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    Predefinito La fiducia è una cosa seria e...

    ...si chiede sulle leggi serie

    Roma. Alla fiducia che il Senato darà oggi al maxidecretone che contiene molte delle misure più pesanti della Finanziaria la sinistra ieri opponeva due reazioni.
    Quelle “antagoniste” in stile Unità, che gridava allo “scandalo della manovra sequestrata”, al “Parlamento imbavagliato”.
    E quelle tipo Massimo Giannini di Repubblica, dure nel merito, ma veritiere nel ricordare che solo 9 volte il governo attuale ha chiesto la fiducia, 26 il governo Prodi.
    Né Prodi fu il solo a chiedere la fiducia sul decretone fiscale connesso alla Finanziaria nell’ottobre ’97, e a richiederla sulla manovra un anno dopo (e cadde).
    Lamberto Dini la chiese sulla sua manovra straordinaria, il 15 marzo ’95, e ancora sui maxiemendamenti alla Finanziaria, il 18 dicembre lo stesso anno.
    Massimo D’Alema la chiese sul Dpef il 6 luglio ’97, per “un nuovo e più forte mandato a modernizzare il paese”, mentre si arroventava il confronto tra lui e Sergio Cofferati sulle pensioni.
    I precedenti a sinistra abbondano, ma rinfacciarsi le fiducie non sana il problema.
    Che è quello dell’anomalia delle procedure di bilancio italiane.
    Il cui impianto continua a essere essenzialmente quello introdotto in un’altra epoca, quella consociativa della legge 468 del 1978. Nel 1988 avvenne l’ultimo riordino coronato da qualche successo: il tempo di esame dei documenti contabili divenne più certo grazie alle contestuali modifiche regolamentari adottate da Camera e Senato, si tentò un rispetto più sostanziale dell’articolo 81 della Costituzione introducendo l’obbligo di copertura per la stessa Finanziaria nonché di neutralità contabile degli emendamenti, che devono essere compensati per essere ammissibili.
    Regole che hanno corretto almeno qualcuna delle più gravi storture che l’omnibus Finanziaria-bilancio aveva assunto, come unico treno buono per ogni governo per vedersi approvate norme di qualunque tipo, in una sarabanda che dura 6 mesi e dove si finisce per compensare partite di ordine diverso in base ai puri saldi finanziari, levando coerenza di merito a interventi misurati sull’unico cesto degli oneri connessi, del “leva di qua e metti di là”.
    Ulivo e governi tecnici introdussero i disegni di legge collegati con corsia preferenziale.
    Ma dal 1999 i collegati non sono però più garantiti nei tempi: si discute ancora della delega previdenziale collegata alla Finanziaria di due anni fa. Il governo dovette l’anno scorso ricorrere al “decreto tagliaspese”, per garantire alla Ragioneria generale uno strumento di vigilanza e intervento sui flussi di spesa centrali e periferici.

    Così a Londra, Berlino e Washington
    Il problema ordinamentale resta.
    Quello di un governo eletto col sistema maggioritario, ma privo di poteri e tempi certi nell’attuazione del proprio programma, rispetto a un Parlamento che non ha riorganizzato le proprie forme e tempi secondo i criteri che il maggioritario impone, compresa la tutela di una minoranza il cui diritto primo deve essere quello di tribuna, non di veto come ai tempi del proporzionale.
    A dire “così non si può più andare avanti”, prima di Silvio Berlusconi, fu Luciano Violante, presidente della Camera nel dibattito sull’ultima Finanziaria dell’Ulivo.
    I modelli sono noti.
    A Londra, regime maggioritario secco, i Comuni non conoscono limiti all’emendare il bilancio presentato del Governo. Ma in materia fiscale possono intervenire solo a riduzione delle imposte. I lavori in aula durano una settimana, 5 nelle commissioni.
    In Germania, proporzionale corretto e forma federale prevedono una commissione Bilancio del Bundestag presieduta dall’opposizione, il dibattito dura un mese e il guaio vero è in caso di “doppia maggioranza” al Bundesrat.
    Negli Stati Uniti, a regime presidenziale e di separazione netta tra amministrazione e Congresso, il “power of the purse” è di quest’ultimo, che stima in proprio il bilancio a legislazione tendenziale grazie al lavoro degli oltre 350 funzionari del Congressional Budget Office.
    L’Amministrazione invia a febbraio la propria proposta di budget, al presidente resta pieno potere di veto sulle scelte del Congresso, e a maggio tutto è definito per l’anno fiscale che inizia a ottobre.
    Da noi, limitata emendabilità delle proposte governative, tempi stretti d’esame, raccordo con il nuovo Titolo V della Costituzione e con regolamenti “maggioritari” delle Camere di là da venire, erano la via su cui si muoveva l’abortita proposta bipartisan Azzolini-Morando in Senato.
    Ma il problema è questo, non la volontà di imbavagliare chicchessia da parte di Berlusconi oggi, di Prodi ieri.

  2. #2
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    Predefinito Quanto dura...

    ...Berlusconi?

    Gli opportunisti, dunque il partito più forte, si guardano intorno smarriti e si domandano: dura o non dura, ce la fa o non ce la fa? I pistaioli, il secondo partito italiano, fanno i conti con il calendario della Cassazione, con la Corte costituzionale, con il lodo Maccanico e la sentenza Previti e il distacco del giudice Brambilla. Poi c’è il bailamme nell’economia, e banchieri di sinistra (la maggioranza) e industriali di ogni tipo e confindustriali di ogni tipo fanno la danza della pioggia: cade o non cade?
    Poi c’è la politica romana, partiti della maggioranza e correnti e sottocorrenti, gruppi a geometria variabile che si coalizzano con pezzi dell’establishment in battaglie particolari, coinvolgono tortuosamente la Banca d’Italia, sperano nel solito giudice a Berlino per sistemare pendenze e rancori, coltivano e provocano nuove inimicizie, sospetti, veleni, aspettative apocalittiche di ogni ordine e grado.
    E l’opposizione, anzi le opposizioni, non è, non sono, da meno: alcuni si comportano come fossero già al governo, pensano che stavolta c’è ogni bendiddio da distribuire alle generazioni più recenti di un centrosinistra da leggenda, altri organizzano il loro pessimismo diffidente sotto lo sguardo lemme lemme di Romano Prodi e rinfocolano la guerra dei capi senza fine che già portò alla crisi terminale del primo Ulivo, l’unico che fino a oggi si conosca.

    Fate questo gioco
    Non è un grande spettacolo. Anzi, è uno spettacolo penoso. Ma se si levi la testa e l’attenzione oltre quello che passa il convento, l’analisi della situazione politica dà altri risultati.
    Su due previsioni nessuno può giurare: che la situazione esca dalla mediocrità, che il governo riassuma un aspetto umano, politicamente credibile, che cessi la piccola rissa generale e proceda verso le elezioni tra due anni e mezzo con un assetto politico chiaro; dall’altro lato, che l’opposizione trovi davvero un leader e un’identità, che questo leader non sia una minestra riscaldata bensì qualcuno capace di riscaldare i cuori e raffreddare le menti, delineando una vera alternativa, e seria, in politica estera e sul piano delle riforme e della crescita economica sulla scia della prevedibile e prevista ripresa americana.
    Due scommesse impossibili.
    Non resta che interrogarsi sul peggio, visto che il meglio latita. Fate questo gioco, ché in fondo in fondo l’elemento ludico è il cuore della politica.
    Pensate allo scenario più fosco. Un’esternazione intollerabile di Umberto Bossi o una provocazione politica di Gianfranco Fini o dell’Udc, o un imbizzarrimento devastante di una personalità forte del governo, un Giulio Tremonti per esempio, o un agguato possente di franchi tiratori, o un azzoppamento giudiziario duro del premier, e dunque una crisi incontrollata, come si diceva una volta “al buio”.
    Di che cosa discuteranno i crisanti, la maggioranza provvisoriamente dissolta? Avranno stimoli per dividersi e staccare una cedola buona per alcuni tra loro?
    Per esempio un governo tecnico magari con Antonio Fazio (che è tirato in ballo incolpevole), un governo istituzionale, un governo del presidente della Repubblica come accadde con Lamberto Dini? Ci sono, come si dice, le condizioni politiche?
    C’è un Quirinale alla Scalfaro, deciso a tutto pur di far fuori il vincitore delle elezioni abbindolandolo con una promessa elettorale e imponendogli di fare il nome di un “suo” uomo per la successione, come avvenne nel ’94?
    C’è quel particolare clima, e quella disponibilità univoca delle opposizioni tutte all’abbattimento a ogni costo del tiranno, che si determinò nel ’94?
    Ci sono opportunità di politica estera o economico-finanziaria per giustificare un altro piccolo delitto contro le regole della democrazia?
    Se interrogate opportunisti, pistaioli, congiurati di vario conio e anche galantuomini indipendenti, purché sappiano qualcosa di politica, vi risponderanno che tutti questi elementi non ci sono, che l’Italia è strana e su un terreno quasi fradicio quasi tutto può maturare, ma non tutto, e quella previsione di un nuovo ribaltone, comunque mascherato, è impossibile da prendere sul serio.
    E allora?
    Resta il nulla della situazione politica attuale.
    Liti senza altro possibile sbocco se non mediocri riaggiustamenti d’immagine.

    L’alternativa, anche nel caso di gioco più fosco, la crisi travolgente e incontrollata, è solo la convocazione dei comizi elettorali.
    Ma il gioco non prevede la variante personale, la leadership personale. In queste situazioni bisogna che i capi, e soprattutto il capo, abbiano sufficiente esperienza e coraggio e abilità e consiglio per capire come stanno le cose, e rimediare con gesti d’imperio collegati a un serio negoziato.
    Riportare l’ordine imponendo una pace contrattata, questo è il dovere di un leader democratico quando l’ordine politico non può essere rovesciato ma può ben essere consumato, corroso e avvilito da una strascinata e generica anarchia.
    Tutte le domande sul Cav. e sulla sua durata sono appese a questo: infallibile nelle battaglie esistenziali, e in certe scelte d’istinto, il premier è debole nell’agenda politica, nella capacità di fissare il tempo e il ritmo di una coalizione. Sta a lui, quindi, riuscire o fallire.
    E il gioco è fatto.

    naturalmente da il Foglio

    saluti

 

 

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