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  1. #1
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    Predefinito Una Precisazione Sul Lavoro

    UNA ULTIMA CONSIDERAZIONE VISTO CHE GLI ALTRI MSG SONO STATI CHIUSI

    Queste frasi sono state dette dal Padre del cameratismo (visto che voi vi chiamate camerati tra di voi) e strano vista la vostra onniscenza che non le abbiate mai sentite, comunque vi aggiungo ora dove potete andarle a prenderle


    LAVORO

    Preferiamo celebrare il lavoro in tutte le sue manifestazioni. Da quelle che trasformano la materia a quelle che esprimono i moti profondi dello spiritoAdoriamo il lavoro che da bellezza e l’armonia alla vita, non solo quello che aumenta la possibilità del nostro benessere materiale

    Il Popolo d'Italia - 1° maggio 1919

    Bisogna Lavorare cari Italiani se volete essere liberi a casa vostra e nel mondo. Lavoro è uguale a libertà. Un popolo parassita non puo sfuggire al suo destino, che è quello di essere ridotto nella piu miserevole delle schiavitù

    Il Popolo d'Italia - 8 gennaio 1922 dichiarazione ai giornalisti stranieri

    I lavoratori riconoscono che la proprietà non è un furto, come si legge nella bassa letteratura socialista, ma è il risultato di risparmi, di fatiche da parte di gente che si è spesso privata del necessario, si è sottoposta a fatiche durissime, pur di raggranellare quel pecunio che poi ha il sacrosanto diritto di trasmettere a coloro che verranno dopo

    Roma, Palazzo Chigi: 21 febbraio 1924


    Io rispetto i calli alle mani. Sono un titolo di nobiltà

    22 settembre 1924 Al popolo di Ferrara






  2. #2
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    In origine postato da Bebèrt
    il "padre" del cameratismo è la camerata...
    E bravo ***

  3. #3
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    Non ricominciamo. per cortesia, con le offese ad personam...

    I thread che non ho potuto controllare da subito li sto chiudendo, e lì è successo di tutto... Ora abbiamo detto che Bebèrt non può insultare ma non può neanche essere insultato, o non vogliamo più uscire da questa empasse poco onorevole per tutti?

  4. #4
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    Le etichette camerata e non camerata hanno senso fino a un certo punto, il padre del cameratismo non è certo Mussolinim caro spqr.
    Le parole di Mussolini in un determinato periodo storico potevano avere anche un valore, ma per tua informazione sono passati 80 anni e di acqua sotto i ponti ne è passata tanta.
    A me quest'etica del lavoro oggi mi sa tanto di protestantesimo e calvinismo, il lavoro è schiavitù, una schiavitù nata con la società moderna.

  5. #5
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    Al centro del pervertimento moderno dei valori, sta il mito del lavoro.

    Schiavi per sangue e per elezione, schiavi fin nell’intimo, i moderni hanno innalzata a religione la verità dello schiavo: il Lavoro. E l’odio dello schiavo proclama: “Chi non lavora non mangia”, e la sinistra loro idiozia forma incensi sacrificali con l’esaltazione del sudore umano, glorificando sé stessa: “Il lavoro nobilita l’uomo”, “Il lavoro redime l’umanità”, “Devi lavorare”. Così sul cadavere cade la pietra sepolcrale; e ancor sotto un altro aspetto il ciclo si compie.

    V’è bisogno di ricordare in che antagonismo stridente stiano simili contaminazioni con gli antichi valori, con i valori veri? La classicità considerò il lavoro come qualcosa di degradante e di spregevole, come l’opposto reciso di ogni attività spirituale. Creatura di necessità (Aristotele), frutto forse dell’odio degli dèi (Omero), cosa tanto più indegna di un uomo libero se mette le braccia al nolo (Cicerone), esso fu ponos, oscura dolorosa “fatica” vincolata al bisogno della carne, sorda morte dell’azione la quale non è veramente sé stessa che quando risorgendo libera ed esente da ogni promiscuità con la materia, non è più lavoro, ma atto, puro gesto di spirito.

    Due falsificazioni dei moderni siano rimosse: il mondo antico non disdegnò il lavoro perché conobbe la schiavitù, ed erano gli schiavi a lavorare ma al contrario: poiché dispregiò il lavoro, esso dispregiò lo schiavo; poiché chi “lavora” non può essere che uno schiavo, quel mondo volle degli schiavi, e distinse, costituì e statuì in una classe sociale chiusa la massa di coloro, il cui modo d’essere non poteva esprimersi che nel lavoro.

    In secondo luogo il mondo antico non disdegnò il lavoro per amor della non-azione, dell’ozio, dell’inerzia. E’ perché ciò che veramente e supremamente è attività che esso respinse il lavoro verso i limit di quel che più che da uomo libero, è dell’animale. L’azione non è lavoro. L’opposizione di questi due concetti, al titolo dell’opposizione fra il polo spirituale, libero e perfetto (e qui son le culminazioni di pura attività del pensatore, del contemplatore, dell’eroe, dell’asceta, del creatore) e il polo materiale, greve, imperfetto delle possibilità umane, sta alla base della gerarchia antica dei valori.

    E’ esattamente questa opposizione che il mondo moderno ha distrutta, riducendo bestialmente il primo termine al secondo. La decadenza dell’antica morale aristocratico-spirituale nella moderna morale plebeo-materiale, è contrassegnato espressivamente dal passaggio dal principio etico dell’Azione, a quello del “lavoro”. Gli uomini superiori nel passato, e forse fino a un Federico I e a un Napoleone, agivano e dirigevano azioni. L’uomo moderno – sia esso generale o poeta, scienziato o propagandista, operaio o giornalista, ingegnere, uomo politico o mercante – lavora (Spengler). Il mondo moderno non conosce e non riconosce che dei lavoratori: la differenza è solo fra vari generi di lavoro: vi sono lavoratori “intellettuali” (!!!) e “di concetto”, e quelli che invece offrono le braccia e servono alla macchina. Ma l’Azione, è morta nel mondo moderno: nell’atto stesso che l’altra grande eresia: l’assoluta individualità.

    E come ai nostri giorni non si sente più come cosa ripugnante e contro natura il lavoro quale dovere universale, così non sembra nemmeno ripugnante, ma del tutto naturale, che si sia pagati, “retribuiti”. E l’oro, che non brucia più nessuna mano, serpentinamente ha ristabilito il vincolo invisibile di una schiavitù mille volte più turpe e più ferrea, che non quella che nell’antichità solo l’alta statura di Signori, di Conquistatori, di Capi giustificava e manteneva. E l’oro scorre nelle mani protese dei “creatori” e dei “professori” di oggi al pari che in quelle del “cosciente” produttore e del bottegaio; e il nuovo vangelo transoceanico come misura l’azione, ridotta a lavoro, dal suo “rendimento”, così misura l’uomo dal suo successo pratico e dal suo guadagno – e Calvino fa da lenone a che il guadagno si cinga quasi del misticismo di una testimoniata protezione divina. E se l’antichità fra le arti retribuite più spregevoli considerava quelle che servono al nostro piacere – minimaeque artes eas probandae, quae ministrae sunt voluptatum – tale è in fondo il genere del lavoro che oggi è più apprezzato;; dallo scienziato, dal tecnico, dal politico, dalla massa operaia e amministrativa, il “lavoro” converge nella bestia: nel benessere e nel comfort della bestia; vita più “facile”, più “agiata”, più “sicura”. Questa è la “civilizzazione”. L’asceta? Un inutile, un parassita. Il guerriero? Un pazzo o un dannoso “romantico”. Il puro creatore? Vana torre d’avorio estraniata dalla vita concreta, che è quella “politica” e della socialità produttiva irregimentata. Lavorare, invece: produrre. Questo è il più alto destino dell’umanità.

    Essendo giunti a tanto, che manca ancora agli uomini per provare fino a che trivi essi possono prostituire il loro spirito?

    Noi diciamo: che oltre al lavoro sia conosciuta, sia voluta, sia affermata l’Azione. Scavar di nuovo duramente, rigidamente, il solco: dov’è “lavoro” non v’è spirito, dove v’è spirito non v’è lavoro. Alimentar di nuovo, in una élite, il disprezzo per il “mito” contaminatore e per la sua controparte: il lucro, il guadagno, il “compenso”.

    Ritornare alla attività pura, a quella – sì – che “non serve a nulla”, perché il suo valore non ha in sé stessa, perché essa stessa è “valore”, e non produce cosa, non produce illusorie conquiste di una illusoria realtà, non produce nuovi anelli per la bieca rete dell’aggregato sociale eccitato da un sempre crescente artificioso bisogno, ma produce invece culminazioni luminose di esseri che si strappano dalla massa e dalla legge buia della terra.

 

 

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