Gli animali e la vera dimensione affettiva

Leggo in prima pagina, sul giornale di martedì 21, il pezzo di Egidio Bonomi
dal titolo «Amore agli animali (e all’uomo?)». Trovo abbastanza singolare
che la presa di coscienza dei problemi del Terzo mondo porti il sig. Bonomi
ad un atto d’accusa rivolto a chi ama, nutre e, magari, salva qualche
animale. Se, in una semplicistica ed ingenua analisi della situazione della
povertà sulla Terra, vogliamo iniziare a recitare il mea culpa puntando il
dito contro il modello di vita dei privati cittadini del mondo occidentale,
francamente centrare l’obiettivo su chi spreca cibo e amore per gli animali
mi pare veramente ridicolo. Ben venga il recupero di sobrietà auspicato da
Bonomi: onestamente, però, ritengo siano ben altre le vie percorse
dall’opulenza e dallo sperpero. Veramente a vergognarsi deve essere colui
che coccola il cane o il gatto di casa? Se non possiamo proprio fare a meno
di accusare l’Occidente di canalizzare le proprie risorse lontano dal
bisogno, allora, forse, mi parrebbe un tantino più pertinente parlare delle
auto di grossa cilindrata, delle ville faraoniche, dell’abbigliamento
griffato e, perché no, del fatto che si possa scegliere di andare al cinema
o al ristorante, a teatro o a concerto, magari bruciando nel fumo svariati
euro al giorno, mentre c’è chi muore di fame e di stenti. Men che meno apro
le porte all’esortazione di Bonomi ad un equilibrio affettivo. Perché mai
l’affetto ha bisogno di equilibrio? O, meglio, c’è realmente la necessità di
quell’interpretazione antropocentrica che Bonomi dà a quell’equilibrio
dinamico che vorrebbe meno amore per gli animali in cambio di maggiore amore
per gli uomini? Per amare il genere umano devo necessariamente togliere
affetto agli animali? E quest’ultima «conditio sine qua non»? Siamo forse di
fronte ad una tautologia, piombata dall’alto per guidarci in un percorso
catartico verso la resurrezione? L’uomo è davvero un essere così limitato da
doversi imporre un aut aut, pena il black out della sua anima? Non so se il
sig. Bonomi abbia una percezione così riduttiva della sua dimensione
affettiva. Da parte mia, e credo di poter immodestamente parlare a nome di
un numero ragionevolmente spropositato di esseri umani, sono certa che il
serbatoio dell’affetto contenga sufficienti riserve da consentirmi di dare
ai miei simili senza nulla togliere a chi si aspetta da me solo una carezza
e una ciotola di croccantini. Del resto, anche da un’analisi puramente
formale delle due proposizioni (meno amore per gli animali, più amore per
gli uomini), non pare emergere alcun nesso, né causale, né di altro genere,
tra l’antecedente e il conseguente: insomma, i due concetti stanno tra loro
come i cavoli a merenda. Piuttosto, la citata implicazione mi pare la nuova
veste dell’arcinoto «Chi ama gli animali, non ama le persone!», luogo comune
abusato da coloro che ne fanno un paravento dietro il quale starsene
comodamente seduti, in pace con se stessi, ripiegati egoisticamente nelle
proprie comodità, alla faccia dei filantropi e degli animalisti e, perché
no, di chi magari è entrambe le cose. Il «non ti curar di loro, ma guarda e
passa» viene applicato scientificamente da costoro di fronte a tutte le
situazioni di bisogno, umane e non, interessati come sono solo al proprio
«particulare». Infine, premesso che in queste ultime considerazioni non v’è
alcun giudizio morale, ma una semplice constatazione dei fatti, vorrei
ricordare al sig. Bonomi che nessuno può ergersi a giudice delle scelte di
chicchessia: ciascuno è libero di decidere che cosa fare del proprio affetto
e del proprio denaro. I facili moralismi, perlopiù calati dall’alto, non
servono a nessuno: men che meno ai bambini che nel Sud del mondo aspettano
che qualcuno si accorga che esistono. A margine, tre precisazioni: 1) Il non
avere figli non sempre è una scelta; una scelta, invece, è quella di
educarli ad amare e a dare valore alla vita, magari apprezzando ciò che un
cane o un gatto ti possono dare, e rinunciando alla play station o
all’ultimo modello di cellulare in favore dell’adozione di un bambino a
distanza o di un versamento alla Caritas. 2) Spesso il cane e il gatto non
sono l’alternativa al fare un figlio, ma paiono essere piuttosto i sostituti
di un figlio che non c’è, perché si è dimenticato di avere dei genitori.
Altre volte, molto più banalmente, sono invece l’unica compagnia per chi
vive solo: allora, il quattrozampe obeso e viziato è per milioni di anziani
qualcosa di più, mi permetta, dell’animale che deve fare da pattumiera ai
nostri avanzi. 3) Vorrei portare a conoscenza il sig. Bonomi del fatto che
le cure dentarie per i cani esistono già. Io, per esempio, (anzi, pessimo
esempio) ho fatto asportare masse di tartaro e carie alla cagnetta che ho
trovato, scheletrita e terrorizzata, sul ciglio di una strada, e che ora
vive con me. Qualcuno, infatti, interprete ante litteram del consiglio di
Bonomi, temendo che potesse rubare pane agli affamati, l’ha impallinata,
distruggendole parte del mascellare superiore: non tanto, sa, ma a
sufficienza da renderle impossibile usare metà della bocca per masticare. Mi
offrirò per questo, volontaria al giudizio della prossima Inquisizione.


Stefania Baiguera biologa
lunedì 27 ottobre 2003
Il Giornale di Brescia