La recente polemica di fine estate sulle dichiarazioni di Berlusconi circa le differenze e somiglianze tra Mussolini e Saddam, ha comportato la ripresentazione di vecchi schemi. L'immediata visita di Piero Fassino alla tomba di Giacomo Matteotti, è stata la prima risposta. Il deputato socialdemocratico assassinato nel 1924, è sempre portato ad esempio di vittima del fascismo. Strade e piazze a lui dedicate sono presenti un po' in tutt'Italia. Suona scandalo, quindi, ricordare che esistono delle proposte di chiavi di lettura diverse, che, in effetti, come vedremo, erano, in realtà, emerse già nel corso del processo che si tenne nel dopoguerra. Tutti i libri che parlano di Matteotti, riferiscono della sua borsa, che non è mai stata trovata. I tentativi di lettura in chiave "revisionista" partono da tale borsa. Nel 1978 il parlamentare socialdemocratico Matteo Matteotti, figlio di Giacomo (recentemente scomparso, dopo aver seguito Schietroma e Borselli nelle file dell'Ulivo) riceve una strana lettera. Un vecchio militante del suo partito, andando a pulire il tubo della stufa nella sua cascina nella campagna toscana, ha trovato alcune carte provenienti dalla perduta borsa di suo padre. Si tratta esattamente del manoscritto originale di un suo articolo sulla situazione libica, uscito poco dopo la sua morte su una rivista di politica internazionale. È il punto di partenze di una serie di studi, che culmineranno, di 1ì a qualche anno, in un libro, pubblicato dalle craxiane Edizioni Sugarco, che mette in discussione la responsabilità di Mussolini in quel delitto. Ne diede un'accurata descrizione, il figlio, in un'intervista uscita su "Storia Illustrata" nel 1985.
La tesi che n'esce è questa: la morte (o almeno un "avvertimento" violento) di suo padre giovava a due ambienti, la Corte e quelle aree tanto del fiiscismo, quanto dell'antifascismo estremista, che, per motivi diversi, volevano sabotare il tentativo di pacificazione che Mussolini stava progettando. In particolare egli afferma che nel 1924 suo padre "si recò in Inghilterra, dove fu ricevuto, come massone d'alto grado, nella loggia "The Unicorn and the Lion". Venne casualrnente a sapere che in un ufficio della Sinclair, ditta americana associata alla Anglo Persian Oil, la futura BP, esistevano due scritture private. Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato tra gli azionisti senza sborsare nemmeno una lira; dalla seconda risultava I'impegno del Re a mantenere il più possibile ignorati i giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone del retroterra libico." "Ai primi di giugno a De Bono si sarebbe presentato un informatore, certo Thirshwalder, con una notizia preziosa: Matteotti aveva un dossier non solo sui brogli fascisti nel '24, ma anche sulle collusioni tra il re e la Sinclair. De Bono (forse saltando Finzi, sottosegretario agli Interni) interpellò il fido Filippelli, che a sua volta chiese ad Amerigo Dumini d'organizzare la "spedizione" contro Matteotti." Riguardo a Mussolini egli afferma che: "Mussolini voleva, fin dal '22, subito dopo la marcia su Roma, riavvicinarsi ai socialisti. I17 giugno 1924, quando già il delitto era in piena fase di progettazione, pronunciò un discorso che era un appello alla collaborazione rivolto proprio ai socialisti. Per questo l'attacco fattogli da mio padre pochi giorni prima fece infuriare il duce: è un fatto innegabile. E' altrettanto vero che quel 7 giugno Mussolini pensava, nonostante mio padre, di avere i socialriformisti, D'Aragona, e forse Turati, al governo. Ci sono, in proposito, due testimonianze: quella di Giunta e quella di Carlo
Silvestri. "Sta di fatto che, la morte del deputato pose il fascismo sull'orlo di una crisi irreversibile. Fascisti della primissima ora strapparono pubblicamente le tessere. Mussolini, sconvolto da quel morto che, parole sue, "i nemici gli avevano gettato fra i piedi", ebbe un attacco d'ulcera e pensò seriamente alle dimissioni. Alcuni ministri abbandonarono ilgoverno (mentre Pirandello, proprio in quel momento chiese a Mussolini la tessera del Partito e invocò la censura sulla stampa d'opposizione). I deputati dell'opposizione si ritirarono simbolicamente sull'Aventino. A Montecitorio rimasero solo i deputati comunisti, i quali non sembrarono troppo addolorati per l'uccisione del "pellegrino del nulla", come Gramsci aveva definito Matteotti nel necrologio apparso sull"'Unità". I1 30 maggio, all'inaugurazione della nuova Camera, Matteotti aveva mosso un durissimo attacco a Mussolini. Non è esatto affermare, com'è stato fatto, che il leader socialdemocratico si proponesse di far invalidare la legislatura, bensì intendeva, come nota Renzo De Felice, inaugurare un nuovo modo di stare all'opposizione, "più aggressivo, più intransigente, violento addirittura". Voleva in pratica scavare un fossato fra maggioranza e opposizione, per rendere impossibili accordi sottobanco. Egli, infatti, non ignorava che Mussolini aveva in mente di imbarcare nel governo almeno una parte dell'area socialista. Non ignorava che molti suoi compagni e, in particolare, i dirigenti della CGIL non erano insensibili alle proposte in tal senso che partivano dal loro vecchio amico di Predappio. I1 discorso di Matteotti del 30 maggio irritò profondamente Mussolini che si sentì offeso anche sul piano personale. Al termine dell'intervento non nascose la sua rabbia e lo si udì pronunciare frasi minacciose come: "Quell'uomo non dovrebbe più circolare.....; bisogna dargli una lezione.." Ciò accadeva la sera del 30 maggio, mentre il 7 giugno, evidentemente rabbonito, Mussolini aveva rilanciato le sue lusinghe a sinistra suscitando preoccupazioni tanto fra i capi socialisti piu intransigenti, quanto fra i duri del fascismo toscano ed emiliano. Dagli appunti autografi di Mussolini, siamo a conoscenza anche della rosa" di candidati socialisti da lui prescelti. Da subito la tradizione antifascista riconoscerà in Mussolini il mandante del delitto, basandosi sugli articoli della campagna giornalistica condotta sul Corriere della Sera da Carlo Silvestri. A lungo, però, la vedova di Matteotti, Velia Ruffo, sorella del famoso baritono Titta Ruffo, ne ha dubitato. La cosa è poco nota perché, per ovvie ragioni politiche, è sempre stata tenuta nascosta. La signora Matteotti non sospettò di Mussolini neppure nelle ore immediatamente successive al delitto. Anzi, il 13 giugno 1924, tre giorni dopo la scomparsa del marito, si presentò alla Camera e fu ricevuta da Mussolini, con cui ebbe un lungo colloquio privato. All'epoca del delitto Matteotti Carlo Silvestri era il capo della redazione romana del "Corriere della Sera". Commentatore politico temuto e stimato, aveva scrItto a chiare lettere
che il mandante del delitto era il capo del governo in carica. I suoi articoli e le sue inchieste rappresentano la principale
fonte degli storici per la ricostruzione di quel periodo. Molti però dimenticano o nascondono che l'autore di quelle feroci denunce in seguito si ricredette completamente. La campagna intrapresa contro Mussolini costò a Carlo Silvestri una serie di violente aggressioni, nonché una decina d'anni tra galera e confino. Fu appunto peregnnando fra Ponza, Lipari e Ustica, e ascoltando testimoni e protagonisti della vicenda, che Silvestri cominciò a ricredersi. L'aver accertato che le prove da lui raccolte erano risultate quanto meno insufficienti, lo spinse a provarne rimorso. Tempra di giornalista quali n'esistono pochissime. L'uomo era fatto così, la purezza del suo animo era persino sconcertante. Non tardò, infatti, a rivelare ai compagni di prigionia il dubbio che lo tormentava. Naturalmente fu invitato a frenarsi. "Proprio tu, il principale accusatore, hai il dovere di non manifestare delle perplessità" gli disse un giorno Carlo Rosselli, suo compagno di confino. Silvestri mantenne a lungo segreti i suoi dubbi. Il fatto che non li abbia esternati durante il Ventennio va a suo onore, poiché il regime lo avrebbe certamente ricompensato. Dopo 1'8 settembre 1943, quando ormai Mussolini perdeva progressivamente potere, Silvestri pensò fosse giunto il momento di riprendere la sua inchiesta. Volle andare ad intervistare Mussolini stesso. Silvestri, dalla sua voce seppe che lui riteneva che, alle origini dell'assassinio di Matteotti vi era un putrido ambiente di finanza equivoca e di capitalismo corrotto che aveva reazioni feroci ad ogni voce di possibili collaborazioni con i socialisti. Lo informò, inoltre, che aveva incaricato Bombacci e Gatti di riprendere ad indagare sul delitto. Indagini che già avevano prodotto un voluminoso fascicolo legato con un nastrino tricolore, che gli mostrò appoggiato sul tavolo. Quel dossier, che è stato visto da molti testimoni, faceva parte del bagaglio che Mussolini portò con sé quando, il 25 aprile 1945, iniziò quella fuga che si sarebbe tragicamente conclusa a Dongo. Da allora è scomparso, come sono scomparsi tanti altri carteggi, in cui il Duce custodiva altri segreti scottanti. Petacco ricorda infine come Silvestn abbia deciso di rendere pubblica la reale versione dei fatti, subendone sgradevoli conseguenze da parte degli ambienti antifascisti in tempi non sospetti, ossia quando Silvestri aveva tutto da guadagnare nel riconfermare la sua antica accusa a Mussolini.
Nel 1947, quando fu celebrato a Roma, per la seconda volta, il processo Matteotti, ii principale accusatore di Mussolini si trasformò nel suo maggiore difensore. Fra lo stupore generale smontò la sua stessa accusa, spiegando dettagliatamente come e perché tutte le prove da lui raccolte a suo tempo contro Mussolini gli erano apparse insufficienti. Rivolgendosi direttamente al procuratore generale Giovanni Spagnuolo, dichiarò: "Io mi rendo conto che se confermassi la mia vecchia deposizione il caso Matteotti sarebbe facilmente risolto. I giornali del conformismo antifascista mi farebbero fare una figurona. Sarei onesto se consentissi che la storia del secondo semestre del 1924 possa costruirsi sulla base di documenti che io non mi sento piu di sottoscrivere nella loro integrità?" I1 tribunaie non gli credette: non erano tempi favorevoli al revisionismo storico. Mussolini andava demonizzato, e Silvestri osava andare controcorrente.
Arcangelo Santoro
Pubblicato su www.legnostorto.com su gentile concessione de L'altra voce




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