Se gli israeliani vogliono un muro per "difendersi", sono liberissimi di farlo....
MA SULLA LORO TERRA!!! NON SU QUELLA DEGLI ALTRI!!!
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Se gli israeliani vogliono un muro per "difendersi", sono liberissimi di farlo....
MA SULLA LORO TERRA!!! NON SU QUELLA DEGLI ALTRI!!!
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da www.israele.net
" lllegittima e infondata la sentenza dell'Aja
Dichiarazione del giudice Buergenthal
Testo integrale della Dichiarazione con cui il giudice Thomas Buergenthal ha motivato il suo (unico) voto contrario all’opinione emessa dalla Corte Internazionale dell’Aja il 9 luglio sulla barriera anti-terrorismo israeliana.
1. Poiché io credo che la Corte avrebbe dovuto esercitare il suo potere discrezionale e rifiutare di dare il parere consultivo richiesto, dissento dalla decisione di affrontare questo caso.
Il mio voto negativo in relazione ai punti seguenti della sentenza non deve essere interpretato come se riflettesse una mia opinione che la costruzione del muro da parte di Israele nei Territori Palestinesi Occupati non faccia sorgere domande serie sul piano della legge internazionale. Io credo che queste domande siano legittime e condivido molto di quanto scritto nell’ “Opinione” espressa dalla Corte.
Tuttavia sono costretto a votare contro la sentenza della Corte nel merito perché essa non aveva a sua disposizione elementi basati su fatti reali necessari per poter raggiungere la sua assoluta sentenza; perciò avrebbe dovuto declinare la richiesta di affrontare questo caso.
Sono giunto a questa conclusione guidato da quello che la Corte stessa aveva detto in “Sahara Occidentale”. In quel caso la Corte aveva messo in risalto che il punto critico per decidere se esercitare o no il suo potere decisionale in relazione all’eventualità’ di accettare una richiesta di parere consultivo era il fatto che la Corte “avesse abbastanza informazioni e prove tali da permettere di arrivare ad una conclusione giuridica su tutti i fatti sui quali è necessario fare chiarezza, per dare un’opinione in condizioni compatibili con il suo carattere giudiziario” (Sahara Occidentale, opinione consultiva, Rapporti I.C.J. 1975, pag. 28-29, paragrafo 46).
A mio giudizio, l’assenza in questo caso delle informazioni e delle prove necessari invalida la sentenza della Corte nel merito.
2. Condivido l’opinione della Corte che la legge umanitaria internazionale, inclusa la Quarta Convenzione di Ginevra, e tutte le leggi internazionali sui diritti umani siano applicabili al Territorio Palestinese Occupato, e che perciò debbano essere scrupolosamente rispettate da Israele. Condivido l’opinione che il muro stia causando sofferenze deplorevoli a molti Palestinesi che vivono in quel territorio. In relazione a questo, sono d’accordo sul fatto che i mezzi usati per difendersi dal terrorismo debbano essere conformi a tutte le regole applicabili della legge internazionale e che uno Stato che è vittima del terrorismo non possa difendersi da questo flagello ricorrendo a misure che la legge internazionale proibisce.
3. Può capitare, ed io sono pronto ad accettarlo, che dopo un’analisi accurata di tutti i fatti pertinenti si giunga alla conclusione che alcuni o anche tutti i segmenti del muro in corso di costruzione da parte di Israele nel Territorio Palestinese Occupato violino la legge internazionale (vedi para. 10 sotto). Ma raggiungere questa conclusione sul muro nel suo complesso senza avere a disposizione o senza cercare di reperire le prove concrete in relazione al problema del diritto di Israele all’autodifesa, alle sue necessità militari ed al bisogno di sicurezza, tenuto conto dei ripetuti attacchi terroristici mortali - provenienti dai Territori Palestinesi Occupati - nel cuore stesso di Israele, a cui Israele è stato e continua ad essere soggetto, non è motivato secondo il diritto. La natura di questi attacchi attraverso la Linea Verde ed il loro impatto su Israele e sulla sua popolazione non sono mai stati seriamente esaminati dalla Corte, ed il dossier fornito alla Corte dalle Nazioni Unite, sul quale la Corte ha basato in gran parte le sue conclusioni, tocca a malapena questo tema. Io non sto suggerendo che quest’esame avrebbe assolto Israele dall’accusa che il muro che sta costruendo violi la legge internazionale, sia in toto che in parte, ma affermo che senza quest’analisi le conclusioni raggiunte non hanno fondamento legale. A mio parere, le necessità umanitarie del popolo palestinese sarebbero state servite meglio se la Corte avesse tenuto conto di queste considerazioni, perché questo avrebbe dato all’ “Opinione” espressa la credibilità di cui credo difetti.
4. Quello che sto affermando vale sia per sentenza complessiva della Corte quando afferma che il muro nel suo insieme, nella misura in cui è costruito sul territorio Palestinese Occupato, viola la legge internazionale umanitaria e la legge internazionale sui diritti umani, sia per la parte della sentenza che afferma che la costruzione del muro “ostacola gravemente il diritto all’autodeterminazione del popolo Palestinese, ed è perciò una violazione dell’obbligo di Israele a rispettare tale diritto” (para. 122). Io sono d’accordo che il popolo Palestinese abbia diritto all’autodeterminazione e che questo debba essere pienamente protetto. Ma anche supponendo, senza necessariamente essere d’accordo, che questo diritto sia pertinente al caso che stiamo trattando e che venga violato, il diritto di Israele all’autodifesa, se applicabile ed invocato in modo legittimo, precluderebbe ciò nondimeno la possibilità di definire illegali questi atti. Vedi articolo 21 della Commissione Legislativa Internazionale che dichiara: “L’atto di uno Stato non può essere definito illegale se esso costituisce una misura legale di autodifesa presa in conformità alla Carta delle Nazioni Unite.”
5. Se il diritto di Israele all’autodifesa giuochi un ruolo nel caso in oggetto dipende, secondo me, da un’analisi della natura e della portata degli attacchi terroristici mortali provenienti dall’esterno della Linea Verde a cui lo Stato di Israele è stato sottoposto, e dalla misura in cui la costruzione del muro, nella sua totalità od in alcuni segmenti, sia una risposta necessaria e proporzionata al tipo di attacchi. Secondo la legge, a me non sembra inconcepibile che alcuni segmenti del muro costruito nei territori palestinesi rispondano a questi requisiti, ed altri no. Ma per raggiungere una conclusione in un senso o nell’altro bisogna esaminare i fatti correlati a quel problema specifico, in relazione a particolari segmenti del muro, alle loro necessità per la difesa ed alle considerazioni topografiche correlate.
Dal momento che la Corte non aveva a disposizione questi dati, è stata costretta ad adottare la conclusione secondo me discutibile sul piano legale che il diritto di autodifesa intrinseco e legittimo non si può applicare a questo caso. La Corte pone il problema in questi termini :
“ L’Articolo 51 della Carta… riconosce l’esistenza di un diritto intrinseco all’autodifesa nel caso di attacco armato di uno Stato contro un altro Stato. Tuttavia Israele non sostiene che gli attacchi contro di esso sono imputabili a uno stato straniero.
La Corte nota inoltre che Israele esercita il suo controllo sul Territorio Palestinese Occupato, e che, come Israele stesso dichiara, la minaccia che giustifica la costruzione del muro ha origine all’interno, e non all’esterno di tale territorio. La situazione perciò non è paragonabile a quella contemplata dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 1368 (2001) e 1373 (2001), e quindi Israele non può fare riferimento a quelle risoluzioni in appoggio alla sua rivendicazione di esercitare un diritto di autodifesa.
Quindi la Corte conclude che l’articolo 51 della Carta non ha rilevanza in questo caso” (Para. 139)
6. Questa conclusione presenta due problemi principali . Il primo è che la Carta delle Nazioni Unite, nell’affermare il diritto intrinseco all’autodifesa, non fa dipendere la possibilità di utilizzarlo dal fatto che l’attacco armato sia attuato un altro Stato, lasciando quindi in sospeso per il momento il problema se la Palestina, per quanto riguarda caso giuridico in esame, non debba essere, come non lo è di fatto, assimilata dalla Corte ad uno Stato. L’articolo 51 della Carta prevede che : “Niente nella presente Carta dovrebbe menomare il diritto intrinseco all’autodifesa individuale o collettiva se avviene un attacco armato contro un membro delle Nazioni Unite…”.
Inoltre, nella risoluzione citata dalla Corte, il Consiglio di Sicurezza ha detto molto chiaramente che “il terrorismo internazionale costituisce una minaccia alla pace ed alla sicurezza internazionale, riaffermando” al tempo stesso “il diritto intrinseco all’autodifesa individuale o collettiva come riconosciuto dalla Carta delle Nazioni Unite e come ribadito nella risoluzione 1368 (2001)” (Risoluzione del Consiglio di sicurezza 1373 (2001)).
Nella sua risoluzione 1368 (2001), adottata il giorno dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti, il Consiglio di Sicurezza invoca il diritto all’autodifesa invitando la comunità internazionale a combattere contro il terrorismo.
In nessuna di questa risoluzioni il Consiglio di sicurezza ha limitato l’applicazione solo ad attacchi terroristici condotti da Stati, né questa limitazione era implicita nelle risoluzioni citate. In realtà, valeva il contrario (vedi Thomas Franck, “Terrorismo ed il diritto all’autodifesa” American Journal of International law, Vol 95, 2001, pp. 839-840)
In secondo luogo, Israele sostiene di avere diritto all’autodifesa contro gli attacchi terroristici che provengono dal di fuori della Linea Verde e sono diretti contro il suo territorio e che nel fare questo essa eserciti il suo diritto intrinseco all’autodifesa. Per valutare la correttezza di questa asserzione non è rilevante il fatto che si supponga che Israele eserciti il suo controllo sul Territorio Palestinese Occupato – qualsiasi cosa la parola “controllo” significhi considerati gli attacchi a cui Israele è sottoposta a partire da questo territorio – o che gli attacchi non abbiano origine al di fuori del territorio israeliano.
Nella misura in cui la Linea Verde è accettata dalla Corte come il limite che divide Israele dal Territorio Palestinese Occupato, gli attacchi contro Israele provengono da un territorio che non è parte dello stato di Israele. Perciò gli attacchi contro Israele provenienti dal territorio al di là della Linea Verde devono permetter ad Israele di esercitare il suo diritto di autodifesa contro di essi, purché le misure adottate siano consistenti con l’esercizio legittimo di questo diritto. Per giudicare questo, cioè per valutare se la costruzione del muro da parte di Israele, nella sua tonalità o in parti di esso, soddisfi a questi requisiti, tutti gli elementi fondamentali relativi al problema della necessità e della proporzionalità devono essere analizzati. L’approccio formalistico della Corte al problema dell’autodifesa gli consente di evitare di affrontare il nodo vero che è al centro di questo caso.
7. Nel riassumere la sua sentenza che il muro viola la legge umanitaria internazionale e la legge internazionale dei diritti umani, la Corte afferma :
“In sintesi la Corte, dal materiale a sua disposizione, non è convinta che l’itinerario specifico scelto da Israele per il muro sia necessario per raggiungere i suoi obiettivi di sicurezza. Il muro, lungo il tracciato scelto e con la gestione ad esso associata, inficia gravemente un certo numero di diritti dei Palestinesi residenti nel territorio occupato da Israele e le violazioni che derivano dal tracciato non possono essere giustificate da esigenze militari o da necessità di sicurezza nazionale o di ordine pubblico. Di conseguenza la costruzione di questo tipo di muro costituisce da parte di Israele la violazione di diversi suoi obblighi rispetto alla legge umanitaria internazionale ed all’insieme delle norme sui diritti umani.” (Para. 137)
La Corte supporta questa conclusione con estese citazioni della legislazione pertinente e con prove che si riferiscono alla sofferenze che il muro ha causato in alcuni punti del suo tracciato. Ma nel raggiungere la sua conclusione la Corte non riesce a mostrare alcun fatto o prova che dimostrino che le affermazioni di Israele in relazione ad esigenze militari o necessità di sicurezza nazionale siano senza fondamento. È vero che nel trattare questo tema la Corte sostiene di essersi basata sul sommario basato su fatti fornito dal Segretario Generale delle Nazioni Unite e su altri rapporti della stessa organizzazione. È altrettanto vero, tuttavia, che la Corte prende a mala pena in considerazione il sunto delle posizioni israeliane su questo tema allegato al rapporto del Segretario Generale che contraddice o pone dubbi sul materiale su cui la Corte dice di basarsi. Al contrario, tutto quello che abbiamo dalla Corte è una descrizione dei problemi che il muro causa ed una descrizione delle leggi umanitarie internazionali vigenti e dell’insieme delle norme per i diritti umani seguita dalla conclusione che questa legge è stata violata.
Manca un esame dei fatti che avrebbero potuto mostrare perché le dichiarate esigenze di difesa o militari, di sicurezza nazionale o di ordine pubblico non siano applicabili al muro nel suo insieme o a tratti particolari del suo percorso. La Corte dice che “non è convinta” ma non è capace di dimostrare perché non è convinta, e questa è la ragione per cui le sue conclusioni non sono convincenti.
8. È vero che alcune delle leggi umanitarie internazionali vigenti che la corte cita non ammettono eccezioni, nemmeno per esigenze militari. Perciò, l’articolo 46 delle norme dell’Aja stabilisce che la proprietà privata deve essere rispettata e non può essere confiscata. Nel sommario della posizione legale del Governo di Israele, Allegato I al rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite, A/ES-10/248, p. 8, il Segretario Generale riferisce la posizione di Israele su questo tema come segue :”Il Governo di Israele sostiene: non c’è cambio di proprietà della terra; è disponibile un compenso per l’uso della terra, per il taglio del raccolto o per danni al terreno; i residenti possono appellarsi alla Corte Suprema per fermare o modificare la costruzione e mantengono lo stato di residenti”. La Corte non prende in considerazione questi argomenti. Anche se queste tesi di Israele non fossero state necessariamente determinanti per il tema trattato, la Corte avrebbe dovuto comunque prenderle in considerazione ed avrebbe dovuto collegarle all’ulteriore asserzione israeliana che il muro è una struttura temporanea, cosa di cui la Corte prende nota come di una “assicurazione fornita da Israele” (Para. 121).
9. Anche il Paragrafo 6 dell’Articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra non ammette eccezioni per esigenze militari o di sicurezza. Esso prevede che: “la Potenza Occupante non dovrebbe espellere o trasferire parte della sua popolazione civile nel territorio che esso occupa”. Io sono d’accordo sul fatto che questa legge vigente si applichi agli insediamenti israeliani nella Cisgiordania e che la loro esistenza violi l’Articolo 49, paragrafo 6. Di conseguenza, i segmenti di muro che Israele sta costruendo per proteggere gli insediamenti sono ipso facto in violazione della legge internazionale umanitaria. Inoltre, considerate le grandi privazioni dimostrabili a cui la popolazione Palestinese interessata è soggetta dentro e fuori dalle enclavi create da questi segmenti del muro, dubito seriamente che in questo caso il muro soddisferebbe le richieste di proporzionalità necessarie per qualificarlo come una misura legittima di autodifesa.
10. Un’ultima parola in relazione alla mia opinione che la Corte avrebbe dovuto rifiutare, nell’esercizio della sua discrezionalità, di affrontare questo caso. Si potrebbe obiettare che la Corte non disponeva di molti dati di fatto pertinenti alla costruzione del muro perché Israele non li ha presentati e che la Corte quindi ha avuto ragione nell’appoggiarsi quasi esclusivamente ai rapporti delle Nazioni Unite che le sono stati presentati. Quest’affermazione sarebbe stata valida se, invece di avere a che fare con una richiesta di opinione consultiva, la Corte avesse avuto a che fare con un contenzioso in cui ciascuna delle due parti avesse il dovere di provare le sue rivendicazioni. Ma questa regola non si applica alla procedura di opinioni consultive che non hanno parti in causa. Nel momento in cui la Corte ha riconosciuto che l’accettazione da parte di Israele di questa azione legale non era necessaria perché non si trattava di un processo contro Israele, e che questi quindi non era una delle parti in causa, Israele non aveva un obbligo legale di partecipare a questi dibattiti o di portare prove che sostenessero la sua rivendicazione della legalità del muro. Anche se io posso avere le mie opinioni personali se sia stato saggio da parte di Israele di non fornire le informazioni necessarie, questo non è un problema su cui io debba emettere una decisione. Resta il fatto che non c’era l’obbligo. La Corte perciò non può trarre una conclusione negativa dal fatto che Israele non ha partecipato al dibattito, o decidere, senza fare essa stessa un’analisi approfondita, che le informazioni e le prove ricevute fossero sufficienti per sostenere tutte e ciascuna delle sue radicali conclusioni legali.
Firmato: Thomas Buergenthal "
Shalom


da www.israele.net
" 21-07-2004
Assemblea Generale Onu contro la barriera anti-terrorismo
L’Assemblea Generale dell’Onu ha adottato a larga maggioranza il parere emesso dalla Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja contro la barriera anti-terrorismo israeliana. Hanno votato a favore della risoluzione, che non ha carattere vincolante, 150 paesi (compresi i 25 paesi dell’Unione Europea), contro 6 voti contrari (Israele, Usa, Australia, Isole Marshall, Micronesia, Palau) e 10 astenuti (Camerun, Canada, El Salvador, Nauru, Papua Nuova Guinea, Isole Solomone, Tonga, Uganda, Uruguay, Vanuatu). Tra i voti favorevoli, anche molti paesi che lo scorso dicembre si erano pronunciati contro la competenza della Corte dell’Aja sulla questione della barriera difensiva.
Con una buona misura di ipocrisia, la versione finale della risoluzione approvata martedì, nel momento stesso in cui condanna la barriera difensiva israeliana, ribadisce del tutto in astratto il diritto di ogni Stato a intraprendere azioni “volte a contrastare atti letali e violenze contro la popolazione civile, allo scopo di proteggere i propri cittadini”.
“ Grazie a Dio il destino di Israele e del popolo ebraico non viene deciso in quest’aula”, ha detto all’Assemblea Generale l’ambasciatore d’Israele alle Nazioni Unite Dan Gillerman, che ha definito la risoluzione “faziosa e totalmente controproducente”. Gillerman ha ribadito che la costruzione della barriera proseguirà in conformità al diritto internazionale come indicato dalla Corte Suprema d’Israele.
“La risoluzione dell’Assemblea dell’Onu – ha detto Gillerman – non farà che imbaldanzire gli autentici nemici dei popoli israeliano e palestinese. E’ semplicemente scandaloso che si reagisca in questo modo contro una misura che sta salvando vite umane, e che si reagisca con tanta indifferenza e apatia di fronte alla continua campagna terroristica palestinese che miete vite innocenti. Questa non è giustizia, ma stravolgimento della giustizia. Sia chiaro – ha continuato l’ambasciatore israeliano – Israele rispetta questa Assemblea. Ma è proprio in nome di questo rispetto che Israele non può che restare sgomento per quanto sta accedendo qui. Questa Assemblea, che non ha mai fatto la minima pressione contro il terrorismo che è la vera causa della barriera, ha perso per l’ennesima volta l’occasione di dare un vero contributo alla causa della pace”.
“Israele esprime il proprio disappunto per il fatto che, ancora una volta, l’agenda dell’Onu è stata sequestrata da coloro che si appiattiscono su una posizione politica faziosa e anti-israeliana. Non solo questa posizione dell’Onu non serve a promuovere il processo di pace, ma essa anzi incoraggia di fatto il terrorismo palestinese”. E’ quanto si legge in un comunicato diffuso mercoledì dal ministero degli esteri israeliano, all’indomani della risoluzione contro la barriera anti-terrorismo. “La risoluzione dell’Assemblea Generale – continua il comunicato – distoglie l’attenzione da quella che è la causa prima del fallimento del processo di pace: il terrorismo palestinese. Se non ci fosse terrorismo, non ci sarebbe nessuna barriera, che invece si è dimostrata efficace nel migliorare la sicurezza dei cittadini israeliani. La risoluzione ignora completamente le ragioni che hanno portato alla costruzione della barriera. Israele ha diritto di proteggere i propri cittadini come qualunque altro paese. Abbiamo visto nei giorni scorsi cosa accade nell’Autorità Palestinese. Arafat non è disposto a realizzare le riforme a cui si era impegnato di fronte a europei ed Egitto. La comunità internazionale semplicemente ignora questo fatto, e intanto approva una risoluzione che dà nuova linfa al terrorismo palestinese e al rifiuto di Arafat di cooperare. Israele apprezza quegli stati – pochi di numero, ma migliori per qualità – che hanno votato contro questo esercizio distruttivo dell’Assemblea Generale. In particolare, Israele è deluso dalla posizione europea. La volontà dell’Unione Europea di adeguarsi alla posizione dei palestinesi, unita al desiderio di raggiungere il consenso fra stati europei a costo di abbassarsi al minimo comune denominatore, solleva molti dubbi sulla reale capacità della UE di dare un qualunque contributo costruttivo al processo diplomatico. La soluzione del conflitto mediorientale – conclude il ministero degli esteri di Gerusalemme – non si trova né alla Corte dell’Aja, né fra i corridoi delle Nazioni Unite a New York. Essa va cercata, piuttosto, a Ramallah e a Gaza, là dove nasce il terrorismo. Israele è determinato nel suo desiderio di pace e nella sua volontà di continuare a fare tutto ciò che è in suo potere per fare progressi in quella direzione”.
(Da: Jerusalem Post, www.mfa.gov.il, 21.07.04) "
Shalom


dal sito di IDEAZIONE
" L’Aia boccia il muro. E torna il terrorismo
di Stefano Magni
Forse è la prima volta che un tribunale internazionale condanna un muro. E’ successo venerdì 9 luglio scorso, alla Corte Penale Internazionale dell’Aja: “La costruzione del muro da parte di Israele nei Territori occupati palestinesi, anche all’interno e intorno a Gerusalemme Est è contraria alla legge internazionale”. L’Assemblea Generale dell’Onu, il 21, ha votato a stragrande maggioranza (anche con il voto favorevole dell’Unione Europea) a favore dello smantellamento della barriera difensiva, così da rendere esecutiva la sentenza. La risoluzione, che non è vincolante, oltre a chiedere ai membri dell’Onu di “non riconoscere la situazione illegale scaturita dalla costruzione del muro nel territorio palestinese occupato”, chiede anche al segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan di tenere un registro con tutti i “danni causati dalla barriera di sicurezza”.
Un muro non può attaccare e non può ferire nessuno. Contrariamente al muro di Berlino, la barriera costruita dal governo Sharon non serve nemmeno a imprigionare una popolazione non consenziente, ma a difendere popolazioni da assalti continui, come nell’Europa alto-medievale esposta alle razzie di barbari e briganti. Eppure non sono serviti a nulla gli argomenti a difesa di Israele presentati all’Aja, né i giudici si sono sensibilizzati dopo la struggente manifestazione di dolore dell’associazione Zaka e degli Evangelici, che hanno portato di fronte alla sede del “processo al muro” i rottami di un autobus fatto esplodere dai terroristi. Il governo israeliano e i suoi difensori si sono appellati all’Articolo 51 dell’Onu, che legittima l’autodifesa da un aggressore esterno; hanno fatto presente che le Convenzioni di Ginevra permettono la costruzione di fortificazioni anche in territori provvisoriamente occupati, ricordando anche che i territori “palestinesi” in questione non sono nemmeno territori occupati, ma contesi, il cui assetto potrà essere deciso solo in seguito ad un accordo definitivo; i difensori di Israele hanno ricordato anche che la barriera ha un carattere evidentemente provvisorio: è già stata smontata e spostata, in molti tratti e più volte e solo il 5% del suo percorso è in cemento, mentre il resto è un semplice recinto di rete e sensori.
Sicuramente i giudici all’Aja non hanno nemmeno tenuto conto del parere delle popolazioni coinvolte. Non hanno pensato che l’80% degli Israeliani, indipendentemente dalla loro ideologia, appoggia la barriera. Non hanno nemmeno pensato che gli Arabi israeliani sono, a larga maggioranza, soddisfatti di una barriera che li difende da un terrorismo che colpisce pesantemente anche loro e le loro attività commerciali. Non hanno tenuto conto del parere della popolazione che vive al di là della barriera: essa ha comportato il ritiro delle Forze di Difesa israeliane dalle città palestinesi, cosa che ha consentito alla popolazione locale di ritornare a vivere una vita normale, stando a numerose testimonianze. (Per chi volesse approfondire questi temi segnaliamo il sito web www.unabarrieraperlavita.net). Queste, avranno pensato i giudici all’Aja, sono pareri dell’opinione pubblica, non riguardano la giustizia internazionale. Ma allora perché scartare del tutto l’ipotesi che la costruzione della barriera difensiva risponda all’articolo 51 della Carta dell’Onu? “L’articolo 51 non ha rilevanza in questo caso” ha sentenziato la Corte senza un minimo di esitazione.
Eppure, prima del 2002 non c’era alcuna intenzione di costruire una barriera per separare Israele (e alcune delle sue colonie più popolose) dalla Cisgiordania: l’idea è venuta ed è stata approvata sia dai Laburisti che dal Likud, dopo due anni di terrorismo costante, metodico, genocida, condotto dai terroristi palestinesi con base in Cisgiordania contro la popolazione civile israeliana. Da quando è iniziata la costruzione della barriera difensiva, nell’agosto del 2003, gli attentati terroristici in Israele sono calati del 90%. Dalla fine dell’agosto 2003 alla fine del giugno scorso, i terroristi provenienti dalla Cisgiordania, al di là della barriera, sono riusciti a portare a termine solo 3 attentati, causando 26 morti e 76 feriti. Prima della barriera, i terroristi, provenienti dagli stessi territori, riuscivano a mettere a segno, in media, 26 attentati all’anno, causando (sempre in media) la morte di 103 civili israeliani ogni anno. Però, stando al giudizio della Corte dell’Aja, la barriera non è stata costruita a scopo difensivo. Nella sentenza, infatti, neanche una riga è dedicata al terrorismo contro i civili israeliani. Non erano passati nemmeno tre giorni dalla sentenza, quando, a Tel Aviv, un ordigno è stato fatto saltare a una fermata d’autobus: una ragazza diciannovenne uccisa e trenta passeggeri feriti. Secondo il premier Sharon “È il primo attentato sotto il patrocinio della Corte dell’Aja”.
21 luglio 2004
stefano.magni@fastwebnet.it "
Shalom!!!


...dei palestinesi (sarà preoccupazione per l'investimento in euro)
Dopo il parere della Corte internazionale dell’Aia, anche l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato l’illegalità della barriera difensiva israeliana, sottoscrivendo le tesi palestinesi:
Israele deve smantellare la barriera e pagare i danni.
La risoluzione equivale a quella del 1975, che paragonava il sionismo al razzismo.
Sostenuta da tutti i venticinque membri dell’Unione europea, riflette le reazioni di 29 anni fa: dietro l’ambiguità diplomatica emerge un sostegno incondizionato alla risoluzione odierna come alla vile equazione di allora.
Quando la questione fu posta all’Aia, l’Europa si oppose al dibattimento, ritenendo che spettasse ai vertici politici risolvere il contenzioso.
Ma dopo il parere, l’Europa ne sottoscrive le conclusioni senza remore, quasi le avesse sostenute fin dall’inizio.
La diplomazia europea, tradotta in venti lingue e nel consenso di venticinque governi, ha un comune denominatore molto basso.
E Israele ha già dichiarato che non terrà conto né del parere né della risoluzione.
Ma al di là delle piroette diplomatiche, c’è ora la sanzione ufficiale di un pericoloso cambiamento di corso.
Parere e risoluzione infatti sposano le tesi palestinesi sul conflitto, allineando l’Europa a una delle parti in causa e privandola di ogni residua velleità d’imparzialità.
I due documenti imputano la responsabilità del conflitto a Israele soltanto, opinione largamente condivisa dagli europei, che vedono il presidente palestinese Yasser Arafat come genuinamente dedito alla pace e si schierano, due a uno, a favore dei palestinesi.
Pur condannando il terrorismo, la maggioranza degli europei vede gli attacchi suicidi come una conseguenza delle politiche del primo ministro israeliano Ariel Sharon: per l’Europa, Israele è colpevole delle proprie sofferenze. Ritenendo che la diplomazia sia ancora possibile, l’Unione ha votato ieri per condannare quello che considera una violazione del diritto internazionale, quindi un ostacolo al ritorno della diplomazia e un impedimento a una risoluzione ragionevole del conflitto.
Per l’Europa la pace sfuggì per un soffio nel 2001: se Israele e palestinesi avessero avuto più tempo a disposizione per trattare, e se Israele avesse fatto ulteriori concessioni, sarebbe stata raggiunta, risparmiando a entrambi le successive sofferenze.
La colpa ricade quindi su Sharon e sulle sue politiche, tra cui la barriera difensiva. Il terrorismo diventa una conseguenza, l’efficacia preventiva della barriera e il rifiuto di negoziati con Arafat l’ostacolo alla pace.
Non stupisce dunque che gli europei accolgano con favore il parere dell’Aia e votino in blocco con i palestinesi alle nazioni
Unite.
L’Europa vorrebbe che Israele abbandonasse il suo progetto di difesa – la barriera e le altre azioni antiterroristiche - per cedere a tutte le pretese dei palestinesi, perché in fondo l’Europa vorrebbe vedere Israele perdere.
Parere e risoluzione avallano quindi la visione palestinese del conflitto, contenendo in più tre elementi sovversivi del diritto, compreso quello d’Israele alla difesa:
il primo sminuisce la minaccia terroristica palestinese negando l’efficacia della barriera come strumento difensivo.
Il secondo riconosce il diritto d’Israele all’autodifesa soltanto contro Stati, non contro attori come il terrorismo palestinese, che diventa quindi legittimo.
Il terzo definisce i territori come palestinesi, trasformando la linea verde da linea provvisoria di cessate il fuoco a confine internazionale sacro e inviolabile.
Il problema non è il terrorismo, ma l’occupazione; tutto il territorio, nonostante la risoluzione 242 dica il contrario, sarebbe palestinese; la barriera non è uno strumento di difesa ma di annessione di terra non più oggetto di contesa, ma aggiudicata, senza tenere in considerazione la 242, ai palestinesi.
Israele perde qualsiasi rivendicazione e dovrebbe ritirarsi.
I negoziati servono a regolare il ritiro israeliano, null’altro.
Questo il significato dei due documenti e la natura della posizione dell’Unione europea.
Quando le politiche di Sharon stanno dando i loro frutti e la strategia palestinese è a un passo dal collasso, la Corte internazionale e l’Assemblea generale offrono all’Europa una scusa per impedire a Israele di vincere la guerra scatenata dai palestinesi, dandogli la sola opzione possibile di capitolazione e resa incondizionata.
Emanuele Ottolenghi su il Foglio del 22 luglio
saluti


" 24-02-2005
“Errata e superata” la sentenza dell’Aja sulla barriera difensiva
Lo Stato d’Israele ha ufficialmente respinto mercoledì il parere consultivo sulla barriera difensiva emesso nel luglio scorso dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja in quanto pregiudizialmente ostile a Israele. Il parere della Corte dell’Aja era fondato su dati errati e obsoleti e condannava la barriera in blocco, anziché considerarla nelle sue diverse parti.
La presa di posizione, che rappresenta la prima risposta ufficiale dello Stato d’Israele alla decisione della Corte dell’Aja, è stata presentata da Osnat Mandel, capo della Sezione Alte Corti dell’Ufficio del Procuratore Generale, e da Avi Licht, consulente del Procuratore Generale.
Nel loro documento Mandel e Licht scrivono che la Corte ha basato la propria valutazione su dati forniti dal Segretariato Generale delle Nazioni Unite che erano “incompleti, generici, inesatti e squilibrati”. Inoltre la Corte ha voluto considerare la barriera antiterrorismo nella sua interezza anziché esaminarne separatamente i vari segmenti (come invece ha fatto l’Alta Corte di Giustizia israeliana), finendo col definire illegale l’intero progetto sulla base di “dati inesatti” che oltretutto riguardavano soltanto una piccola parte.
Il parare della Corte dell’Aja, infine, non teneva conto dei cambiamenti che sono stati fatti al tracciato della barriera alla luce della sentenza dell’Alta Corte di Giustizia israeliana del 30 giugno relativa al tratto di Beit Sourik, con la quale è stato chiesto allo Stato di studiare un nuovo percorso per il 75% di quei 40 km di barriera, perché il primo tracciato causava eccessivi danni alla vita quotidiana dei palestinesi residenti nella zona (anche rispetto allo scopo della barriera, che la Corte israeliana ha riconosciuto essere esclusivamente quello di arginare gli attentati e dunque di salvare vite umane). E lo Stato ha effettivamente ridisegnato gran parte del tracciato, in ottemperanza dei criteri indicati dall’Alta Corte di Giustizia israeliana.
(Da: Jerusalem Post, 23.02.05)"
Shalom


Sul quotidiano Il Corriere della Sera del 17marzo 2005, apag. 12, è stato pubblicato un articolo Shlomo Avineri (docente di Scienze politiche alla Hebrew University di Gerusalemme ed ex direttore generale del ministero defgli Affari Esteri di Israele).
" «Israele, il Muro riapre la strada della pace»
Per molti osservatori esterni, il muro di sicurezza di Israele rappresenta un simbolo dell'insuccesso, un monumento ornato di filo spinato all'incapacità o alla mancanza di volontà del primo ministro Ariel Sharon di negoziare un accordo finale di pace con i palestinesi. Ciò che in realtà la barriera rappresenta è l'insuccesso delle ideologie rivali a Israele e, per ironia, uno sbocco alla situazione di stallo che ha afflitto entrambi i lati della Linea Verde ( i confini del 1967, ndr ).
Per decenni, la sinistra ha predicato che se Israele avesse fatto ai palestinesi un'offerta che non potevano rifiutare, allora si sarebbe raggiunta la pace. Tuttavia, quando l'ex primo ministro Ehud Barak ha fatto una simile offerta al summit di Camp David nel 2000, i palestinesi non soltanto hanno rifiutato, ma sono ritornati al terrorismo e agli attentati con gli uomini bomba ( atti che hanno ricevuto, in un modo o nell'altro, la benedizione dell'allora leader palestinese Yasser Arafat).
Dal canto suo, la destra proclamava che se Israele avesse colpito in modo sufficientemente duro i palestinesi, essi si sarebbero arresi. Bene, Israele ha colpito i palestinesi ripetutamente, usando modi violenti e crudeli: anche se questa tattica ha ridotto i ranghi degli uomini bomba, non è comunque riuscita a fermare il terrorismo.
Alla fine, la barriera di sicurezza è apparsa come l'unica alternativa possibile.
E al di là delle proteste internazionali sulla sua legalità, resta il fatto innegabile che il muro funziona. Israele è ritornata più o meno alla sua vita normale e i suoi cittadini non hanno più paura di camminare per strada.
Questa notizia ha incontrato scarso favore da parte della destra che si è opposta per lungo tempo alla barriera, adducendo come motivo il fatto che terminava il sogno di un « Grande Israele » con l'annessione della Giudea e della Samaria ( la West Bank). Inoltre Sharon, l'autorevole esponente della destra — dopo essersi opposto inizialmente all'idea — è diventato il sostenitore del muro, commettendo poi l'eresia persino più grande di annunciare la sua intenzione di smantellare tutti gli insediamenti ebraici a Gaza e alcuni isolati nella West Bank.
Sharon non è diventato una colomba, come Primo Ministro ha semplicemente compreso quello che non era riuscito a vedere quando era generale o ministro della Difesa: la sicurezza di Israele non dipende dal controllo di questa collina o di quel wadi, bensì da un accordo strategico con l'unica potenza in grado di supportare in modo significativo lo Stato ebraico, cioè gli Stati Uniti. Sharon ha compreso insomma che Israele aveva bisogno del sostegno degli americani per mantenere il suo vantaggio strategico, per tenere lontani i tentativi ostili di isolare il Paese a livello internazionale ( specie ad opera delle Nazioni Unite), per supportare le sue posizioni sui confini e sui rifugiati nelle eventuali negoziazioni con i palestinesi e ultimo, ma non per questo meno importante, per essere alla guida degli sforzi internazionali tesi a mettere un freno al programma nucleare iraniano. Questo accordo strategico con gli Stati Uniti, tuttavia, ha avuto un prezzo. Israele ha dovuto porre fine, in un modo o nell'altro, a gran parte dell'occupazione, creando anche una barriera reale che mettesse fine al ciclo brutale di rappresaglie fra lo Stato ebraico e i palestinesi. L'unico modo per Sharon di pagare questo prezzo è stato quello di raggiungere un accordo con la sinistra, affinché gli ideologi più estremisti nel suo partito, il Likud, e nei due partiti più piccoli dell'ala destra mantenessero la loro posizione e uscissero dal governo. Come tali, il piano di disimpegno da Gaza e la barriera di sicurezza non sono affatto il simbolo di una nuova situazione di stallo, ma rappresentano i catalizzatori di uno slancio in avanti.
Con i laburisti nel governo proseguirà la pressione per l'ulteriore disimpegno dagli insediamenti isolati nella West Bank.
Alla fine, Sharon dovrà acconsentire alla richiesta, perché la sopravvivenza del suo governo dipenderà dai laburisti.
Dall'altra parte della Linea Verde, la recente morte di Arafat è servita a porre fine alla situazione di stallo sbloccando la politica palestinese in modi che soltanto pochi mesi fa erano impensabili. Sebbene l'elezione di Mahmoud Abbas non abbia portato alla leadership palestinese una persona diversa da Arafat per quanto riguarda i principi, è ovvio che l'atmosfera abbia subito un cambiamento radicale. L'azione immediata di Abbas è stata la condanna pubblica della lotta armata. Il presidente egiziano Hosni Mubarak ha esortato i palestinesi a sostenere Sharon perché « è l'unico » . E per buona misura, l'Egitto ora sta aiutando Israele e i palestinesi coordinando la sicurezza post ritiro dalla striscia di Gaza.
L'evacuazione dei coloni di Gaza, insieme al completamento della barriera e alla fine dell'impiego degli uomini bomba da parte dei palestinesi, potrebbe indurre entrambe le società ad assumere un atteggiamento meno improntato sullo scontro. In queste circostanze, sarà più facile per la leadership palestinese mantenere il monopolio weberiano della forza ed evitare di ripiombare in uno scenario come quello del Libano, dove milizie armate illegali scorrazzano nel territorio.
Sono necessarie decisioni difficili da entrambe le parti. Israele dovrà accettare lo smantellamento di molti insediamenti e i palestinesi devono accettare il fatto che i rifugiati del 1948 e i loro discendenti non ritorneranno nelle terre che ora fanno parte dello Stato di Israele. Per ironia, la barriera di sicurezza — la soluzione che nessuno ha accolto favorevolmente — è proprio l'elemento che può rendere possibili queste difficili decisioni, creando un'atmosfera di relativa tranquillità che ha eluso innumerevoli misure diplomatiche « tese a creare fiducia » nella regione.
I politici dello stampo di Sharon devono essere giudicati in base alle loro azioni, non alle loro dichiarazioni. Ci sono pochi casi in cui un esercito evacua con la forza la propria popolazione da un territorio che è considerato come parte del proprio Stato. Inoltre, a seguito della dinamica politica emergente, in gran parte frutto del « Bulldozer » ( uno dei soprannomi meno offensivi affibbiati a Sharon), ora sembra che si possano prendere per buone le parole che il leader israeliano pronunciò quattro anni fa quando promise di fare « concessioni dolorose » . A un uomo meno duro tutto ciò non sarebbe potuto accadere. "
Shalom!!!


" Nuova tecnologia ai valichi fra Cisgiordania e Israele
Al valico di Efriam tra Cisgiordania settentrionale e Israele è entrato in funzione un nuovo tipo di terminal con controlli di sicurezza ad alta tecnologia. L’innovazione rientra in un progetto più generale israeliano volto a incorporare i controversi posti di blocco nel sistema difensivo costituito dalla barriera anti-terrorismo.
Israele, spiega il comandate della zona colonnello Tamir Haiman, spera che il nuovo terminal, il primo di undici analoghi punti di passaggio, garantisca protezione alla società israeliana rendendo nello stesso tempo più efficiente e dignitoso il passaggio quotidiano di decine di migliaia di pendolari palestinesi. Il progetto punta a eliminare quasi tutti i contatti fra i palestinesi in transito e i soldati israeliani in servizio ai valichi.
Secondo dati forniti dal ministero della difesa, la costruzione degli undici posti di blocco ad alta tecnologia costerà circa 200 milioni di shekel (35,5 milioni di dollari). Secondo Haiman, anche se Israele intende eliminare gradualmente entro il 2008 il pendolarismo palestinese, in ogni caso la spesa per i nuovi terminal è ragionevole. “Tre anni sono un sacco di tempo – spiega – Uno qualunque di loro potrebbe portare una bomba e rovinare l’intero processo, ributtandoci nella guerra”.
Sono più di 130 gli attentatori suicidi palestinesi che sono penetrati in Israele dalla Cisgiordania negli ultimi quattro anni di violenze, provocando la morte di centinaia di israeliani. I posti di blocco, creati per fermare l’ondata di attentati, hanno generato continui attriti tra i soldati e folle di palestinesi frustrati e infuriati per le lunghe attese. Gli stessi posti di blocco, inoltre, sono presto diventati bersaglio di attacchi terroristici, tanto che ultimamente alcuni ufficiali sostengono che essi creino più problemi di quanti ne risolvano.
Secondo l’associazione israeliana per i diritti umani B'tselem, il numero di posti di blocco in Cisgiordania, che era salito a 73 nei momenti più drammatici della cosiddetta seconda intifada, sono scesi lo scorso anno a 29. Nel frattempo sono sorti altri 24 posti di blocco lungo la linea divisoria fra Israele e Cisgiordania.
Secondo i piani, il completamento della barriera anti-terrorismo dovrebbe ostacolare ulteriormente gli attentatori, permettendo la rimozione di altri posti di blocco, anche se i palestinesi lamentano che in alcuni punti la barriera penetra all’interno della Cisgiordania.
Il nuovo valico di Efraim, alle porte della città palestinese di Tulkarem (che sorge a ridosso del vecchio confine armistiziale pre-’67), impiega cinque volte più personale di quello precedente.
Osama Amar, 30 anni, attraversa il valico per recarsi tutti i giorni a lavorare in Israele come imbianchino. Nel suo primo passaggio nel nuovo terminal, Amar racconta di essere passato attraverso un metal detector seguendo i segnali e le indicazioni di un soldato posizionato in una cabina a prova di proiettile. Poi Amar è rimasto quattro minuti sotto uno scanner a risonanza magnetica, monitorato da una sala controllo al piano superiore. Dopo di che un agente, usando tecnologia biometrica, ha messo a confronto la sua nuova carta d’identità magnetica con il dorso della sua mano. Se il controllo avesse suscitato sospetti, dandogli istruzioni attraverso un interfono lo avrebbero fatto entrare in un nuovo locale a prova di esplosione.
È un sistema di questo genere quello che ha permesso il mese scorso di individuare in tempo una terrorista palestinese che cercava di uscire dalla striscia di Gaza con un ordigno nascosto sotto la biancheria per farsi esplodere nell’ospedale israeliano di Beer Sheva dove era in cura.
Uscendo dal terminal nuovo di zecca, Amar, padre di quattro figli, si lamenta: “Questa nuova struttura sembra voler istituzionalizzare la posizione da occupante di Israele”. Amar dice di guadagnare dieci volte di più lavorando in Israele che in Cisgiordania. Il suo obiettivo a lungo termine? Che “un giorno gli ebrei non vivano più su questa terra”.
(Da: Associated Press, YnetNews, 6.07.05) "
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Shalom


" Dopo l’attentato, accelerata la costruzione della barriera anti-terrorismo
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Sono ripresi con maggiore intensità lunedì i lavori di costruzione della sezione meridionale della barriera anti-terrorismo fra Israele e Cisgiordania, quella che avrebbe potuto ostacolare l’attentato suicida palestinese di domenica mattina a Be’er Sheva. I lavori procedono ora al ritmo di 5 km di barriera alla settimana. Il primo tratto di 32 km, che corree dal Moshav Nehusha a sud di Beit Shemesh fino a Shomriya, dovrebbe essere pronto per metà ottobre, sei settimane prima del previsto. Tuttavia il tratto restante, e cruciale, di 26 km che separerà le colline sud della zona di Hebron, dove vivono circa 420.000 palestinesi, dalla zona israeliana del Negev settentrionale, non sarà pronto prima della prossima estate.
“Sappiamo bene che il confine è ancora aperto – spiega un ufficiale delle Forze di Difesa israeliane durante un giro di pattugliamento lungo il percorso della futura barriera – Il fatto che un attentatore suicida potesse penetrare non era inaspettato”. Israele ha schierato di recente un altro battaglione a presidiare la zona, ma si sa che l’area resta permeabile al passaggio di infiltrati.
Dopo il duplice attentato suicida palestinese a Be’er Sheva dell’agosto 2004, il governo si era impegnato a chiudere al più presto il varco nella barriera di sicurezza meridionale. Finora però sono stati approvati solo 60 km di percorso. La gran parte della barriera correrà lungo l’ex confine armistiziale del 1949 fra Israele e Cisgiordania. Accese contestazioni si sono avute tuttavia riguardo ai tratti presso Beit Awa e Ramadin, con relativi ricorsi in tribunale e blocco dei lavori. La situazione, secondo l’ufficiale, sarebbe comunque molto migliore oggi rispetto a un anno fa quando non c’era assolutamente nessun ostacolo sulla strada dei terroristi provenienti dalla Cisgiordania.
Domenica scorsa decine di squadre di operai si sono distribuite a nord e a sud del Moshav Shekef per erigere la rete elettrificata. Oltre a questa, la barriera comprenderà anche telecamere e sensori di sorveglianza come quelli già impiegati in Samaria (Cisgiordania settentrionale).
“Quando, oltre alle truppe e al lavoro di intelligence, avremo anche la barriera – conclude l’ufficiale – allora penso che sarà molto difficile il passaggio di terroristi”.
(Da: Jerusalem Post, 29.08.05) "
Shalom