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“...La velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda allo stesso virus: la Fast Life, che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case, ci rinchiude a nutrirci nei Fast Food. ...”. (Dal Manifesto di fondazione del Movimento Slow Food, Parigi 1989)
Non poche e autorevoli voci avevano incautamente affermato che il primo decennio del 2000 sarebbe stato quello della velocità, tanto nel business quanto nei cambiamenti socio-culturali. Ma, a parte i drammatici scenari che si sono violentemente susseguiti nel mondo, alla preoccupante accelerazione verso i deplorevoli conflitti planetari, la voglia di un "mondo velocizzato" non sembrerebbe essere al primo posto nella graduatoria dei desideri dell'umanità.
Al contrario, come sostiene qualche sociologo “è curioso notare che il Novecento è iniziato scoppiettante, con il culto del dinamismo, per finire come in un tango, con la voglia di riscoprire la lentezza”. Non solo, aumentano le persone e i movimenti che si rendono consapevoli del limite di una esistenza basata sul mordi e fuggi o, ancor peggio, sulla monotona scelta di “viaggiare costantemente nella corsia di sorpasso” con le conseguenti nevrosi e altre malattie indotte dai ritmi di vita troppo accelerati.
Il mondo sembra correre più velocemente di noi, con tempi frenetici che sommergono le nostre giornate sotto valanghe di appuntamenti, di impegni e di scadenze. Non è un caso, in questo contesto, se un Movimento come quello di Slow Food che ha fatto della parola "lentezza" il segno della propria strategia, si stia largamente sviluppando proprio nelle società della rapidità, della frenesia, come negli Usa o in Giappone. Oppure - è altrettanto significativo per il nostro ragionamento -, che quando scrittori, studiosi di economia, urbanisti, designer, sociologi o filosofi, affrontano lo stesso tema - la lentezza -, ciò indica l'entità assunta da quest'ultima nella sensibilità di un'epoca e l'importanza di confrontarsi con essa. Così, comunque ce la raccontino gli assertori della velocità, divengono essi stessi delle vittime dei propri medesimi "ritmi adrenalinici", di una tossicomania dell'efficientismo che corre il rischio di mandare "su di giri" l'intero pianeta. Tutti si lamentano di non trovare il tempo, e infatti la moderna civiltà occidentale è sempre più caratterizzata da una ridondante enfasi sull'efficienza, che va di pari passo con una concezione utilitaristica del tempo. Tutto questo malgrado la gente voglia, contemporaneamente, rallentare per paura di perdere il controllo sulla propria vita, sui propri affetti. Persino dagli Stati Uniti arrivano segnali in questa direzione e, secondo diversi economisti, numerosissimi americani vorrebbero un'esistenza diversa, arrivando a rinunciare a fare soldi in cambio di una maggior disponibilità di tempo. Nel 2000, ha ipotizzato Hans Magnus Enzensberger, non si tratterà più di "ammazzare il tempo" ma di coltivarlo, di goderlo per una maggiore qualità della vita, per trovare il piacere dell'esistenza, per elevare il proprio spirito. “Non è dal lavoro che nasce la civiltà”, affermava precocemente il filosofo Alexandre Koyré, “essa nasce dal tempo libero e dal gioco”. Certo, da un tempo libero di tipo nuovo, frutto di un uso più umanizzato e intelligente dell'organizzazione del lavoro, dello spazio, della città come luogo socializzante dell'esistenza, dove la parola ozio come pure la parola felicità, non siano più vissute come un tabù. Anche perché, secondo un pensiero Zen: “Chi è maestro dell'arte di vivere distingue poco fra il suo lavoro e il suo tempo libero, fra la sua mente e il suo corpo, la sua educazione e la sua ricreazione, il suo amore e la sua religione”. Se mai, il rischio è appunto quello di non saper più armonizzare la visione della vita con quella del lavoro, di contaminare la prima con il virus della velocità, di confondere la frenesia con l'efficienza, il tempo libero e, persino la vacanza, con la forzata operosità.
D'accordo, “la velocità uccide pratiche economiche vecchie, aziende vecchie e regole vecchie”, contribuisce alla modernizzazione globale, al sorgere del pensiero sincopato e cronometrico. Ma poi? Per assurdo questo modello creato dal business virtuale, dalla comunicazione digitale, è già di per sè sbiadito, ridicolmente “ingolfato”. Tallonare nevroticamente la modernità, cercare in ogni modo di fondersi con essa, è oggi un indice di confusione, di arretratezza strategica, di offuscamento della stimolante lungimiranza progettuale. Le scommesse future impongono nuove e ulteriori rivoluzioni, come quella di diventare gli imprenditori di sè stessi, per sapersi continuamente reinventare sulla base di una nuova saggezza, volta a privilegiare il nostro benessere ma anche quello degli altri. Rallentare, quindi, o, per paradosso, “correre lentamente”, per ritornare a pensare e a riflettere. Alla ricerca di una profonda filosofia della "slowlife", della vita da prendere con calma, per “addomesticare la vertiginosa corsa alla modernità”, dove la lentezza può diventare una sorta di medicina omeopatica per guarire dalla schizofrenia esistenziale, una specie di nuova fastosa passione di cui avere piacevolmente cura. Facendosi sedurre dai ritmi calmi e caldi, dai minuscoli gesti quotidiani, senza frenesia di bruciare le tappe, ri/scoprendo quei piccoli-grandi piaceri che rappresentano la miglior difesa dallo stress. La lentezza va coltivata e difesa con una strategia flessibile, elastica, sostenibile con la propria vita e, come ebbe a scrivere Claudio Magris in un suo elzeviro, “senza affrontare di petto la frenesia del mondo, bensì sfuggendo alle sue spire come un lottatore cinese, marcando visita - tutte le volte che si può - quando si viene richiamati dalla sua mobilitazione generale”. Cominciando, perchè no, anche dalla tavola, dall'alimentazione che, come ormai molti condividono, è espressione e metafora di gran parte di ciò che assimiliamo dall' ambiente esterno e, più specificamente, dal nostro “ecosistema culturale”. Per progettare e promuovere quotidianamente il passaggio al futuro, contro l'appiattimento sensoriale del sistema fast-food, per rileggere la ricchezza delle cucine dimenticate e per salvaguardare la biodiversità di tanti prodotti originati dal lavoro lento della natura e dell'uomo. Il ripensamento del cibo verso un'ecologia dell'alimentazione, di modi di vita sostenibili, per un nuovo senso del luogo, dello spazio e del tempo, rappresentano un emblematico segnale di come l'uomo contemporaneo stia cambiando. Il tempo libero, la gestione totale del proprio scenario personale, ma soprattutto l'ozio creativo, quello che porta alla quiete e alla tranquillità psicologica, stanno diventando lo status symbol dei prossimi decenni. Non il denaro, non il successo per il successo, tanto meno la carriera. Come dire che il “tempo non è denaro” o, se si vuole, che il denaro non equi/vale il tempo. Potrebbe essere, che il vituperato ozio, da “padre di tutti i vizi”, rischierà di divenire il salvatore dell'umanità.
Tratto dal catalogo della mostra Quotidiano sostenibile: scenari di vita urbana, a cura di Ezio Manzini, François Jégou, al Triennale di Milano fino al 21 dicembre.Giacomo Mojoli (gimojoli@tin.it) è vicepresidente internazionale di Slow Food(www.slowfood.it)




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