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  1. #1
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    Predefinito Nuovi test del Pakistan

    I recenti test missilistici pakistani s'inseriscono nel decennale clima di tensione fra il paese musulmano e l'India.
    Uno stato di crisi perpetua a lungo non considerato dalle grandi potenze, che si prendono la briga di intervenire solo quando lo spettro dell'olocausto nucleare si fa più incombente.
    Senza pensare che la natura di chi detiene il controllo dei codici di lancio lascia alquanto a desiderare, insieme alla stato deprecabile dei satelliti di rilevamento che non permetterebbero di appurare se sia verificata o meno un'esplosione nucleare.

    Un'analisi accurata, a cui rimando, è presente nel sito di von Clausewitz:

    http://www.politicaonline.net/forum/...threadid=69379

  2. #2
    Giu' la maschera!
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    Predefinito Re: Nuovi test del Pakistan

    In Origine Postato da Imperatore
    I recenti test missilistici pakistani s'inseriscono nel decennale clima di tensione fra il paese musulmano e l'India.
    Uno stato di crisi perpetua a lungo non considerato dalle grandi potenze, che si prendono la briga di intervenire solo quando lo spettro dell'olocausto nucleare si fa più incombente.
    Senza pensare che la natura di chi detiene il controllo dei codici di lancio lascia alquanto a desiderare, insieme alla stato deprecabile dei satelliti di rilevamento che non permetterebbero di appurare se sia verificata o meno un'esplosione nucleare.

    Un'analisi accurata, a cui rimando, è presente nel sito di von Clausewitz:

    http://www.politicaonline.net/forum/...threadid=69379
    L'ho detto e lo ripeto: io della situazione in Pakistan c'ho molta caga...
    Mr. Hyde


  3. #3
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    Predefinito

    Riporto il mio intervento, modificato in alcune parti avute alcune chiarificazioni da Lorenzo, su von Clausewitz a proposito degli scenari di crisi fra India e Pakistan:

    "I programmi missilistici di Pakistan e India continuano come gli attentati nella zona contesa che si susseguono fra momenti di dialogo e di aperta ostilità, mentre l'ombra di una crisi nucleare aleggia senza pausa sull'Asia meridionale.
    In realtà è proprio il possesso di queste armi micidiali che evita, a mio parere, lo scoppio di nuovo conflitto, che in precedenza aveva visto sempre vincitrice l'India. La superiorità convenzionale dello stato indiano è abbastanza chiara, ma il rischio di un attacco nucleare pakistano ha per ora moderato la rabbia degli strateghi di Nuova Delhi. Del resto, era stato proprio per annullare la superiorità dell'India che il Pakistan aveva cominciato il suo programma nucleare, subito dopo la fine della perduta guerra del 1971. Il pericolo di una guerra atomica esiste: il Pakistan fu molto vicino a lanciare le sue ogive durante la crisi del 1999, come rivela Riedel, membro dello staff di Clinton.
    Le ragioni che aumentano il rischio nucleare sono comunque molteplici:

    1. L'effettiva differenza fra le forze convenzionali pakistane e indiane, a favore delle seconde, che renderebbe le possibilità di vittoria pakistane alquanto improbabili.
    2. La nuova dottrina strategica del Pakistan, che prevede che il Presidente debba dare l'ordine di attacco nucleare nel caso gli indiani penetrino nel territorio pakistano senza esserne respinti entro 3 giorni.
    3. La vicinanza dei due stati: in effetti nel caso di un lancio la controparte avrebbe pochissimi minuti (al massimo 5) per reagire prima di essere colpita: se uno dei due stati riuscisse a uccidere il presidente e i capi militari nemici la disgregazione della catena di comando che controlla i codici di lancio consentirebbe all'aggressore di distruggere i missili nemici con attacchi aerei ravvicinati e nucleari e di annientare le città nemiche.
    4. Ricollegandomi all'ultimo punto, l'incapacità di distruggere l'arsenale di controforza nemico (dovuta alla mancanza di precisione dei missili balistici e al fatto che gran parte delle rampe sono mobili) porterebbe ad una considerazione alquanto catastrofica: in altre parole, mentre durante la Guerra Fredda un'eventuale guerra nucleare si sarebbe combattuta puntando a distruggere i missili di terra avversari, oltre ai sottomarini lanciamissili e ai bombardieri strategici, quindi sferrando un attacco diretto non contro le persone, ma contro le armi nucleari nemiche, anche in forza della presenza di missili di alta precisione (efficacissimi i vecchi SS18 sovietici), nel caso indio pakistano i missili sarebbero diretti contro le truppe nemiche e contro le metropoli dell'avversario, causando così un vero e proprio olocausto (per precisione bisogna dire che gli spropositati arsenali americani e russi, sebbene diretti contro le armi nemiche, avrebbero provocato danni catastrofici in ogni caso, a causa del fall - out massiccio alzato dalla deflagrazioni; il concetto centrale è, però, che se i missili indiani e pakistani fossero dotati di una precisione adeguata l'eventualità di una guerra nucleare, che naturalmente nessuno si augura, sarebbe meno deleteria, in rapporto alle esigue quantità di armi strategiche nei due arsenali).
    5. Ragionando dal punto di vista strategico, ritengo che la situazione del Pakistan sia comunque di di inferiorità. In caso di attacco indiano il Pakistan si troverebbe in stato in svantaggio in tutti i campi: militare, economico, numerico. Potrebbe minacciare il lancio delle armi nucleari, ma quanto gli giovarebbe in realtà? L'India può permettersi la perdita di 150 milioni di uomini, l'intera popolazione del Pakistan, e sopravvivere comunque come entità statale mentre il Pakistan sarebbe cancellato (una precisazione del moderatore mi fa notare che effettivamente l'india non ha la capacità di uccidere tutti i civili pakistani, ma la superiorità demografica è comunque schiacciante e tale da non rendere sopportabile per il Pakistan la morte di decine di milioni di cittadini). In realtà, l'impiego da parte dei pakistani delle armi atomiche è pericoloso, sia dal punto di vista tattico che strategico, e ci sono motivazioni di carattere poltico da tenere in debita considerazione".


    "E' da sottolineare che i dispositivi nucleari indiano e pakistano hanno diverse configurazioni e catene di attivazione. Il primo è completamente in mano ai leader civili, al Governo Federale di Dehli, secondo un modello più o meno mutuato da quello anglosassone. I militari sono solo gli operatori del sistema. E comunque la dottrina indiana non prevede, almeno contro il Pakistan, l'iniziativa nucleare, ma solo una funzione deterrente o un impiego reattivo.
    Diverso caso invece per il Pakistan che supplisce alla superiorità negli armamenti convenzionali dell'India con una dottrina nucleare molto più spregiudicata e avventurista. Peggiorata dal fatto che il controllo virtuale dell'armamento nucleare è direttamente in mano ai militari, in particolare al famigerato ISI, il Servizio Intelligence Interforze, che ha allevato promettenti talenti talebani e nucleari con lo stesso zelo. Oggi tutto il sistema è governato dal Generale/ Presidente Musharraf, che ha ricondotto all'ordine anche l'ISI, o almeno ci sta provando. Ci sarebbe da chiedersi cosa accadrebbe se un domani il Presidente fosse un civile, obbligato a delegare il dito sul grilletto a una casta di generali senza controllo, sottostando ancora di più ai loro diktat di quanto non sia mai stato per i rari governi civili che il Paese ha avuto, prima della bomba islamica. E cosa accadrebbe oggi se le schegge impazzite dell'ISI e del terrorismo islamico applicassero all'argomento nucleare la stessa carica di provocazione e di cupio dissolvi che stanno mettendo in opera nel Kashmir, quando sabotano sistematicamente gli sforzi di pacificazione con l'India di Musharraf, indispensabili per tornare ad avere un certo grado di presentabilità in ambito internazionale.
    Il quadro complessivo è abbastanza deprimente. Pensare che autorità così aleatorie e arbitrarie, che non riescono a controllare importanti porzioni del proprio paese e dei propri apparati di sicurezza, possano mantenere con la necessaria freddezza una presa ferrea su dispostivi nucleari distanti centinaia di miglia di terreno semidesertico, quasi senza infrastrutture, con sistemi di comando e controllo che risalgono a volte alla guerra di Corea, è più che un "wishful thinking": è pura utopia.
    Se un certo grado di interdizione è ipotizzabile per le armi avioportate e per quelle montate su missili a combustibile liquido (la maggioranza oggi, una esigua minoranza domani), per le quali è possibile un certo grado di ripensamento o di interruzione della missione, per quelle missilistiche a combustibile solido, che stanno per entrare in servizio da ambo le parti, le dinamiche impongono una manciata di minuti o di secondi.
    Di fronte alla richiesta di autorizzazione al lancio da parte di un capo militare locale che sostenesse di essere sotto attacco nucleare, qualsiasi Primo Ministro o Generale/Presidente (forse più il primo che il secondo) si troverebbe in gravi difficoltà, non disponendo dei mezzi di verifica che a suo tempo avevano (e hanno ancora) le Superpotenze (come diceva Lorenzo, i sistemi satellitari di Pakistan e India non danno affidabilità).
    Questo aspetto non secondario del problema è confermato da un dibattito apparso di recente su riviste specializzate indiane, nel quale si discuteva del come riconoscere senza ombra di dubbio un attacco nucleare. Si affermava, ad esempio, che un improvviso e pesante bombardamento aereo convenzionale su un sito nucleare può essere facilmente equivocato da sopravvissuti sconvolti e traumatizzati. Il fumo delle esplosioni di grosse bombe ad alto potenziale può essere scambiato per un fungo atomico di un'arma a basso kilotonaggio, come sono quelle indiane e pakistane (da dieci a venti kilotoni). L'aumento della radioattività nell'aria causato localmente dalla frantumazione delle testate nucleari è difficilmente distinguibile dall'effetto radiologico di una vera esplosione nucleare, soprattutto dopo i primi momenti, nei quali si verifica un picco di emissione.
    E' quindi doveroso, come ricordato da Lorenzo, che le grandi Potenze mondiali si adoperino per evitare la possibilità di uno scontro nucleare fra i due paesi nemici. Le conseguenze non sarebbero sopportabili.
    70 milioni di morti per le esplosioni. Più un numero incalcolabile, in Asia e in tutto il mondo, per gli effetti remoti di un fall-out così concentrato e massiccio come non si è mai visto, proveniente da decine di esplosioni contemporanee. Esso finirebbe per inquinare coltivazioni e falde acquifere che alimentano centinaia di milioni di persone. Il numero dei feriti, ustionati e contaminati potrebbe raggiungere un analogo ordine di grandezza (e di orrore). Le risorse sanitarie del mondo intero dovrebbero essere mobilitate per ridurre le conseguenze di un simile disastro, e probabilmente non basterebbero. Le conseguenze a più vasto raggio ridurrebbero Cernobyl alle dimensioni di un modesto incidente localizzato. Non parliamo poi dell'11 Settembre o di qualsiasi atto terroristico finora avvenuto. Come ha affermato lo stesso Rumsfeld alla riunione della Nato che ha preceduto la sua missione nel Subcontinente, tali eventi "potrebbero apparire modesti" al cospetto delle minacce che si profilano attraverso l'impiego delle armi di distruzione di massa".

 

 

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