....Andreotti

L’assoluzione definitiva di Giulio Andreotti segna uno spartiacque nella vita della Seconda Repubblica, come la provvisoria (e calunniosa) accusa che lo investì dieci anni fa segnò uno spartiacque tra la vita e la morte della Prima. E’ una realtà non appannabile, a dispetto della riluttanza de reditu del sette volte capo di governo, della sua propensione minimalista all’“io mi faccio i fatti miei”, appena scalfita dall’aver additato Luciano Violante come regista degli infondati processi.
E, anzi, dice tutto che sia toccato alla seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Marcello Pera, farsi i fatti degli altri, cioè di quella classe politica umiliata e vilipesa nella surreale accusa rivolta ad Andreotti.
Dice, certo, che oggi la difesa della Prima Repubblica “significa proteggere la Seconda” come ha notato Massimo Franco.
E’ simbolicamente in gioco, infatti, la difesa della politica in quanto tale. Dice però anche che fino a ieri, la Repubblica (la Prima, ma anche la Seconda) fu senza difesa alcuna.
La Prima Repubblica non la difese soprattutto la Dc che, processata nei tribunali e nelle piazze dei Novanta, rinunciò a difendere anche se stessa.
Troppo debole per opporre al Terrore una politica, troppo inconsapevole per opporvi una cultura, restò in balia dei demoni che l’abitavano.
Una parte della Dc si suicidò consegnandosi all’ala penitenziale e moralistica della politica italiana, facendo propri il costume e l’etica che aveva sempre combattuto, il moralismo giacobino, la mitologia della società incorrotta, la vergogna del potere. Un’altra mettendo a tacere l’orgoglio del potere.
E’ sintomatico che i primi giorni del dopo assoluzione siano stati punteggiati dalle dichiarazioni di numerosi ex dc che fecero parte allora della commissione Antimafia presieduta da Violante, nel tentativo di giustificare (l’imperturbabile Cabras), di spiegare (il realista Mastella) o di rivendicare (con il censorio umor nero di cui è ancora icona Rosy Bindi) la parte che ciascuno ebbe nell’autorizzare le prime accuse contro Andreotti di avere legami con Cosa nostra.
Nessuno invece ha ricordato che l’unica reazione della disperata Dc di Mino Martinazzoli, fu di inviare alla procura di Roma una denuncia per verificare se nelle dichiarazioni dei pentiti fossero ravvisabili gli estremi di cospirazione politica, vilipendio della Repubblica o calunnia.

Un atto giudiziario, nel sonno della politica. Non si era sbagliato qualche anno fa Marco Follini a suggerire, in un bel libro poco capito dai dc, che il suo ex partito, innocente o colpevole che si sentisse, era rimasto vittima della suggestione pasoliniana del Processo.

La Seconda Repubblica, che vive degli scompensi indotti da quel terremoto, è abitata da una classe politica recalcitrante, a destra e a sinistra, timorosa di prendere in mano il suo destino, dunque anch’essa troppo debole custode della propria dignità.
La destra post rivoluzionaria spesso è vendicativa e parolaia (“Troppi dibattiti, poche riforme”, ammette Peppino Gargani).
La sinistra tardo giacobina ancora minacciosa, quella riformista timida. La tenebrosa eccitazione sprigionata dall’assoluzione di Andreotti è intrisa di questo dubbio. Della nevrosi che un simile precedente di eclissi politica proietta sulla democrazia, che è diritto, ma è niente senza il potere di esercitarlo.
C’è ancora sul tavolo anatomico quel corpo della politica italiana che aveva cessato di esistere prima ancora di essere abusivamente decapitata dal fulmine giudiziario, che non si batté, che si lasciò trafiggere? O è un corpo politicamente vivo quello dal quale ora è stato estratto il pugnale? Domande eluse nella disputa strumentale tra i due poli, nella piccina contesa tra poteri dello Stato evocata dall’Anm dopo l’intervento di Pera, e soprattutto nell’imbarazzo camaleontico del centrosinistra. Dilegua il plauso all’ex nemico, l’assassino inventato e il sovrano disarmato che si è difeso rinunciando alla politica, riverita maschera anti-Berlusconi.

Costretto a scegliere tra la versione andreottiana e quella di Violante, l’Ulivo è ora in preda a una nuova schizofrenia. Faccenda che paradossalmente lo esaspera più al centro che a sinistra.
Francesco Rutelli, né violantiano né andreottiano, ha deplorarato l’eventuale “colpo di spugna”.
Gran parte degli ex dc malsopportano la caduta dell’alibi al matricidio compiuto al tempo delle accuse. E del resto un paio di settimane fa, alla gaffe di Violante che accusava Berlusconi di agevolare i mafiosi, furono i centristi Dario Franceschini e Arturo Parisi a dargli ragione, mentre qualche rimbrotto se lo prese da un compagno di partito come Giorgio Napolitano.

La rivincita postuma di Dossetti
E’ una intermittente pulsione mannara del centro dell’Ulivo, incline ad azzannare l’avversario per troppa indulgenza verso se stesso. “Ne ho visti tanti di centri –lamenta Paolo Mieli – ma questo...”. Questo è appunto il frutto tardivo e velenoso dello spirito quaresimale che aveva indotto l’ultimo centrismo, prima della svolta maggioritaria del 1994, a scambiare, al contrario, l’intransigenza verso i propri errori con l’indulgenza verso i propri avversari, chiedendo venia a sinistra. Un po’ quella rivincita postuma di Dossetti contro De Gasperi che, dentro e fuori la Democrazia cristiana, sovvertì, e incattivì, il gioco. L’effetto immediato del dopo assoluzione non è ancora il riequilibrio “virtuoso” tra politica e magistratura auspicato da Pera, ma la chiave della commedia degli equivoci forse sì.

Pialuisa Bianco

saluti