....del Pci

Io, Vittorio Foa, ho peccato di opportunismo nei confronti del Pci:
“Avrei dovuto essere più libero”, dice il grande leader dell’azionismo, condannato a quindici anni di carcere dal Tribunale Speciale fascista.
E racconta, fra l’altro, di quando accettò la censura di Togliatti a un suo articolo su Stalin.
Lo fa in un libro che apparirà a metà novembre dall’editore Feltrinelli: “Un dialogo” tra Vittorio Foa e Carlo Ginzburg, lo storico che per lui è quasi un figlio (120 pagg, 8 euro).
Si tratta di un documento di straordinaria portata, destinato a creare discussioni e polemiche, perché ruota attorno a due questioni provocatorie, come lo stesso Ginzburg le definisce: “Il silenzio e la doppiezza di Vittorio Foa”.
Sullo sfondo c’è il punto chiave della diatriba sull’azionismo: l’accusa agli ex azionisti di essere stati in soggezione di fronte al Partito comunista, di non averne denunciato limiti e storture con la medesima forza con cui avevano combattuto il fascismo.
Il libro, dunque, mette a nudo un nervo dolente, ed è tanto più significativo il fatto che a interrogare Foa, facendo quasi da pubblico ministero, sia il figlio di Leone Ginzburg, l’intellettuale che gli antifascisti di Giustizia e Libertà e del Partito d’azione ebbero a modello, morto per le botte dei fascisti a Regina Coeli nel 1944.
“Ho rimosso tante cose...”, dice Foa in un passo all’acme della conversazione.
Come si arriva alla confessione?
Il dialogo è un appassionato e franco andirivieni fra anni Cinquanta e anni Settanta, rispettivamente gli anni della “doppiezza” e quelli del “silenzio”.
La doppiezza è quella che già Foa, nel “Cavallo e la torre”, denunciò come “connotato di tutto il comunismo mondiale nel corso della sua storia”.
Domanda Ginzburg: “Si è parlato di doppiezza a proposito dell’atteggiamento dei comunisti italiani dopo il 1945, da un lato continuavano a ribadire fedeltà agli ideali rivoluzionari, dall’altro agivano in difesa della democrazia borghese. Ma è esistita anche una doppiezza di Vittorio Foa?”.
Per andare al punto, propone di esaminare un episodio rivelatore.
Riguarda il periodo in cui fu pubblicato in Italia “Arcipelago Gulag”: “Quando uscì la traduzione del libro di Solgenycin lo vidi in libreria, lo sfogliai e non lo comprai. Ricordo questo come un vero atto di viltà: c’era qualcosa che volevo tenere lontano, a tal punto che poi il libro non l’ho letto”.

Lo storico e il maestro e amico
Dunque, chiede lo storico al maestro e amico, “vorrei sapere la tua reazione di allora”. Foa non si sottrae, recupera pezzi del passato: “Molto implicita, ho rimosso molte cose... Devo dire che in tutta questa materia nel mio caso c’è una complicazione.
La mia origine politica mi portava naturalmente a una sincerità, anche se i miei amici molto vicini, penso a Riccardo Lombardi, hanno messo tutto da parte anche loro.
Però forse Lombardi non veniva da una tradizione leninista, ma da una tradizione cattolica.
Nenni aveva una logica tutta diversa: poteva aver respinto i processi di Mosca ma poi li accettava”.
E poi la secca confessione: “Io avrei dovuto essere più libero”.
Gli atteggiamenti personali si mescolavano in realtà con le strategie di partito che puntavano a modificare il contesto politico, in rapporto all’ingombrante presenza dei comunisti.
Il vecchio leader ricorda che, all’indomani del ’48, si diede vita al tentativo di sganciare il partito socialista dall’influenza comunista, senza per questo andare incontro all’abbraccio con i democristiani.
Era un’autentica intuizione, che puntava a liberare il Psi dal peso della vicinanza del fratello filosovietico, senza per questo schiacciarlo su quello che per molto tempo ancora Foa avrebbe considerato partito della rendita”, la Dc postdegasperiana.
In qualche modo – riflette Foa – era l’idea di una terza via”.
Né con lo stalinismo, né con la Dc.
Foa attribuisce quell’intuizione a Riccardo Lombardi e Fernando Santi, e aggiunge: “Io partecipai molto intensamente a questa esperienza che durò circa un anno”. Che cosa accadde dopo? Quella linea viene sconfitta da Nenni. “Si creò una situazione di forte tensione interna, ma dato il meccanismo autoritario che dominava nel Psi nel 1950, non era più possibile manifestare posizioni diverse”.
Perché, insiste Ginzburg, non fu allora possibile, neanche individualmente, liberarsi dalle timidezze verso gli apparati, verso le esigenze tattiche dei partiti?

Perché non con Koestler e Orwell?
E’ la stessa domanda che, talvolta per polemica strumentale talaltra per amor di verità, i conservatori, la destra, hanno rivolto al mondo degli azionisti. Perché non spostarsi sulle sponde non distantissime già raggiunte da Arthur Koestler o George Orwell, sponde che proprio in quel fatale 1951 toccava anche un italianizzato come Gustaw Herling, con la denuncia di “Un mondo a parte”?
Ed ecco che oggi la domanda è fatta da un intellettuale di sinistra, erede diretto dei fondatori dell’azionismo. E riceve da Foa una risposta della massima rilevanza, che scava nel rimosso:
“Vi sono dei casi in cui tu senti di non esser creduto, senti l’inutilità di dire certe cose, senti che dicendo certe cose tu perdi una fiducia possibile nel futuro dei rapporti con gli amici e con i compagni”.
“Io non voglio qui difendere l’opportunismo – prosegue Foa, affrontando un terreno decisivo per la polemica. Voglio cercare di confessare in che cosa può consistere l’opportunismo, perché quello era certamente opportunismo”.
Questa resa dei conti prosegue: “E poi tu sentivi benissimo che se uscivi allo scoperto entravi in un altro mondo. Eri immediatamente protetto da qualcun altro che era la Cia”.
Poche righe prima Ginzburg ha notato, en passant, che “Tempo presente”, la rivista di Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte, era appunto “finanziata dalla Cia, come venne fuori nel 1968”. E insomma, riconosce Foa: “C’erano cose di cui si poteva parlare, ma non in certi luoghi, e cose di cui non si poteva parlare affatto”.

“Cose di cui non si poteva parlare”
E’ quello che, lapidariamente, viene definito “il doppio pensiero”, un abito mentale che poteva indurre un uomo liberissimo come Foa ad accettare un “ritocco” chiesto da Togliatti a un suo pezzo per le pagine di “Rinascita”, il periodico del partito: “Avevo dato il mio articolo a Marcella Ferrara, che dopo qualche tempo mi fece sapere che Togliatti chiedeva se non era possibile cambiare un pochino il passo su Stalin”.
Foa disse di sì e oggi si trova ad ammettere: “Credo che anche nella mia posizione antisettaria ci fosse un elemento di stalinismo”.
E la questione del silenzio? Secondo Ginzburg, si tratta del silenzio che Foa si è imposto “alla fine degli anni Settanta, abbandonando la politica attiva, per quattro anni” dopo gli esiti di un decennio nel quale l’utopia del radicalismo culmina invece nel terrorismo e si arriva all’assassinio di Aldo Moro.
Foa, di nuovo, accetta la sfida e rilegge il passato. Cos’era stato, cosa aveva significato, il sequestro dello statista dc? “Tentativo estremo, quasi caricaturale, di un comunismo che era finito”, qualcosa di interno all’album di famiglia.
E però riconosce di aver commesso un errore di valutazione che si potrebbe leggere come speculare a quello crociano sull’avvento del fascismo inteso come “calata degli Icsos”. Dice Foa: “E’ possibile che la mia insistenza nel ridurre questo episodio a un rigurgito barbarico in una situazione di disordine sia dovuta anche a una volontà di rimozione, rispetto a una valutazione più profonda”. Perché sì, Foa ritenne che il terrorismo rispetto al movimento “rappresentava un elemento di barbarie contro... mentre in realtà era dentro”. E conviene rifletterci, anche oggi.

Jacopo Iacoboni La Stampa, 2 novembre 2003

saluti