SCIENZE. PERCHÉ I TEST SULLA PERICOLOSITÀ NON SONO AFFIDABILI
Più delle liste su basi razziali meglio punire i recidivi, come avviene in California

L'ordinanza con cui il 9 settembre il ministro Sirchia ha bollato 92 razze canine come pericolose ha sollevato così tante polemiche da diventare un caso nazionale. Le associazioni dei veterinari sono insorte e non sono di umore migliore i milioni di persone che posseggono un cane. Come se questo non bastasse è arrivata anche la bocciatura della procura di Roma che ha definito l'ordinanza "una mera raccomandazione priva di sanzioni" e di conseguenza ha ribadito "che la materia resta regolata dalle disposizioni normative ed amministrative previgenti". Insomma un bel buco nell'acqua a cui sta cercando di porre rimedio un'apposita commissione cui spetterà il compito di aiutare il ministro a liberarsi dall'assedio.
Le razze indicate come pericolose potrebbero ridursi a una dozzina, e per queste si paventa la necessità di un "patentino", ovvero un esame che stabilisca se un esemplare appartenente alla lista nera è realmente pericoloso o meno. Ma come?
La soluzione sarebbe di sottoporre le razze blacklisted, oppure tutti gli animali che superino una certa altezza al garrese, a test comportamentali, forse quattro, che non si annunciano affatto semplici e tanto meno indicativi. Per rendersi conto delle difficoltà a cui andranno incontro gli esaminatori basta leggere un lavoro pubblicato un anno fa su Applied Animal Behaviour Science - dal titolo "Personality Traits in the Domestic Dog" - firmato da due etologi scandinavi, Kent Svartberg e Björn Forkman, che hanno esaminato 15.329 esemplari di 164 incroci e razze pure per descriverne il comportamento in cinque grandi categorie di riferimento. Si tratta di curiosità-mancanza di paura, facilità a socializzare, propensione all'inseguimento, facilità ad accettare il gioco e aggressività. Il personale utilizzato per realizzare questo monumentale studio comportamentale è stato accuratamente addestrato e si è tentato di replicare nel modo più attento possibile le condizioni ambientali in cui i 13 test sono stati effettuati nelle varie località.
Ma nonostante la precisione maniacale tipica dei lavori scientifici - che certo non potrà caratterizzare gli esami di routine immaginati dai consulenti di Sirchia - nel 37% dei casi il giudizio finale è apparso influenzato da situazioni contingenti, come la fisicità del luogo, l'ambiente circostante o i valutatori. Insomma un "rumore di fondo" nella statistica che neppure Svartberg e Forkman sono riusciti a controllare. Per di più gli autori riferiscono che le prime quattro categorie comportamentali mostravano un valore coerente all'interno delle singole razze, mentre la quinta, ovvero l'aggressività, presentava una bassa correlazione. Come dire che questa caratteristica è dovuta a una complessa serie di fattori difficilmente identificabili e qualsiasi lista nera è arbitraria. Del resto nell'etologia applicata il termine "aggressività" si presta a varie interpretazioni e non c'è alcun dato che possa confermare che un cane "aggressivo" è al tempo stesso un animale pericoloso. La materia è quindi scivolosa e mal si presta a essere regolata con provvedimenti affrettati. Basta dare un'occhiata all'estero: in Francia è già accaduto che una normativa basata su un elenco di razze sia finita in tribunale con il sostegno delle organizzazioni veterinarie.
La legislazione che meglio rappresenta il quadro scientifico invece è quella di California e Florida e piuttosto che stilare elenchi o fissare spartiacque arbitrari prende di mira i recidivi. Un qualsiasi cane che sia stato denunciato per comportamenti aggressivi viene tatuato e iscritto in un apposito registro e il proprietario è a rischio di pesanti sanzioni se l'incidente si ripete. I cani da presa sono sottoposti a restrizioni in molti paesi, ma gli assalti dovuti a rottweiler e pitbull - quelli che finiscono più facilmente sui giornali - rappresentano soltanto la cima dell'iceberg: le statistiche internazionali dimostrano che il 70% delle aggressioni avviene nell'ambito familiare piuttosto che per strada e la massa dell'animale non è così rilevante visto che le vittime sono quasi sempre bambini e adolescenti. Insomma non si può applicare a un campo così complesso la filosofia della mezza porzione al ristorante. E se patentino sarà dove andremo a trovare un numero tanto alto di esaminatori sufficientemente qualificati per effettuare i test nelle Asl o nei presidi dell'Ente cinofilo? Passeremo all'esame antidoping per stabilire se qualche proprietario furbo è ricorso alla chimica per sedare il suo cane?

Il Riformista
24/10/03