....estremista
“Un altro centro-destra è possibile”, il sogno del leader dell’Udc e la realtà
Marco Follini è un mite estremista di centro.
Refrattario a un centrodestra “senza trattino”.
Ostile alla lista unica che senza amalgama politico culturale è un “pasticcio”.
Allergico alle perduranti anomalie di uno schieramento “che con tutte le sue magagne è comunque meglio del centro-sinistra”. Impietoso con le promesse mancate che avevano allargato il cuore all’Italia del 2001 garantendo innovazione economica e moderazione politica.
La sua “Intervista sui moderati” è un viatico per l’ennesima settimana politica che si è aperta nel segno della remise en forme della maggioranza di governo.
Con un suo precedente libro dedicato alla Dc, egli aveva aperto, all’interno della diaspora democristiana, la discussione sul dopo 1993 dividendo in modo nitido le aspettative e il destino dei moderati e dei postgiacobini un tempo distinti e confusi nel “centro di accoglienza” che fu l’ex partito dei cattolici.
Ora spende la forza dei suoi nervi distesi per rompere il tabù nella maggioranza sul “dopo Berlusconi”.
Specialista nell’analisi del post, si spinge a spiegare che “un altro centro-destra è possibile”.
In altre parole che è possibile, o necessario, proiettarlo oltre la vicenda del suo fondatore.
Lo fa con la mitezza del mediatore e con l’estremismo dell’analista. Solleva il problema della maggioranza dalle beghe quotidiane tra alleati e dalle reciproche provocazioni, per sottolineare che sì, se lo scontro tra questi si radicalizza sarà la prova provata che un’alleanza è saltata, inficiata dalle non domate divergenze ideologiche e culturali.
Peggio, che un progetto di leadership, quello berlusconiano (senza il quale tuttavia, ammette Follini, non ci sarebbe mai stato in Italia un centrodestra) è fallito.
Che fare dunque? Come riparare la macchina in corsa? Come ristabilire quel rapporto simpatetico e vincente con l’elettorato deluso?
Il merito dell’analisi di Follini, silenziosamente condivisa in larghi settori della maggioranza compresi alcuni dei più vicini al Cav., è di riepilogare in modo sobrio la portata della sfida in corso, e di percepire la necessità di interpretare le conseguenze politiche che ne possono derivare.
Non è un caso che quasi contemporaneamente Pier Ferdinando Casini abbia rievocato con calore quella funzione di “coscienza critica” del sistema che fu, nella prima Repubblica, prerogativa di Ugo La Malfa, austero e veggente ma ferreo alleato del partito di maggioranza relativa. Una rievocazione pro domo sua che fa pensare all’intramontabilità del quadro di alleanze anche nell’attuale schieramento di maggioranza e si limita ad alludere, in modo trasparente, al peso politico, più che elettorale, acquisito dai centristi:
“In politica i voti non soltanto si contano, si pesano”
ha detto appunto Casini. In un certo senso è come se il “dopo Berlusconi” evocato da Follini potesse essere scongiurato o rimandato, per ultima chance, ridistribuendo nella coalizione oneri e poteri: funzione che legittimamente spetta alla leadership del Cav. e che evidentemente sia Casini sia il mite estremista di centro Follini ritengono ancora spendibile.
E, viceversa, il ruolo di fixmen della maggioranza, che gli Udc si sono assunti e hanno esercitato nella prima parte della legislatura, è l’esatta ragione del loro accresciuto peso politico, una accumulazione di capitale che sarebbe inimmaginabile in un contesto che si sgretola e nel quale tutti hanno da perdere.
Pompidou italiano cercasi
E’ precisamente qui, sulla sfuggente soglia del “dopo”, che l’analisi di Follini, per quanto stringente, si ferma e appare muta. Povera di suggerimenti nel caso la leadership berlusconiana riluttasse o non riuscisse a rinegoziare le ragioni dell’alleanza con ciascuno dei partner.
Dove porta la divergenza di percezione del contesto generale? Con quali mezzi e con quali risorse prolungare la vita del centrodestra alla ricerca di un suo equilibrio del poi?
Come sostanziare quel “noi” politico che Follini contrappone al regale “io” berlusconiano?
A quali condizioni può emergere un successore del Cav. interprete del berlusconismo senza Berlusconi?
Sono domande ineludibili e non surrogabili nella scorciatoia dei rimpasti, delle verifiche, nell’esclusione di questo o quel partner, e neppure nell’estetizzante competizione tra capi.
Nella ricorrente storia dei post, c’è un precedente significativo: il ruolo strategico di Georges Pompidou nella Francia che, tra il 1965 e il 1967, conobbe lo splendido declino del generale Charles De Gaulle. Chi dubita del parallelo troverà conforto nelle pagine dedicate da Gaetano Quagliariello nel suo “De Gaulle e il gollismo” alle precoci intuizioni post-golliste di Pompidou.
La questione è tutta qui: se ci siano dei Pompidou del post-berlusconismo, capaci di garantire con pazienza (gli attriti con de Gaulle furono sopiti per anni) una transizione morbida, politicamente produttiva, da uno schema all’altro del centrodestra, accettando l’eredità del Cav.
Se si possa secolarizzare il carisma berlusconiano limitandosi a esorcizzarlo o invece rafforzandolo, finché c’è.
Se i “moderati” possano esaltare la propria funzione mediando tra l’arcipelago sociale protoberlusconiano e post, o segando l’albero di trasmissione della leadership del centrodestra.
Chi non afferra per le corna questi problemi, rischia di apparire un buon predicatore che razzola male.
Nessuno dovrebbe saperlo meglio di un mite estremista di centro.
Pialuisa Bianco
saluti




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