivo protettore del cantante sarebbe stato trent'anni dopo il capo del governo italiano) che "le sue mani grondano sangue"?
    2) Quanti personaggi dello spettacolo italiano (non americano) sono stati ospitati nella villa della famiglia mafiosa degli Spatola nell'estate del '79, nella stessa estate in cui vi è stato ospitato Michele Sindona durante il suo falso rapimento?
    3) Quanti personaggi dello spettacolo italiano o americano sono stati in rapporti con Michele Sindona (per la giustizia italiana latitante) nelle settimane in cui il finanziere-bancarottiere ha commissionato l'assassinio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli?
    4) Quanti personaggi dello spettacolo americano hanno dichiarato di essere amici stretti dei membri di una delle più potenti famiglie di Cosa Nostra (i Gambino) e ne sono stati abitualmente ospitati in albergo?
    5) Quanti personaggi dello spettacolo italiano o americano sono stati ascoltati dalla magistratura del loro paese sulle proprie amicizie strette con i mafiosi a ridosso di un delitto? E, tra questi (se ve ne sono), quanti si sono rifiutati di collaborare con la giustizia vantandosi anzi successivamente di "non avere cantato"?
    Sono domande rigorosamente fondate su atti ufficiali o su dichiarazioni dello stesso Tony Renis, che certo nessuno ha torturato, a suo tempo, affinché le rilasciasse. Sono farina del suo sacco, non frutto di invenzioni o del Maligno. Difficile che Fabrizio del Noce, o chiunque al suo posto, sappia fornire risposte convincenti. Altre risposte, voglio dire, che non siano insulti o aria fritta. Il guaio è che il festival di Sanremo sembra nascere all'insegna di una precisa, cinica (e non inedita) ideologia: quella secondo cui bisogna convivere con la mafia. Il "guaio" opposto (per Tony Renis, Fabrizio del Noce e tutti gli altri) è che c'è un'Italia che - da decenni - a questa ideologia ha già risposto "no grazie". Lasciando sul terreno i suoi martiri. Ad alcuni dei quali questo governo ha dedicato convegni e francobolli. Ricordiamo bene?

  9. #29
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    In Origine Postato da Guido Di Tacco
    Restiamo in attesa del ricorso in Cassazione del processo di Palermo al Divo.
    Poi ci sarebbe quello a Dell'utri da neutralizzare e, infine, si può dare il via all'istituzionalizzazione della Mafia.

    Nel totale disinteresse di "quasi" tutti...

  10. #30
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