dal CorSera
" ROMA, 16 OTTOBRE 1943
Il rastrellamento nel ghetto a lungo rimosso dalla sinistra
Il 16 ottobre 1943, alle 5.30 del mattino, i tedeschi iniziavano il rastrellamento del vecchio ghetto di Roma. La decisione di estendere anche all'Italia la «soluzione finale» era stata presa a Berlino già da qualche settimana. Ma gli ebrei romani erano stati tratti in inganno dalla promessa del tenente colonnello Kappler, secondo cui avrebbero avuto salva la vita in cambio della consegna di 50 chili d'oro, che faticosamente la comunità ebraica riuscì a raccogliere e consegnare. Da parte tedesca si era trattato solo di un modo per mascherare l'operazione che si stava preparando (alla fine della guerra quell'oro venne trovato, ancora chiuso in una cassa, negli uffici del Servizio centrale per la sicurezza del Reich).
Due giorni dopo la razzia del ghetto, il 18 di ottobre, i tedeschi inviarono i 1023 ebrei che avevano fatto prigionieri alla volta di Auschwitz, dove la maggioranza di loro fu eliminata subito. Tornarono a casa, a guerra finita, soltanto diciassette sopravvissuti, sedici uomini e una donna (a lei, Settimia Spizzichino, è stata appena intitolata una scuola romana).
Quel che accadde a Roma il 16 ottobre di sessant'anni fa rappresenta certamente il più grave caso di persecuzione antiebraica avvenuto in Italia per opera delle truppe tedesche di occupazione. Non a caso, perciò, quella data viene ormai rievocata come un momento drammaticamente centrale della nostra storia. Ma, a ben vedere, quella stessa data ci dice anche qualcosa di importante riguardo al modo spesso distratto in cui abbiamo guardato per decenni alla tragedia degli ebrei italiani.
Giacomo Debenedetti fu tra i primi, nel 1944, a ricostruire quella vicenda in un racconto ( 16 ottobre 1943 ), contenente interrogativi importanti. Debenedetti ipotizzava che i tedeschi avessero utilizzato gli elenchi e gli indirizzi della famigerata Demorazza (la Direzione del ministero dell'Interno incaricata dell'applicazione delle leggi razziali fasciste), ciò che effettivamente era avvenuto: questo, come ha rilevato di recente uno storico, Filippo Focardi, avrebbe dovuto indurre a chiedersi come mai quegli elenchi non fossero stati distrutti, se non dopo il 25 luglio almeno dopo l'8 settembre. Ma per quell'episodio, come più in generale per tutte le vicende riguardanti l'antisemitismo fascista e la persecuzione degli ebrei nel '43-45, l'opinione pubblica mostrava di non avere particolare interesse. A lungo se ne parlò poco o nulla nei manuali di storia per le scuole, che costituiscono una spia significativa dei modi in cui una comunità guarda al proprio passato. Negli anni Settanta, anche un manuale che si richiamava ai valori dell'antifascismo come quello di Rosario Villari non menzionava gli avvenimenti del 16 ottobre 1943. Ma, appunto, questo rimanda a un clima generale, a uno scarso interesse che sarebbe sbagliato imputare a inclinazioni o decisioni dei singoli.
Il disinteresse, spesso la vera e propria rimozione, traevano alimento da un fenomeno più generale che caratterizzò la cultura soprattutto della sinistra: mi riferisco al successo che ebbe, per decenni, l'interpretazione «di classe» del fascismo e del nazismo, che induceva a considerarli come l'espressione degli interessi del grande capitale. In quest'ottica, solo le classi popolari e l'antifascismo politico potevano essere stati le «vere» vittime della dittatura; e diventava difficile assegnare un ruolo autonomo, come vittime, agli ebrei. Nel commento fuori campo di un noto film-documentario del 1961, All'armi siam fascisti , che era stato redatto da Franco Fortini, l'unico accenno alle persecuzioni antiebraiche, come ha ricordato di recente Giorgio Israel, era questo: «Chi vuol comandare ha bisogno di servi. I servi avranno un contrassegno: la stella di David. L'odio di classe si traveste da odio di razza». Ancora al principio degli anni Settanta poteva perfino avvenire che una sezione romana del Pci commemorasse i fatti del 16 ottobre con un manifesto in cui si parlava soltanto di «cittadini romani», dunque senza utilizzare la parola ebrei. Poche cose, perciò, come il fatto che, sessant’anni dopo, quell’avvenimento sia ricordato con molte iniziative stanno a testimoniare quanto sia cambiata a sinistra (e non solo) la percezione di quegli avvenimenti e in genere dell'intera vicenda dello stermino antiebraico.
di GIOVANNI BELARDELLI
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Shalom!!!!




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