"Prendilo, Pablo. Prendilo!" Il cane e il ragazzo camminano uno accanto
all'altro lungo le vie di una borgata residenziale romana. Il primo ha un
anno e mezzo, un pedigree lo certifica American Pit Bull Terrier tigrato, e
tutta la sua attenzione è tesa a imparare. Il ragazzo di anni ne ha sedici e
un po' per gioco, un po' perché il quartiere si renda conto che non è un
tipo da ridere, ogni volta che incrociano un gatto o un altro cane esorta e
incita lo status symbol stretto al suo guinzaglio. Pablo gli è stato
regalato cucciolo dai genitori, assieme ai quali vive in una villetta con
giardino. Fra il salotto e il prato, carezze e biscotti, nessuno si è mai
premurato di insegnargli i rudimenti dell'educazione. Fuori va sempre
legato, in compagnia del giovane proprietario. "Prendilo, Pablo! Prendilo!"
E Pablo ascolta, memorizza. Un giorno, rientrando, qualcuno non è lesto a
chiudere il cancello; Pablo è libero in giardino e intravede un cane di
piccola taglia che corre. In quell'istante, al primo concreto impulso
predatorio della sua esistenza associa l'unico, il solo comando
ripetutamente ricevuto: "Prendilo, Pablo". Così Pablo si lancia all'attacco.
La bestiola gli viene sottratta quando ha ancora, sotto le mani di un abile
veterinario, qualche possibilità di cavarsela. Il giorno stesso la famiglia
si reca compatta al nuovo canile della Muratella, struttura comunale gestita
dall'Associazione volontari Porta Portese, e lo lascia lì dichiarando di non
volerne più sapere nulla. Un paio di volte, nelle settimane che seguono, il
ragazzo si presenta di nascosto a chiedere indietro il suo cane, ma è
minorenne e il permesso gli viene negato. Sgomento, incapace di capire dove
abbia sbagliato, Pablo deve adattarsi alla gabbia. E' molto ansioso,
diffidente verso gli uomini e presenta gravi disturbi nel relazionarsi con
gli altri animali. Solo da poco il suo addestratore è riuscito a stabilire
con lui mutua fiducia, e benché si tratti di un soggetto intelligente ci
vorrà ancora tempo prima che possa rientrare nel programma di adozione,
attraverso cui si spera di trovargli prima o poi un padrone capace.
Siamo andati a guardare dietro le sbarre della Muratella, a Roma, per
conoscere più da vicino quei "cani feroci" che, dopo vari episodi di
aggressione in tutta Italia, hanno spinto il ministro Girolamo Sirchia a
pensare severe regole di controllo: museruola, guinzaglio, persino un
patentino di buona condotta per alcune razze considerate ad alto rischio. Ma
i Pit Bull sono davvero così feroci? Al canile di Roma si trova conferma di
quanto sia quasi sempre l'influenza umana ad armare l'iniziativa del cane.
Leo, per esempio, è un Pit Bull pezzato di un anno, cresciuto a catena
dentro un campo nomadi. Della sua specie erano in due, più cinque doghi
argentini, con il compito di fare la guardia alle baracche. Lo scorso
Capodanno scoppia una brutta rissa all'interno del campo, i nomadi
cominciano a spararsi fra loro. Sopraggiungono le forze dell'ordine e gli
arresti. Le baracche vengono smantellate, i cani condotti al canile: è la
prima volta che percorrono un tratto più lungo dell'estensione della propria
catena. Da allora quasi tutti i doghi hanno già trovato casa. Leo, che è
bonario ma esuberante, più che a un recupero è sottoposto a un'educazione;
non ha mai fatto riferimento a un autentico padrone.
Morgana è invece una femmina di Pit Bull nera. Ha quattro anni, è
sterilizzata ed è stata portata al canile dalla proprietaria in preda alla
frenesia di liberarsene. Agli operatori della Muratella da principio la
signora racconta di averla trovata in strada. Poi, di fronte alla manifesta
affettuosità di Morgana, ammette di averla custodita per qualche tempo. Se
il cane non ha aggredito nessuno, le viene fatto presente, il canile non è
tenuto ad accoglierlo. Morgana ha morso eccome, sostiene la signora: lei in
persona, "ripetutamente!". I volontari sono assai dubbiosi. D'altro canto,
se la donna non vuole tenerla meglio che la lasci lì piuttosto che altrove.
Dal suo box, il 75C, ora Morgana fa le feste a tutti. Inoltre adora
mangiare, il che le procura una silhouette davvero poco minacciosa.
Altra è la vicenda di Pistola, cane senza passato. Lasciato al proprio
destino da ignoti, quando di preciso non si sa, per un po' se l'è cavata da
sé, come meglio riusciva. Un giorno in periferia, magari affamato, magari
nervoso, ha attaccato e ucciso un cagnolino. Un uomo gli ha subito sparato
in testa. Benché raccolto in una pozza di sangue Pistola non è morto; oggi
studia le buone maniere e gli è rimasta una cicatrice sopra la tempia a
ricordo delle sue imprese.
Mauro e Spartaco, invece, vivono insieme da due anni. Il primo ne ha
quaranta, di cognome si chiama Atzeri ed è un noto cavaliere di concorsi
ippici. Il secondo ne ha sei, è un maschio di Pit Bull ed è l'ombra e
l'orgoglio del suo padrone. Vivono con la stessa donna: si chiama Cindy, è
un'amazzone americana fidanzata con l'uomo, ma allo stesso tempo assai
sedotta dal cane. Il connubio ha inizio nel 2001. Allora Spartaco,
battezzato da gladiatore, apparteneva a Marco, amico fraterno di Mauro.
All'improvviso il lavoro costringe Marco a viaggi continui: da esperto di
cani sa quanto un Pit Bull abbia bisogno della costante presenza di una
figura di riferimento. Di Mauro si fida completamente ed è noto al cane fin
da quando era cucciolo. Fa in modo che il passaggio sia dolce. Spartaco è
così rimasto un tipo equilibrato, vive in armonia con altri cani e persino
con i gatti. Ha puntato la propria devozione su Mauro ed è sua gioia
compiacerlo. Ha per esempio maturato la convinzione che al padrone piaccia
vedergli trasportare pezzi di legno, così si impegna ad accollarsene anche
di voluminosi, come le barriere degli ostacoli. Talvolta, quando compare un
intruso a quattro zampe, lancia al capobranco un'occhiata interrogativa. Ma
basta un quieto "no" e lo spirito di corpo sgomina qualunque istinto.


Ma che razza di vita da Pit Bull
Margherita D'Amico
Sette 16/10/03