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    Predefinito "Controinformazione"....

    Il ruolo della carne nell'alimentazione della gestante e nell'infanzia.

    Marcello Giovannini
    Direttore della clinica pediatrica presso l’ospedale San Paolo
    dell’Università di Milano


    Prima di parlare dell’importanza della carne
    bovina nell’alimentazione della donna durante
    gravidanza e allattamento, è importante
    valutare la durata della gravidanza, i vari
    fattori che possono influenzarla, il deficit o la presenza
    di certe sostanze come l’acido rachidonico di cui
    parlerò più avanti, il mantenimento delle riserve materne
    durante la gravidanza e l’allattamento, ricordando
    chiaramente che una corretta alimentazione durante
    la gravidanza è preferibile a una somministrazione
    di integratori, visto che occorre molto
    più tempo per assimilarli e metabolizzarli. È importante
    che le gestanti e le giovani madri non
    facciano la spesa in farmacia bensì usino alimenti
    ricchi di elementi utili per la crescita del feto o del
    bambino. Occorre tener presente l’importanza dell’arricchimento
    del latte materno e quanto esso dipenda
    dall’alimentazione: parleremo di acido arachidonico
    come fattore di crescita. La carenza di acido rachidonico
    si trova nei funicoli dei bambini che hanno una
    rallentata crescita fetale. Parleremo dell’intake di ferro
    e di zinco, di cui si parla poco oggi, ma che è
    importante per la crescita e per lo sviluppo neurocomportamentale
    del bambino. Le ultime ricerche del
    gruppo dell’Inta di Santiago del Cile hanno visto
    quanto la carenza di ferro può influenzare lo sviluppo
    neurocomportamentale e i potenziali visivi e
    acustici dei bambini cileni con carenza di carne
    nell’alimentazione. E la quantità di acido rachidonico
    che possiamo trovare nella carne, è anche maggiore
    di quella presente del latte materno e seconda
    rispetto a quella dell’uovo.
    Quali sono i fattori di crescita che caratterizzano
    la carne bovina? Ferro, zinco, acido rachidonico:
    per il contenuto, la forma biologica, l’assorbimento
    e la biodisponibilità (tabella 1). Dobbiamo
    valutare tutti questi elementi e finirla di parlare di
    diete che stressano il fisico. L’uomo è onnivoro e
    deve mangiare di tutto un po’, come ha detto un
    grande nutrizionista, David Crechevsky, che ha dedicato
    una vita a questo tipo di studi. Ricordiamoci
    anche che l’uomo divenne erectus quando divenne
    onnivoro e cominciò a mangiare la carne.
    La gravidanza e l’infanzia: occorre un’alimentazione
    in cui la quantità giusta di calorie sia rispettata,
    e l’apporto degli alimenti traccia dei minerali sia
    portato in maniera naturale. Non deve essere dimenticato
    l’acido rachidonico, che è fattore di crescita
    importante. Tutto questo per una crescita armonica
    del feto e del bambino. Il latte materno deve avere
    un divezzamento diverso: il bambino allattato al
    seno necessita di un divezzamento carneo.
    Anche la ragazza adolescente deve avere un
    apporto carneo, non limitarsi ad assumere ferro
    sotto forma di farmaco visto che ha una minor
    biodisponibilità.
    Ferro e gravidanza: per evitare l’anemia materna
    e il parto pre termine (tabella 2), è importante
    un’alimentazione completa che comprenda il ferro
    alimentare e lo zinco di origine vegetale, che è
    maggiormente biodisponibile se mescolato alla carne.
    Ci sono infatti dei fattori nella carne, che
    ancora non vengono studiati, ma che permettono
    di assorbire meglio il ferro vegetale. Quando abbiamo
    una gestante che presenta valori serici più bassi,
    rischiamo di avere bambini a basso peso, con spese
    per la comunità e parti a rischio. Abbiamo la possibili-tà di prevenire certi problemi, con un’alimentazione
    corretta senza andare in farmacia. Il bambino pre
    termine non ha riserve di ferro e quindi necessita,
    dopo il divezzamento, che nella sua alimentazione sia
    presente il ferro, ferro alimentare e non farmacologico.
    Questa necessità si è evidenziata soprattutto nei
    Paesi in via di sviluppo. Stiamo facendo uno studio in
    Cambogia: stiamo valutando dei bambini nell’ambito
    di una campagna contro la tubercolosi e per la prevenzione
    della malaria. Valutiamo anche la crescita, e
    chiediamo la preparazione di prodotti galenici per
    fare un’integrazione di ferro, zinco e calcio: in quei
    Paesi infatti, stiamo valutando la differenza della
    crescita proprio di quei bambini che seguono questa
    integrazione.
    Qual è il fabbisogno di ferro? Somministrando dai
    6 agli 8 mmg al giorno riusciremo ad avere un
    fabbisogno di ferro dagli 0,75 a un milligrammo al
    giorno. Il professor Williams ha pubblicato sul British
    Medical Journal uno studio effettuato su 85 bambini
    randomizzati abitanti in aree urbane: la supplementazione
    con ferro attraverso formule arricchite
    previene il declino dei punteggi di sviluppo psicomotorio
    e l’anemia sideropenica.
    Quali sono gli effetti funzionali che possono persistere
    in caso di anemia? In un confronto tra bambini
    di 4 anni (tabella 3) con anemia ferro priva nei
    primi due anni e bambini supplementati o in quelli
    che avevano un’alimentazione corretta comprendente
    la carne in cui era presente il ferro, i potenziali
    evocativi uditivi e/o visivi di questi ultimi
    erano migliori. Gli studi sono stati pubblicati su
    Pediatric Research del mese di febbraio. La carenza
    di ferro in una dieta non corretta, carente di
    carne, può portare effetti negativi sullo sviluppo
    psicocomportamentale generale. Una volta, per questo
    genere di sviluppo si pensava soprattutto al fosforo
    contenuto nel pesce; adesso si è notato che il ferro
    è importante, soprattutto nella femmina pre-adolescenziale
    e durante l’adolescenza.
    Come si assorbe il ferro? Il latte materno ha un
    assorbimento basso ma è altamente biodisponibile.
    La quantità di ferro eme nella carne bovina è
    seconda solo a quella contenuta nel latte materno,
    ed è superiore alla quantità contenuta nel latte
    artificiale.
    La carne bovina ha un effetto positivo sullo stato
    marziale in quanto contiene ferro nella forma eme,
    che è altamente biodisponibile, e perché ha un effetto
    positivo sulla forma di ferro non eme presente in
    altri alimenti nello stesso pasto. Questo è uno dei
    motivi per cui secondo le linee guida dell’Organizzazione
    della Sanità europea, il baby food non deve
    essere 100% carne ma in proporzioni di 51% e 49
    per cento. Così, la biodisponibilità di ferro contenuto
    in alimenti vegetali può essere notevolmente
    incrementata con l’aggiunta di quantitativi anche
    limitati di carne bovina.
    Uno studio del professor Michaelsen ha dimostrato
    l’associazione positiva tra ferritina serica ed assunzione
    di carne tra i sei e i nove mesi di vita del
    bambino, mantenendo i valori di ferritina plasmatica
    costanti e non variabili, e questo è molto importante
    in un bambino che raddoppia il peso a sei mesi e lo
    triplica a un anno. Uno studio condotto dal professor
    Engelmann compiuto su 42 bambini randomizzati
    dell’età di 8 mesi, ha dimostrato che si raggiungono
    valori di emoglobina più stabili grazie a una somministrazione
    di 27 grammi al giorno di carne invece
    che di 10. Lo stesso Engelmann ha compiuto uno
    studio sugli isotopi stabili su otto bambini dell’età di
    dieci mesi, notando che l’aggiunta di dieci grammi
    di carne a 100 grammi di purea vegetale aumenta di
    2,7 volte la quantità di ferro assorbito.
    Quali sono le sostanze contenute nella carne bovina?
    Da valutare il meat factor, vale a dire l’insieme
    di componenti che ancora non si conoscono ma che
    contribuiscono a mantenere il ferro in una forma
    solubile e quindi biodisponibile: probabilmente certi
    peptidi di basso peso molecolare che si producono
    durante la digestione della carne e della istidina in
    essi contenuta.
    Altro importante elemento contenuto nella carne
    è lo zinco, che abbiamo visto essere fondamentale
    per la crescita del bambino. Abbiamo carenze
    di zinco nei bambini pre termine anche se
    allattati al seno e anche se nel latte materno
    dovrebbe essere contenuto zinco. (tabella 4). È
    importante che la dieta della gestante contenga
    questo elemento: rischia quindi la donna vegetariana,
    ma se la donna è onnivora deve assumere la
    carne rossa che è ricca di zinco, ferro e acido
    arachidonico. Se la donna ha un basso intake di
    zinco, il rischio di basso peso alla nascita aumenta
    di circa due volte. Aumenta il rischio di parto pre
    termine soprattutto in caso di rottura prematura delle
    membrane. Un basso intake di zinco nella fase
    precoce della gravidanza si associa a un rischio tre
    volte maggiore di un parto molto prematuro. Il
    rischio aumenta in associazione ad anemia ferro
    priva.
    Da valutare anche l’importanza dello zinco
    nell’infanzia: la condizione e il ruolo di questo
    elemento sono analoghi a quelli del ferro, come
    l’associazione con gli indici di crescita e sviluppo
    non dose dipendente: i bambini pre termine sono i
    più esposti. Occorrono circa 5 milligrammi al giorno:
    è stato visto che le diete ad alto tenore di cereali
    non raffinati non estrusi portano solo al 15% dell’assorbimento,
    mentre diete con cereali raffinati e carne
    portano al 50% dell’assorbimento dello zinco.
    Ricordiamoci quindi che è utilissima la fibra nell’alimentazione,
    è importante la sua capacità di modulazione
    intestinale ma ricordiamoci anche che le fibre
    inibiscono l’assorbimento, quindi la dieta va valutata
    con quote giuste.
    Riguardo allo zinco, in uno degli ultimi numeri
    del British Medical Journal si dice che è conosciuto
    da 40 anni ma ignorato dalle organizzazioni mondiali
    per la salute, nel senso che non ci sono ancora
    globali osservazioni sul suo ruolo.
    Secondo la meta-analisi di 33 studi di intervento,
    la supplementazione di zinco da sola migliora la
    crescita lineare e l’incremento ponderale. Secondo
    alcuni scienziati americani che lavorano in oriente,
    la supplementazione di zinco ha migliorato gli
    indici di sviluppo neurocomportamentale dei
    bambini cinesi (tabella 5). L’apporto ottimale tra i
    6 e 12 mesi evoca indici di sviluppo ottimali anche
    in bambini cileni secondo il gruppo di studi dell’Inta
    di Santiago del Cile.
    Dov’è contenuto lo zinco? Le quantità maggiori
    si trovano nel manzo (8 mg/100gr), nell’albume
    abbiamo 0,02 mg/100gr, nel latte materno abbiamo
    alta biodisponibilità ma 0,12 mg/100gr. Il manzo
    contiene otto volte la quantità di zinco rispetto al
    pollo. È uno dei motivi per cui è preferibile dare
    ai bambini il manzo, che è meglio del vitello e
    molto meglio del pollo.
    Per quanto riguarda la carne bovina e l’assorbimento
    di zinco nell’infanzia, è stato fatto uno studio
    con isotopi stabili in due gruppi di bambini a 7 mesi:
    a un gruppo è stato somministrato latte materno
    associato a vegetali, all’altro latte materno e carne.
    L’assorbimento di zinco è migliore quando abbiamo
    latte materno associato a carne.
    L’importanza dell’acido arachidonico: abbiamo
    due grassi essenziali, il linoleico e l’alfa linolenico,
    con tutto un insieme di enzimi. L’n-6 e l’arachidonico,
    fattore di crescita, in cui dovrebbe stare in equilibrio
    con l’epa che arriva dalla serie n-3, che è la
    cosiddetta serie del mare (alghe, pesce): ma devono
    stare in equilibrio, perché entrambe si depositano a
    livello cerebrale ed entrambi influenzano le funzioni
    neurocognitive e neurocomportamentali. Quindi si
    dicono essenziali perché non sono sintetizzati dall’organismo,
    sia il linoleico che l’alfa linolenico. In certi
    momenti nel primo anno di vita, durante l’allattamento
    il bambino riceve l’arachidonico dal latte materno,
    ed è importante un divezzamento al sesto
    mese con una presenza della carne di manzo nel
    baby food proprio per la presenza dell’acido arachidonico.
    Quindi questi acidi grassi a semi-essenzialità,
    possono essere forniti con l’alimentazione.
    Durante la gravidanza abbiamo visto che nei bambini
    a rallentata crescita fetale avevamo dei tassi più
    bassi di acido arachidonico attraverso la fonicolocentesi.
    Anche altre ricerche come quelle del professor
    Kolezko in Germania e del professor Leaf nel Regno
    Unito hanno trovato un’associazione tra l’acido arachidonico
    nei lipidi del funicolo e gli indici antropometrici
    nel prematuro e nel neonato a termine.
    L’acido arachidonico quindi migliora la performance
    nel bambino, e viene assorbito soprattutto
    con un divezzamento con alimenti a origine animale.
    Nella carne bovina abbiamo presenza sia di
    acido linoleico che alfa linolenico, e la presenza
    dell’arachidonico è seconda solo a quella contenuta
    nelle uova e leggermente superiore a quella nel
    latte materno (tabella 6).
    La carne bovina quindi contiene acido arachidonico
    nei fosfolipidi e nei trigliceridi. È importante per
    sottolineare che il miglior legame per questo acido è
    il fosfolipide che si trova nella carne bovina magra.
    Non dimentichiamo quindi che in una dieta la
    qualità proteica della carne bovina innalza anche
    la qualità proteica di altri alimenti (come proteine
    vegetali) presenti nello stesso pasto.In conclusione: ferro, zinco e acido arachidonico
    rappresentano fattori di crescita con importanti effetti
    sulla crescita strutturale e funzionale dei tessuti, in
    particolare del sistema nervoso centrale, nel corso
    della vita fetale e dell’infanzia. La carne bovina è
    la principale fonte di ferro e zinco, apporta acido
    arachidonico e aumenta il valore biologico delle
    proteine degli alimenti vegetali assunti contemporaneamente.
    Rappresenta poi un elemento insostituibile
    per una alimentazione completa ed equilibrata
    nella gravidanza e nell’infanzia, fino a tutta
    l’adolescenza. Non dimentichiamocelo mai:
    l’uomo è onnivoro e deve mangiare di tutto. (tabella
    7)



    Marcello Giovannini
    Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di
    Bologna.
    Specializzato in Pediatria presso l’Università di Pavia.
    Professore incaricato di Clinica Pediatrica - Università
    di Milano dal 1976.
    Professore ordinario di Pediatria presso l’Università di
    Milano dal 1980.
    Direttore Clinica Pediatrica - Direttore di Medicina -
    Chirurgia - Odontoiatria - Ospedale S.Paolo - Università
    di Milano.
    Direttore III Scuola di Specializzazione di Pediatria -
    Università di Milano.
    Presidente Società Italiana di Nutrizione Pediatrica.
    Già Presidente Società Italiana di Pediatria Preventiva
    e Sociale (dal 1988 al 1996).
    Presidente Società Italiana Studio Malattie Metaboliche
    Ereditarie dal 1993 al 1995.
    Presidente dell’Istituto Scientifico Danone Italia, per la
    ricerca e la cultura della Nutrizione.
    Direttore Scientifico della Rivista «Doctor Pediatria»
    (mensile di medicina e di cultura per il pediatra).
    Promotore, organizzatore, presidente di Congressi Internazionali
    biennali «Milano Pediatria» dedicati a Nutrizione,
    genetica, ambiente.
    Organizzatore del Congresso Mondiale «Inborn Errors
    Metabolism» Milano, maggio 1994.
    Vincitore del Premio Invernizzi nel 1999 per le «Scienze
    alimentari».
    Curriculum Vitae
    Marcello Giovannini

  2. #2
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    Predefinito

    La rivalutazione della carne bovina
    nella dieta ipocalorica moderna

    Il fenomeno dell’obesità è in aumento in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti d’America.Per perdere peso le ultime ricerche scientifiche hanno rivalutato sempre più il ricorso
    a diete a basso contenuto di carboidrati, conosciute
    anche come diete ricche di proteine o grassi.
    Tuttavia, l’insufficiente informazione fa sì che l’alto
    contenuto di grassi e colesterolo in queste diete alimenti
    il timore, in realtà ingiustificato, che diete
    povere in carboidrati possano innalzare i livelli di
    colesterolo nel siero aumentando quindi il rischio di
    malattie cardiovascolari. Lo scopo delle nostre ricerche
    è stato di valutare gli effetti sul peso corporeo e
    sui lipidi sierici, in un periodo di sei mesi, di una
    dieta chetogena a basso contenuto di carboidrati
    (Lckd) abbinata a integratori alimentari rispetto a una
    dieta povera di calorie, a basso contenuto di grassi e
    colesterolo (Lfd).
    In uno studio clinico randomizzato abbiamo arruolato
    120 volontari del luogo che erano sovrappeso,
    iperlipidemici e motivati a perdere peso. In uno
    studio clinico ambulatoriale questi volontari:
    1) informati sull’Lckd (inizialmente <20 grammi
    di carboidrati al dì), hanno ricevuto degli integratori
    alimentari, sono stati consigliati di fare
    dell’attività fisica e sono stati organizzati alcuni
    incontri di gruppo, oppure
    2) informati sull’Lfd (<30% di energia dai grassi,
    <300 mg/dì di colesterolo, 2,1-4,2 MJ/dì in
    meno rispetto alla stima di una dieta di mantenimento),
    sono stati consigliati di fare attività fisica e
    sono stati organizzati alcuni incontri di gruppo.
    La dieta Lckd prevedeva un apporto illimitato
    di carne e di uova e quantitativi limitati di
    verdura e formaggi. Gli amidi sono stati drasticamente
    limitati. I nostri principali controlli hanno
    riguardato: il peso corporeo, la composizione corporea
    calcolata mediante l’impedenza bioelettrica, il
    valore dei lipidi sierici a digiuno e la tolleranza.
    I due gruppi presentavano caratteristiche di base
    analoghe. L’età media era di circa 45 anni, circa il
    75% era composto da donne e il 76% era caucasico.
    Il peso corporeo medio di base era di circa 97
    kg e l’indice di massa corporea era 34 kg/m2. Un
    maggior numero di partecipanti del gruppo Lckd
    (75%) rispetto al gruppo Lfd (53%) ha portato a
    termine lo studio semestrale (p=0,03). Fra coloro
    che avevano completato i 6 mesi, la perdita di peso
    è stata maggiore nel gruppo Lckd (variazione media
    [+SD], -14,2+4,8%) rispetto al gruppo Lfd
    (-9,3+6,4% del peso corporeo iniziale, p=0,002 di
    confronto). La perdita della massa lipidica (Lckd:
    -10,5+4,1 kg, Lfd: -6,5+5,9 kg, p=0,001 di confronto)
    in entrambi i gruppi si è rivelata notevolmente
    superiore di quella della massa non lipidica (Lckd:
    -3,4+2,1 kg, Lfd: -2,5+1,9 kg, p=0,05 di confronto).
    Si è riscontrata una maggior diminuzione dei
    trigliceridi sierici nel gruppo Lckd rispetto al gruppo
    Lfd (-42+29% contro -15+33%, p<0,001), e un
    maggior aumento del colesterolo Hdl (+13+29%
    contro -1+14%, p<0,001). Non sono state rilevate
    differenze nel colesterolo totale e nel colesterolo
    Ldl nei due gruppi.
    Per concludere, una dieta chetogena povera di
    carboidrati abbinata all’assunzione di integratori
    alimentari (più ricca di carne) ha avuto una
    maggior adesione e ha ottenuto come risultato
    una perdita di peso superiore con variazioni
    favorevoli nei trigliceridi sierici e nel colesterolo
    Hdl in 6 mesi rispetto a una dieta povera di
    calorie, ma con un ridotto apporto di grassi e
    colesterolo. È certo che si condurranno ulteriori
    ricerche sul meccanismo d’azione e sulla sicurezza
    delle diete a basso contenuto di carboidrati.
    RICERCHE SUCCESSIVE SULL’ARGOMENTO
    Perdere peso mantenendo nel contempo intatta la
    massa muscolare. È il sogno di tutti quelli che si
    mettono a dieta. Secondo altri studi, condotti sempre
    negli Stati Uniti, la formula basata su proteine e
    verdure, riconducibile al classico abbinamento «bistecca-
    insalata» è l’unica che consente di raggiungere
    questo obiettivo.
    L’ultima ricerca in questo campo è stata condotta dal professor Donald Layman, nutrizionista americano dell’Università dell’Illinois di Urbana-Champaign:
    i risultati sono stati pubblicati sul Journal of
    Nutrition di febbraio, e indicano che le diete che
    consentono più facilmente di perdere peso mantenendo
    intatta la massa magra, sono quelle che
    riducono pane, pasta e cereali, riabilitando la
    fettina, dando quindi via libera a carni magre,
    pollame e prodotti caseari, con l’ausilio di contorni
    freschi. In altre parole sconfessa sia la dieta
    mediterranea intesa in maniera estremistica e non
    corretta, sia la piramide alimentare raccomandata
    sinora dai medici che mettevano la carne, specialmente
    quella rossa, tra i cibi da consumare con
    grande moderazione, onde evitare malattie cardiovascolari
    e aumento di peso.
    Lo studio condotto all’Università dell’Illinois,
    ha visto 24 donne tra i 45 e i 56 anni in soprappeso
    di almeno il 15% rispetto al loro peso ideale. Tutte
    hanno seguito una dieta di 1.700 calorie al giorno:
    un primo gruppo si è attenuto ai principi della
    piramide messa a punto dai nutrizionisti negli ultimi
    dieci anni e ha privilegiato i carboidrati (pane,
    pasta, riso e cereali), concedendosi poche proteine
    di origine animale (carni, uova, formaggi e latte).
    L’altro gruppo ha fatto il contrario basando la
    propria dieta soprattutto su carni, specialmente bovine,
    prodotti caseari e uova e al massimo ha
    consumato 170 grammi di carboidrati al giorno.
    Alla fine del periodo di dieta, tutte erano
    calate di circa sei chili. Ma le signore del primo
    gruppo, che hanno privilegiato i carboidrati, si
    sono ritrovate con circa due chili di muscolatura
    in meno. Quelle del secondo gruppo invece, hanno
    perso principalmente grasso e pochissima
    massa magra.
    Donald Layman, lo studioso che ha condotto
    l’esperimento, attribuisce parzialmente questo risultato
    alla leucina, un aminoacido che agirebbe positivamente
    sui muscoli: è presente in carne, pollame,
    pesci, uova e formaggi. In più, mentre in tutte le
    volontarie si è assistito a un calo del 10/12% di
    colesterolo, in quelle che hanno privilegiato le
    proteine animali si è verificato anche un calo dei
    pericolosi trigliceridi.


    Data di nascita: 12 febbraio 1969.
    Luogo di nascita: Oceanside, California.
    Residenza: Durham, North Carolina.
    Studi e formazione:
    Duke University Medical Center, Durham, NC - Fellow
    in Health Services Research, Divisione di Medicina
    Interna Generale, 1999-01 - Master in Scienze della
    Salute, maggio 2001;
    University of Pittsburgh Medical Center - Pittsburgh,
    Pennsylvania - Chief Medical Resident, 1998-99 -
    Internato in Medicina Interna, 1995-98;
    East Carolina University School of Medicine - Greenville,
    North Carolina - Laurea in Medicina, maggio
    1995;
    Duke University, Durham, North Carolina - Bachelor
    of Arts, maggio 1991;
    Scuola Superiore Charles E. Jordan - Durham, North
    Carolina - Diploma di maturità: giugno 1987.
    Curriculum Vitae
    William S. Yancy
    Professore di Medicina alla Duke University, Durham, North
    Carolina (Usa)

  3. #3
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    Predefinito

    Andrea Strata
    Professore di Nutrizione Clinica della Facoltà di Medicina
    dell’Università di Parma


    Èintuitivo che un’alimentazione equilibrata e
    corretta è senza dubbio di importanza fondamentale
    per un buono stato di nutrizione. Ancor
    di più durante la fase di accrescimento
    e in particolare durante la fase dell’adolescenza, un
    congruo apporto proteico è elemento indispensabile
    quale substrato per l’aumento della massa corporea.
    Le fonti proteiche di origine animale (carne uova,
    latte, pesce) sono sicuramente privilegiate rispetto a
    quelle di origine vegetale. Da 100 grammi di proteine
    è possibile la sintesi di 74 grammi di proteine per
    l’organismo umano assumendo carne bovina, e soltanto
    45 per esempio, assumendo lenticchie. È chiaro
    anche che la carne bovina può, attraverso il suo particolare
    spettro aminoacidico, complementarizzare lo spettro
    aminoacidico del complesso proteico vegetale o
    cereale: ne deriva un complesso globale che viene valorizzato
    con effetto sinergico sul possibile utilizzo anche
    delle proteine vegetali. Ma in particolare la carne
    bovina assume un ruolo rilevante per una serie di
    prerogative che possono essere individuate nelle sue
    caratteristiche organolettiche e nei suoi contenuti
    bromatologici. Si tratta di contenuti di proteine a elevato
    valore biologico che la carne è in grado di offrire
    proprio nella fase delicata di crescita degli adolescenti:
    per esempio, la correlazione tra assunzione di carne
    bovina e accrescimento staturale può essere facilmente
    colta attraverso la lettura dell’andamento dei consumi
    a partire dagli anni ’50 fino agli anni ’90: in
    questo periodo ha avuto un incremento il consumo di
    carne bovina e sempre dagli anni ’50 agli anni ’90
    c’è stato un netto aumento della statura media degli
    italiani. (tabella 1) Sicuramente esistono fattori associati
    che hanno contribuito al fenomeno dell’innalzamento
    della statura della nostra popolazione, come il miglioramento
    dell’alimentazione in generale, il miglioramento
    delle condizioni igienico-sanitarie, il miglioramento dello
    stile di vita. Ma è certo che l’andamento dei due
    grafici è così suggestivo che non si può non vedere una
    stretta correlazione.
    Nonostante ciò, da quando con il miglioramento
    delle condizioni socio-economiche del Paese dagli
    anni ’50 agli anni ’90, la carne bovina è diventata
    abbondante sulle nostre tavole, si sono sviluppati di
    pari passo, nei confronti di questo prodotto, dei
    pregiudizi ingiustificati, della paure inspiegabili, delle
    leggende metropolitane, difficilmente comprensibili.
    Una di queste è che la bistecca contenga una quantità
    enorme di antibiotici, o sia imbottita di farmaci, o di
    estrogeni, quando le disposizioni legislative relative ai
    controlli su tale alimento sono più rigide rispetto a
    qualsiasi altro alimento. Inoltre, proprio i produttori
    sono i primi a controllare la filiera produttiva per evitare
    di incappare in incidenti di percorso o in scandali che
    lederebbero irrimediabilmente l’immagine, senza considerare
    le conseguenze penali a cui andrebbero incontro.
    Il controllo c’è ed è assoluto. Ogni tanto si legge sui
    giornali, e fa notizia, il caso singolo, ma io porterei ad
    esempio un fatto di tutti i giorni: è severamente proibito
    rapinare le banche, però tutti i giorni ce ne sono almeno
    due o tre rapinate. Così allo stesso modo, ci può essere
    qualche allevatore disonesto che non rispetta le regole e
    le disposizioni legislative che disciplinano il controllo
    dell’allevamento e della filiera produttiva. Ciò non fa
    altro che dimostrare la particolare rigidità ed efficacia
    dei controlli su tale alimento.
    Ma ancora, tante volte, è stato richiamato il concetto
    della bistecca ai ferri che sarebbe dotata di effetti
    cancerogeni, legati alle modificazioni del complesso
    proteico a cui andrebbe incontro in conseguenza delle
    sollecitazioni termiche: non si capisce perché il fenomeno
    sia esclusivamente ascrivibile alla carne rossa e non
    per esempio, al pesce, al pollo o al maiale, le cui
    proteine vanno a volte incontro alle stesse modificazioni
    della carne bovina durante il periodo di cottura.
    La carne rossa viene messa sotto accusa anche per il
    suo contenuto in grassi, che sarebbe causa di aterosclerosi:
    ma se noi andiamo a esaminare i contenuti di
    grassi saturi vediamo che con la carne bovina ne
    introduciamo una quantità relativamente modesta:
    il contenuto di grassi in una bistecca è tra il 3 e il
    6%, per cui se mangiamo una bistecca di 200 grammi,
    assumiamo 3-5 grammi di acidi grassi saturi che
    non sono dannosi e rappresentano la stessa quantità
    contenuta nella carne di pollo, di tacchino e di coniglio.
    E nessuno mette sotto accusa i formaggi che a loro
    volta contengono grassi saturi ma in quantità di gran
    lunga superiore: un etto di stracchino, che è un formaggio
    che nell’immaginifico popolare ha, non si sa
    perché, delle valenze salutistiche, contiene 25 grammi
    di grasso: quando mangiamo un etto di stracchino
    assumiamo 15 grammi di acidi saturi contro i 3-4
    contenuti in 200 grammi di carne bovina. Molto
    spesso è stato messo sotto accusa il contenuto di
    colesterolo nella carne bovina: ma il contenuto è tale
    quale a quello della carne di pollo, di tacchino e di
    pesce. Ci vorrebbe ogni tanto un po’ di umiltà e occorrerebbe
    studiare le tavole di composizione degli alimenti
    edito dall’Istituto Nazionale della Nutrizione, prima di
    pontificare sugli effetti dannosi degli alimenti.
    Nella carne sono contenuti in realtà tutta una
    serie di sostanze con valenze nutrizionali e salutistiche
    eccezionali al di là del contenuto proteico, come il ferro, lo zinco, le vitamine del complesso B. Ma
    tutto questo troppo spesso è stato dimenticato e si sono
    create delle leggende urbane che, in certe situazioni,
    hanno fatto contrarre i consumi della carne bovina. Il
    colpo peggiore è stato ricevuto dalla Bse: non sto a
    ricordarvelo, su questo vorrei dirvi solo due cose: io
    personalmente sin dall’inizio continuavo a imperversare
    su giornali e reti televisive affermando che non c’era
    nessun rischio per la fettina di carne e che il troppo
    allarmismo era ingiustificato; da qualche altra parte non
    si è fatto certo un bel servizio. Per esempio un’intervista
    rilasciata dall’allora ministro della Sanità non giovò
    all’informazione: a un certo punto dell’intervista il Ministro
    suggeriva di diventare tutti vegetariani, perché questo
    accorgimento ci avrebbe consentito di prevenire la
    diffusione della Bse. Sicuramente questo fatto non è
    passato inosservato e ha avuto delle indubbie conseguenze
    sul piano pratico, per esempio a livello familiare. I
    genitori hanno costretto spesso le autorità scolastiche a
    togliere la carne dal menu delle mense scolastiche, ed è
    successo in gran parte del Paese, dove magari anche
    altri siti di ristorazione collettiva hanno tolto dal proprio
    menu la carne bovina, nel timore che potesse causare
    non so quali danni, anche se questi danni non erano
    affatto dimostrati.
    Vorrei ricordarvi come purtroppo queste prese di
    posizione e questa disinformazione hanno facile presa
    su una particolare fascia di popolazione, rappresentata
    dai nostri adolescenti. Questa fase è particolare, psicologicamente
    fragile, perché è un momento in cui si è pieni
    di incertezze, di timori, di paure, ci si vede brutti, ci si
    controlla per la prima volta a livello dietetico per salvaguardare
    la propria “linea”; soprattutto le fanciulle,
    spesso in questa fase diventano vegetariane: rifiutano
    la carne rossa proprio nel momento in cui ne
    avrebbero più bisogno, proprio perché spesso in
    questa fase, con l’anticipo del menarca, che è passato
    da un’età di 14/15 anni ai 12 anni, è necessaria la
    reintegrazione delle perdite ematiche con un maggior
    apporto di proteine, di ferro e zinco e vitamina
    B12 per evitare un’anemia che è abbastanza frequente
    nella fase adolescenziale.
    Gli adolescenti sono spesso confusi e disorientati,
    soprattutto nelle loro scelte. In un’indagine effettuata
    qualche mese fa dalla Coldiretti (dal titolo «Dimmi
    come mangi e ti dirò come cresci») emerge che, su
    26mila bambini dai 7 ai 13 anni scelti in tutto il
    territorio nazionale, il 60% circa dedica meno di 5
    minuti alla prima colazione, il 60% dedica meno di 30
    minuti al pranzo e quasi il 50% dedica meno di 30
    minuti alla cena serale: oggi si mangia di corsa, affrettatamente
    e non si bada più neanche a quello che si
    mangia. A questi bambini è stato poi chiesto di dare un
    voto ai cibi: al primo posto troviamo la pizza, i gelati, le
    patatine fritte, la pasta asciutta, le torte e le bibite. Con
    un punteggio che va da 6,5 a 7, viene inserita tutta una
    serie di alimenti tra i quali c’è la carne, il latte, le
    merendine, la frutta, il pane e i biscotti. All’ultimo
    posto, con il punteggio di 4, ci sono le verdure, che
    invece dovrebbero costituire un largo spazio nell’alimentazione
    dei nostri adolescenti e dei nostri bambini. Non
    so quale sarà il futuro dal punto di vista salutistico se
    questa è la scelta che fanno e se non interveniamo in
    tempo a correggere questi errori.
    È importante nell’adolescenza l’apporto di carne
    bovina soprattutto per la fanciulle proprio perché
    oltre alle prime perdite mestruali che necessitano
    una reintegrazione proteica di ferro e di vitamine
    B12 che solo la carne può dare, spesso in questa fase
    dello sviluppo compaiono i caratteri sessuali secondari.
    Cioè c’è una distribuzione distrettuale di grassi in
    determinate sedi corporee che mette in crisi molto spesso
    le adolescenti perché si vedono grasse, complessate,
    e ricorrono a restrizioni dietetiche, si muovono meno
    perché passano dai giochi di movimento infantili a una
    vita più sedentaria, ingrassano e diventano flaccide, e
    l’alimento che viene penalizzato di più è proprio la
    carne bovina, che eviterebbe invece molti di tali
    problemi di sovrappeso. Il fenomeno si verifica anche
    nei maschi, perché proprio in questa fase del ciclo vitale
    si riduce l’attività fisica e d’altra parte è stato dimostrato
    che un aumento dell’apporto proteico associato a
    un aumento dell’attività fisica, comporta uno stimolo
    alla produzione dell’ormone della crescita. E c’è una
    stretta correlazione dimostrata scientificamente tra riduzione
    dell’apporto di zuccheri, in particolare quelli semplici,
    e produzione dell’ormone della crescita. Questo
    non è irrilevante dal punto di vista pratico, proprio se
    vogliamo ottenere quel risultato sulla statura e sul buono
    stato di salute dei nostri ragazzi.
    Molto recentemente un grande interesse ha suscitato
    il riscontro della presenza nella carne bovina di
    un particolare acido grasso (acido linoleico coniugato
    – Cla) (tabella 2 – tabella 3), che nelle prime
    ricerche sperimentali ha dimostrato di possedere effetti
    biologici di estrema importanza: stimolazione del sistema
    immunitario, attività anticancerogena, azione antiaterosclerotica
    ma soprattutto assai utile, in rapporto a
    soggetti in fase di crescita, un’attività di stimolo allo
    sviluppo della massa magra con riduzione della massa
    adiposa.
    Dalle prime ricerche condotte in campo clinico parrebbe
    che questi effetti si manifestino anche nell’uomo.
    Questo riscontro rappresenta evidentemente una grande
    speranza per tutta quella fascia di adolescenti che in
    rapporto allo stile di vita caratterizzato da una ridotta
    attività fisica e un aumento degli introiti calorici, sono
    oggi soggetti a un’alterazione dello sviluppo caratterizzata
    da una tendenza al soprappeso, se non all’obesità,
    per aumento della massa adiposa con riduzione della
    massa magra.
    In tal senso la carne bovina rivestirebbe un ruolo
    del tutto particolare di cui non sono dotate le altre
    carni (suine e avicunicole) né i pesci o le uova, fonti
    cioè tradizionali di proteine animali.Questa caratteristica è infatti appannaggio esclusivo
    dei ruminanti, a opera di un batterio (Butyrivibrio fibriosolvente)
    che si trova nel rumine ed è in grado di
    attivare la conversione dell’acido linoleico in Cla, dotato
    appunto di questi utili effetti biologici. Le ricerche
    cliniche sul Cla sono tuttora in corso ed è possibile che
    nel prossimo futuro vengano meglio chiariti i reali
    effetti e possa trovare largo campo di applicazione nella
    nostra alimentazione.
    Sta di fatto che, sulla base dei primi dati sperimentali
    e clinici, non vi è dubbio che questi primi rilievi
    rappresentino un ulteriore stimolo a un maggior
    impiego della carne bovina proprio negli adolescenti
    in fase di crescita.
    D’altra parte esistono documentazioni cliniche che
    dimostrano uno stimolo alla produzione dell’ormone
    della crescita degli adolescenti in soprappeso od obesi
    dopo un breve esercizio fisico, e tale effetto viene
    ulteriormente stimolato da una riduzione di carboidrati,
    in particolare semplici (dolci) associata a un adeguato apporto di proteine nella loro razione alimentare.
    Risulta quindi ulteriormente evidente che la carne
    bovina rappresenta proprio l’alimento ideale per
    ridurre la massa adiposa e stimolare lo sviluppo
    della massa magra nell’età adolescenziale, specialmente
    quando, come troppo spesso si verifica nei nostri
    ragazzi, è presente una diffusa tendenza al soprappeso o
    a uno squilibrio tra massa magra e massa grassa.

    Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1959, con il
    massimo dei voti e lode.
    Assistente (1960-1972) e poi aiuto (1972-1978) presso
    la Clinica Medica dell’Università di Parma.
    Dal 1973 Professore incaricato di Scienza dell’Alimentazione
    e della Dietetica, e, dal 1980, Professore di
    Nutrizione Clinica presso la Facoltà di Medicina di
    Parma.
    Direttore del Servizio di Malattie del Ricambio e
    Diabetologia dell’Ospedale in Convenzione con l’Università
    (1978-2001).
    Specialista in Medicina Generale, Geriatria, Endocrinologia
    e Malattie del Ricambio, ha conseguito la
    Libera Docenza in Patologia Speciale Medica (1965)
    e in Clinica Medica Generale e Terapia Medica
    (1969).
    Ha incarichi di insegnamento presso varie Scuole di
    Specializzazione (Medicina Generale, Endocrinologia
    e Malattie del Ricambio, Idrologia Medica, Igiene e
    Medicina Preventiva, Gastroenterologia).
    Dal 1984 membro della «Commissione Consultiva per
    i Prodotti Destinati a un’alimentazione Particolare
    del Ministero della Salute».
    Componente:
    della «Consulta Nazionale per la Nutrizione e la
    Sicurezza degli Alimenti e l’Educazione Alimentare»
    (Ministero della Sanità,1992-1995);
    del Comitato Scientifico della Nutrition Foundation of
    Italy;
    del Gruppo di Lavoro per la revisione delle «Linee
    Guida per una sana Alimentazione italiana (2002)»
    (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la
    Nutrizione - Ministero delle Politiche Agricole e Forestali);
    della Commissione Interministeriale per la Valutazione
    dei Nuovi Prodotti e nuovi Ingredienti Alimentari
    (Novel Foods).
    Membro di numerose Società Scientifiche Nazionali
    ed Internazionali.
    Autore di oltre 300 Pubblicazioni Scientifiche.
    Ha tenuto numerosissime Relazioni e Conferenze a
    Simposi e Congressi Nazionali e Internazionali.
    Curriculum Vitae
    Andrea Strata

  4. #4
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    Apporto proteico e attività fisica
    Davide Festi
    Professore straordinario di Gastroenterologia
    all’Università di Bologna

    Il rapporto tra attività fisica e apporto proteico
    risale ai tempi antichi: Omero diceva che gli
    eroi mangiavano carne in funzione di prestazioni
    che gli uomini comuni, che si nutrivano
    solo di pane e cereali, non potevano avere (tabella
    1).
    Qual è la richiesta di proteine per chi svolge
    attività fisica, sia a livello amatoriale che a livello
    agonistico? Su questo c’è stata un’evoluzione storica:
    nell’800 si pensava che le proteine rappresentassero
    un elemento fondamentale per svolgere attività
    fisica. A metà del ’900 questo concetto è stato rimesso
    in discussione per poi essere riconfermato in
    tempi più recenti. In rapporto a quelli che sono i
    fabbisogni raccomandati di 0,75 grammi per chilo, per
    quello che noi oggi sappiamo, da studi in vitro e fatti
    direttamente sull’uomo, il fabbisogno proteico è nettamente
    maggiore in caso di attività fisica. Ovviamente
    molto dipende dal tipo di esercizio fisico che viene
    fatto (tabella 2), in termini di intensità e durata: si va
    da circa 1,6 grammi per chilo al giorno a 1/1,2. Per
    quanto riguarda le atlete di sesso femminile viene invece
    comunemente accettato un fabbisogno di entità inferiore.
    Questo dato deve essere letto tenendo però conto
    del fatto che esiste una letteratura nettamente inferiore
    per quanto riguarda il fabbisogno femminile: c’è una
    linea di sviluppo di ricerche che cerca di definire quale
    sia il bisogno dell’atleta donna, ma è molto recente.
    Il fabbisogno proteico per chi svolge attività fisica,
    oltre a essere nettamente superiore (intorno al 100%)
    in rapporto a chi invece svolge attività sedentaria,
    cambia a seconda del tipo di attività fisica, sia questa
    aerobica o anaerobica. Secondo l’American College of
    Sport Magazine (ma questo concetto è presente anche
    in dati italiani) il fabbisogno proteico viaggia da
    1,2-1,4 grammi pro chilo/die a 1,6-1,7 grammi pro
    chilo/die.
    Perché c’è bisogno di un maggior apporto proteico
    per chi svolge attività fisica? I dati possono
    essere sintetizzati in tre punti: per compensare il
    microtrauma che colpisce le fibre muscolari durante
    lo sforzo, per utilizzare una fonte di energia in
    più, per cercare di mantenere efficiente, anche dal
    punto di vista volumetrico, la massa magra, che è
    quella metabolicamente più attiva.
    Attenzione però, perché un eccesso proteico può
    creare problemi, che comunque dal punto di vista
    fisico sono abbastanza infrequenti se l’apporto è inferiore
    ai 2 grammi per chilogrammo/die. Le diete iperproteiche
    non sono né necessarie né benefiche, anzi,
    possono essere potenzialmente pericolose, perché è
    stato dimostrato come un eccesso proteico richieda un
    maggior apporto idrico, determinando quindi una maggiore
    perdita di calcio urinario, portando così a introdurre
    dei deficit per quanto riguarda altri nutrienti. Può
    rappresentare anche una sorgente di acidi grassi saturi,
    che in eccesso possono essere in qualche misura dannosi.
    Importante quindi sempre l’equilibrio.
    Quali tipi di proteine occorrono? La famosa piramide
    alimentare, oggi rimessa in discussione, ha fatto da
    padrone a livello culturale, come messaggio in parte
    scientifico e in parte di comunicazione: ma la piramide
    alimentare è nata in America, in seguito a studi epidemiologici
    finalizzati a scoprire qual era il rapporto tra
    stile di vita, cancro e alimentazione. La ricerca aveva
    portato poi a identificare e a proporre nel ’99 alcuni
    suggerimenti (anche agli sportivi) che tendevano a
    sbilanciare la dieta verso proteine vegetali piuttosto
    che animali, ovviamente associate a un’attività fisica.
    Il dibattito sul rapporto tra attività fisica e nutrizione è ancora intenso: nell’editoriale di un numero monografico
    dell’European Journal of Clinical Nutrition si è
    rimesso in discussione e ha analizzato criticamente il
    rapporto tra proteine di origine animale e cancro: la
    conclusione è che il consumo di carne come parte di
    una dieta equilibrata e varia, deve essere attivamente
    incoraggiato.
    Qual è allora il rapporto più specifico tra proteine e
    performance atletica? Sono stati identificati degli atleti
    che sono a maggior rischio di un deficit nutrizionale se
    l’apporto proteico è deficitario: per esempio le donne
    maratonete o i lottatori. Noi sappiamo che esiste la
    possibilità di sviluppare, nel corso dell’attività fisica
    agonistica o amatoriale, un’anemia da carenza di
    ferro che nasce sia dalla perdita del ferro con i
    sudori che da un’aumentata richiesta con l’esercizio
    dell’amioglobina: il problema va quindi controllato
    attentamente in tutti coloro che svolgono attività
    fisica.
    Sappiamo anche come la carne contenga tutta una
    serie di microelementi assolutamente indispensabili e
    che possono quindi compensare il rischio di sviluppo
    di un’anemia.
    Volevo anche mettere in evidenza alcuni punti che
    sono molto dibattuti in letteratura specifica, che riguardano
    proprio le atlete donne, non a caso oggetto di
    studi in questi ultimi anni: studiando le atlete che non
    assumono carne è stato osservato un rischio maggiore
    di sviluppare il deficit proteico, di ferro e di
    zinco, e la possibilità di sviluppare amenorrea e
    quindi una conseguente osteoporosi (parliamo di
    persone che hanno dai 20 ai 25 anni). Altro dato
    importante: è in aumento, in questo gruppo di
    soggetti, lo sviluppo di alterazione del comportamento
    alimentare (bulimia e più di frequente anoressia):
    è infatti stata coniata in questi ultimi anni
    la triade delle atlete, tendenzialmente vegetariane,
    coinvolte in prestazioni fisiche particolarmente pesanti,
    che possono sviluppare tre tipi di disturbi:
    anoressia, amenorrea e osteoporosi (tabella 3 - 4 -5).
    Anche chi segue diete vegetariane e fa attività sportiva
    è stato studiato nei dettagli: la dieta vegetariana
    non è detto che peggiori, ma sicuramente non migliora
    la performance rispetto a una dieta bilanciata.
    L’aspetto positivo è che è stato dimostrato come
    questa dieta faciliti l’assorbimento intestinale dei carboidrati,
    che sono il fuoco che serve all’atleta nel
    breve periodo per avere una performance ottimale, e
    ovviamente introduce una maggiore quantità di anti-ossidanti.
    Però abbiamo visto come una dieta vegetariana,
    specialmente se particolarmente estrema, possa
    portare ad alterazioni del ciclo mestruale nelle donne
    e quindi lo sviluppo di deficit, in particolare di
    ferro e zinco.
    Da questa letteratura che ho cercato di sintetizzare,
    emerge che se noi vogliamo sviluppare una capacità
    preventiva nei confronti della popolazione (e l’attività
    fisica ne è un elemento fondamentale) in termini
    di benessere, è importantissimo seguire una dieta
    bilanciata, ricca di frutta e vegetali, che però deve
    contenere anche la carne. È importante mantenere il
    peso entro certi limiti e bisogna svolgere attività fisica.
    Noi come addetti ai lavori, in collaborazione con il
    mondo dell’industria, dobbiamo effettuare studi di tipo
    clinico ma anche epidemiologico: la piramide alimentare
    è stata scoperta in seguito a studi epidemiologici
    retrospettivi, con tutti i limiti ora evidenti che queste
    ricerche possono avere. Occorre quindi anche ripetere
    certi studi, per definire quali sono i reali rischi e i
    benefici dell’assunzione di carne nella performance
    dell’atleta.

    Attualmente è professore di Gastroenterologia presso
    la Facoltà di Scienze Motorie dell’Università di Bologna.
    È segretario generale della Società Italiana di Gastroenterologia.
    Dal 1995 è esperto italiano nel campo dei medicinali a
    uso umano accreditato all’Agenzia Europea per la
    Valutazione dei Medicinali (Emea); dal 1997 è della
    Commissione Unica del Farmaco (Cuf) del Ministero
    della Salute.
    È specialista in Malattie dell’Apparato Digerente, Medicina
    Interna e Tecnologie Biomediche.
    Curriculum Vitae
    Davide Festi

  5. #5
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    La carne bovina nell’alimentazione dell’anziano
    Vincenzo Marigliano
    Direttore del Dipartimento di Scienze dell’Invecchiamento
    Università di Roma «La Sapienza»

    Come geriatra e come internista ho avuto l’onore
    di avere come maestro Luigi Condorelli e di
    dirigere la prima clinica medica dell’Università
    di Roma per tanti anni. Ho fondato un dipartimento
    di Scienza dell’invecchiamento, che studia le capacità
    dell’uomo di invecchiare fino al massimo della propria
    capacità (cioè 120 anni) in buone condizioni di salute, per
    poi morire di morte naturale, senza sofferenze. Questo è il
    nostro progetto e l’alimentazione è senz’altro una delle
    chiavi per realizzarlo. Noi internisti riteniamo che la medicina
    e la chirurgia abbiamo già fatto tanto, e quindi il
    problema è evitare che ci sia usura del nostro corpo e che
    questa usura porti a una morte prematura.
    La longevità è esplosa in questi anni: è la prima volta
    che sulla faccia della terra l’uomo ha sperimentato la
    capacità di invecchiare fino ai limiti estremi. Insieme ai
    miei collaboratori sto studiando il più grosso gruppo di
    centenari in tutto il mondo: abbiamo elementi per dire che
    la capacità di invecchiare è legata sì alle conquiste della
    medicina, ma oltre una certa età la ragione per cui si è ultra
    centenari e in buone condizioni fisiche è da ricercare nello
    stile di vita, unito a fattori ambientali e genetici: i centenari
    non sono uomini eccezionali, sono semplicemente
    persone che hanno rispettato quell’orologio biologico
    che circuita ogni giorno nel nostro corpo. Se noi lo
    facciamo funzionare al ritmo giusto ci può portare fino
    a 120 anni.
    Il problema a questo punto è vedere come riuscire ad
    esplicitare questo programma. Togliamo il problema delle
    malattie, e diamo per scontato che i medici ormai siano
    capaci di eliminarle: dobbiamo cercare di fare prevenzione,
    evitare che un organo si inginocchi, per esempio il polmone
    con il fumo (ma questo è un compito che ognuno di noi
    ha nei confronti di se stesso) e far sì che la nutrizione possa
    mantenere in efficienza i vari organi e apparati, e non
    «inginocchiare» un organo attraverso la malattia che poi
    possa portare a quella che è l’accelerazione dell’orologio
    biologico. Sarebbe come se un orologio impostato a 120
    anni si fermi improvvisamente a 50, perché qualcuno gli ha
    messo una carica troppo forte e lo ha fatto girare troppo
    velocemente.
    Quali sono i fabbisogni nutritivi? E come hanno mangiato
    i centenari? I centenari e gli anziani hanno gli stessi
    fabbisogni nutritivi di un giovane o di un adulto normale,
    quindi le raccomandazioni sono uguali anche per
    loro (tabella 1): mantenere sempre il peso ideale, mangiare
    in maniera varia, frazionare i pasti, non aggiungere
    sale, bere limitando il consumo di bevande alcoliche,
    fare attività fisica e poter contare su un aiuto in caso di
    persona disabile. Spesso infatti un anziano non mangia
    carne solo perché non dispone di una dentizione normale:
    ecco perché occorre l’aiuto nei confronti di questa persona,
    che è disabile nella funzione masticatoria. L’aiuto consiste
    nel dargli dei cibi già preparati e già tritati. Oppure se una
    persona ha avuto un incidente e non può muovere un
    braccio occorre dargli delle posate che possano essere
    utilizzate con l’altro braccio. Tutti noi sappiamo che i
    bambini hanno cucchiai con l’estremità ritorta, ma nessuno
    ha mai pensato di darla a qualcuno che per esempio ha
    avuto un incidente sul lavoro quand’era giovane.
    I fabbisogni nutritivi degli anziani quindi, sono uguali a
    quelli dei persone giovani o adulte. Andiamo a vedere
    allora che cosa serve agli anziani: (tabella 2) i protidi
    per esempio, che devono essere in parte animali e in
    parte vegetali. La carenza di proteine può dare riduzione
    delle difese immunitarie fino al 60%, può provocare
    aumento delle infezioni e può portare anche altre importanti
    alterazioni. Vi sono poi i lipidi, che possono essere
    assunti sia attraverso la carne che altri alimenti: la carenza
    dei lipidi può portare a una carenza minerale ossea, che a
    sua volta può portare l’osteoporosi dopo i 50 anni. (tabella
    3) Al di là del fabbisogno energetico totale ci interessa il
    fatto che alcuni oligoelementi che sono fonte essenziale
    per il benessere, e nella maggior parte dei casi presenti
    nella carne, sono quelli che rendono un anziano normale
    e non un anziano fragile: un anziano fragile è quello
    che si sveglia la mattina e si sente stanco, non riesce più a
    camminare con la velocità a cui era abituato e che potrebbe
    essere normale per la sua età, che non ha più la voglia di vivere e che non fa più progetti. L’anziano fragile, secondo
    quanto è stato stabilito da noi geriatri in diversi simposi, ha
    un’aspettativa di vita di soli altri due anni. Se noi andiamo
    ad analizzare, la mancanza di forze spesso è legata alla
    mancanza di questi oligoelementi, tra cui il ferro contenuto
    soprattutto nella carne. Il calo di peso, altro elemento
    della fragilità dell’anziano, può essere dovuto non tanto
    all’apporto calorico quanto all’apporto di alcuni di questi
    oligoelementi essenziali, senza i quali il nostro corpo non
    può vivere. L’elenco di questi elementi è lungo. (tabelle 4 -
    5 - 6 accorpate) Possiamo citare il ferro, il manganese, lo
    zinco, il rame, tutti importantissimi: basti pensare che
    lo zinco è indispensabile per i processi di difesa sia
    neoplastici sia infettivi. La fonte di questo elemento è
    soprattutto la carne, ultimamente criminalizzata ma
    che invece va utilizzata nei rapporti giusti e nella quantità
    giusta. Importantissimi anche magnesio e selenio: la
    mancanza di selenio porta malattie cardiovascolari e rischio
    di neoplasie, comportando un’accelerazione di quell’orologio
    biologico, che porta il nostro anziano al rischio
    di non poter vivere ancora più a lungo.
    Un apporto proteico giusto può ridurre un quadro devastante
    della situazione geriatrica nel nostro Paese, che
    come tutti sanno è tra i più vecchi del mondo. Da due anni
    abbiamo superato il Giappone e da 4 anni in Italia le
    persone sopra i 65 anni sono più numerose dei giovani con
    meno di 19 anni: il nostro è un paese di persone anziane,
    che fortunatamente hanno vissuto a lungo ma che devono
    essere mantenute in salute. Se noi andiamo a vedere
    quanti di questi anziani sono malnutriti, ci accorgiamo
    che affollano gli ospedali: il 45% degli anziani ospedalizzati
    sono malnutriti. Lo sono perché si trovano in ospedale,
    o sono ricoverati in quanto malnutriti? La risposta
    è semplice: vengono in ospedale principalmente
    perché sono malnutriti. Se poi vengono istituzionalizzati
    e messi in gabbie dorate, il 70% di questi soggetti mangia
    male, assorbe meno sostanze nutritive e non ha una dieta
    intelligente. I fattori della malnutrizione sono tanti, e malnutrizione
    significa mancata capacità di invecchiare in salute.
    I fattori sono tanti perché di diverse categorie, compresi
    quelli sociologici, come per esempio la presenza di barriere
    architettoniche intorno all’anziano. Se un anziano non può
    uscire tutti i giorni per comprarsi la fettina di carne o
    vegetali freschi, deve avere un sistema di mantenimento
    dei cibi nel proprio domicilio. Vi sono poi fattori neuro
    psichiatrici, come la solitudine e la depressione o altre
    situazioni psicotiche, che influiscono anche sulla nutrizione,
    che viene trascurata. Anche alcune malattie del cavo
    orale influiscono, e fanno scegliere a un anziano di mangiare
    la classica minestrina con un po’ di pasta e un formaggino
    sciolto dentro: un tipo di alimentazione che è l’anticamera
    della disabilità e della fragilità.
    Il problema sarà far sì che noi medici, invece di dare
    soluzioni farmacologiche che impediscono una dieta,
    stimoliamo invece i nostri anziani ad arrivare oltre i
    100 anni in perfette condizioni di vita. E l’elemento
    principale è una buona nutrizione. Tutti i centenari che
    noi abbiamo studiato e che continuiamo a studiare (ogni
    sei mesi li andiamo a trovare) hanno sempre avuto un peso
    stabile e hanno sempre mantenuto l’alimentazione in relazione
    al loro consumo energetico. Abbiamo fatto unostudio in tutta Italia, raggiungendo un numero notevolissimo
    di centenari e abbiamo messo in evidenza che spesso
    la loro dieta è quella mediterranea, che non è, come
    solitamente si crede, basata su pasta, pizza e pomodoro: in
    realtà è una dieta in cui l’apporto proteico è discreto ed è
    congruo, così come l’apporto di fibre e vegetali e di
    carboidrati. Al di là delle malattie, che è compito della
    medicina curare ed eliminare, l’invecchiare si basa su
    quattro elementi: la dieta è l’elemento principale. Seguono
    il controllo dello stress, inteso come la maniera di incamerare
    le novità di tutti i giorni, l’esercizio fisico, l’assenza
    del vizio del fumo e la moderazione nell’assunzione delle
    bevande alcoliche. Ma con una dieta giusta la possibilità di
    invecchiare è sicura: tutti i centenari hanno sempre mangiato
    nella maniera giusta. L’esplosione della longevità è
    dovuta sicuramente anche a una maggiore disponibilità
    di carne, soprattutto bovina: 100 grammi di carne
    bovina forniscono dai 18 ai 22 grammi di proteine, ed è
    quello che serve, oltre a fornire in misura giusta i
    grassi, che sono utili.
    Le piaghe da decubito che affliggono gli anziani,
    sono dovute al fatto che spesso vengono portati a letto
    in ospedale, e sottoposti a una serie di esami la mattina
    dopo, magari all’ora di pranzo: bastano 48 ore di
    digiuno per causare piaghe da decubito non dovute allo
    stare a letto ma alla malnutrizione e alla mancanza
    dell’apporto calorico proteico giusto.
    L’altro aspetto che vorrei richiamare è quello della
    Bse, che è un falso problema: la probabilità di morire di
    Bse è una su 4 milioni e 402mila, ma non in Italia, in altri
    Paesi, quindi il problema Bse non deve essere un deterrente
    per chi vuole mangiare carne.
    Per concludere, porto ancora una volta l’esempio dei
    nostri centenari: hanno sempre avuto un giusto rapporto
    calorico rispetto all’attività fisica e al tipo di lavoro che
    svolgevano. Hanno sempre avuto, anche in periodi in cui la
    carne era difficile da reperire, un apporto proteico di almeno
    una volta alla settimana derivante dalla carne (tabella 7),
    e comunque incameravano proteine con i legumi e i derivati
    del latte. Se oggi noi arriviamo con facilità ai 100 anni,
    speriamo anche 120 (gli uomini forse non ce la faranno ma
    le donne sì), lo dobbiamo sicuramente all’apporto alimentare
    e alla disponibilità alimentare che abbiamo. Il problema
    è scegliere e coordinare i cibi giusti e nel rapporto giusto.
    Tabella 7 - Aspetti nutrizionali
    della carne bovina
    l Amminoacidi essenziali (isoleucina, leucina, lisina,
    metionina, fenilalanina, treonina, triptofano, valina) in
    rapporto percentuale ottimale
    l 100 grammi di carne bovina forniscono dai 18 ai 22
    grammi di proteine, in funzione del taglio prescelto
    l Fonte importante di vitamine, PP, A, ma soprattutto di
    vitamine del gruppo B (B1, B2, B6) e in particolar
    modo di vitamina B12
    l Contengono numerosi minerali quali lo zinco, il selenio
    e il ferro in forma più biodisponibile rispetto a quella
    presente nei vegetali

    Il prof. Vincenzo Marigliano è nato a Roma il 21 gennaio
    1942. È coniugato e ha tre figli, laureato il 28 luglio 1966 a
    pieni voti con lode, presso l’Università degli Studi di Roma
    «La Sapienza».
    Si è specializzato presso la stessa Università nelle seguenti
    discipline: Medicina Interna, Cardiologia, Geriatria e Gerontologia,
    Malattie Infettive, Patologia Generale, Tisiologia e
    Malattia dell’Apparato Respiratorio.
    Dal 1986 come Professore Straordinario e dal 1990 come
    Professore Ordinario di Geriatria e Gerontologia è titolare
    della Cattedra di Geriatria e Gerontologia dell’Università
    degli Studi di Roma «La Sapienza».
    Dal 1989 è Direttore della Scuola di Specializzazione in
    Geriatria.
    Dal 1994 a marzo del 2000 è stato Direttore dell’Istituto di
    Clinica Medica Generale e Terapia Medica dell’Università
    La Sapienza di Roma.
    Da marzo 2000 è Direttore del Dipartimento di Scienze
    dell’Invecchiamento dell’Università di Roma «La Sapienza».
    È docente in varie Scuole di Specializzazione della stessa
    Università.
    È titolare dell’insegnamento di Geriatria nel corso integrato
    di Medicina Clinica e della Disabilità nel Corso di Diploma
    Universitario di Infermiere.
    È direttore dei seguenti Corsi di Perfezionamento: Geriatria,
    Oncologia Geriatria, Riabilitazione Geriatria.
    Ha promosso e coordinato in vari comuni dei Castelli Romani
    un Progetto di Assistenza Geriatria Globale Integrata,
    denominato Progetto Nestore, ispirato ai principi della centralità,
    autodeterminazione e partecipazione dell’anziano all’autogestione
    della vecchiaia.
    È presidente dell’Istituto Superiore di Studi Geriatrici e
    Gerontologici (Isgeg), associazione liberamente costituita
    avente lo scopo di promuovere e incoraggiare gli studi e le
    ricerche in Italia e all’estero nel campo della Gerontologia e
    Geriatria e in campi affini. Con il patrocinio del Comune di
    Roma, Assessorato ai Servizi Sociali, ha curato e promosso il
    Progetto Didattico di Medicina Preventiva e Geragogia «Invecchiare
    bene è possibile».
    È Rettore dell’Università Sperimentale (Unisped), Università
    intergenerazionale istituita dall’Opera Diocesana di Assistenza
    Roma.
    Dal 2000 è Presidente della Sezione Lazio della Società
    Italiana di Gerontologia e Geriatria (Sigg).
    È membro del consiglio direttivo della Società Italiana di
    Medicina Interna.
    È il Delegato della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria
    presso la sezione Europea della International Association
    of Gerontology Iag.
    È coordinatore dello Studio Multicentrico Italiano della Longevità
    Estrema, Smiles, al quale partecipano Centri Universitari
    e Ospedalieri distribuiti sul territorio nazionale, la cui
    finalità è quella di delineare un profilo dei longevi italiani
    mediante una valutazione complessiva di ordine medico,
    sociale ed economico.
    È il coordinatore del gruppo di ricerca che collabora con lo
    Studio Nazionale Multicentrico del Grande Vecchio mediante
    l’inclusione di un campione di 40 centenari residenti a
    Roma.
    Dal 1992 è Clinical Professor presso il «Department of
    Comunità Health Science» dell’Università dello Stato del
    Michigan (Usa).
    È membro del Consiglio Direttivo del Gruppo Italiano di
    Oncologia Geriatria (Gioger).
    Curriculum Vitae
    Vincenzo Marigliano

  6. #6
    PADANIA LIBERA!
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    Predefinito

    Carne bovina, valore nutrizionale e sicurezza
    Giorgio Calabrese
    Docente Università Cattolica S. Cuore di Piacenza ed
    Università di Torino - Membro Efsa - Authority europea
    sulla sicurezza alimentare

    Desidero affrontare la questione nella doppia veste
    di nutrizionista clinico e di membro dell’Authority
    europea della sicurezza alimentare, soffermandomi
    su un aspetto della carne che è
    sempre stato poco dibattuto. Molte volte si parla della
    carne bovina come un qualcosa che è diventato un
    lusso: viviamo in una società che è malnutrita in termini
    proteici ma in tanti si rifiutano di assumere tutti gli
    alimenti che sono gli apportatori veri delle proteine
    importanti, che permettono al nostro organismo di reagire
    positivamente. Qual è la spiegazione di questo fenomeno?
    Spesso il problema è di tipo igienico. Ricordiamoci
    che non esiste la capacità di esprimere anticorpi se non
    esiste la capacità di introdurre alimenti che sanno far
    produrre all’organismo endogenamente l’anticorpo. Se noi
    vogliamo addurre il concetto della produzione anticorpale
    soltanto a qualcosa che è farmacologico o comunque esogeno,
    noi finiamo per trasformare il corpo umano in una
    macchina che invece di autodifendersi ha bisogno di andare
    a prestito altrove, soprattutto a livello farmacologico, per
    poter esprimere ciò che potrebbe benissimo fare da solo.
    È molto importante capire alcuni meccanismi di costruzione
    delle proteine: andiamo dalla carne di vitello che può fornire
    l’1% di grassi con un 21% di proteine, al bovino più grasso che
    può andare dal magro al 3% al grasso al 18 per cento. Occorre
    poi vedere quali caratteristiche questi grassi hanno nei confronti
    di alcuni elementi.
    Mi occupo della nutrizione di una squadra di calcio di
    serie A: facciamo determinati tipi di impostazioni dietetiche
    proprio non per fornire aminoacidi ramificati o
    addizionati come integratori, ma sostanze che sono naturalmente
    presenti in alcuni alimenti. Parliamo per esempio
    della carnitina: tutti ricordano quel fantastico Mondiale
    di calcio dell’’82, quando vinse la Coppa la nostra
    squadra nazionale. Il collega Vecchiet, medico sportivo al
    seguito della compagine azzurra, disse che avevano usato
    la carnitina come integratore per i calciatori. Questa pubblicità
    ovviamente fece felice la casa farmaceutica che in quel
    momento si trovava a trattare questo aminoacido con una
    certa indifferenza, e da allora in poi si trovò invece tra le
    mani un farmaco considerato improvvisamente la panacea
    di tutti gli sportivi del mondo. In effetti il concetto era il
    seguente: dopo aver disputato quattro partite dai risultati
    appena sufficienti bisognava inventare qualcosa.
    Ma era più la carne che veniva data che faceva effetto,
    piuttosto che la carnitina in termini di farmaco (tabella
    1).
    La carne di pecora e agnello ne contiene in maggiori
    quantità rispetto alla carne bovina che ne contiene comunque
    una quantità elevata. Sappiamo però che pecora e
    agnello non fanno parte della nutrizione giornaliera del
    nostro modo di vivere quanto la carne bovina, che è anche
    più facilmente reperibile attraverso la classica bistecca.
    Quando noi parliamo di una quota di L-carnetina di 64
    milligrammi stiamo parlando della possibilità di esprimere
    una capacità energetica della cellula nel mitocondrio e che
    sfrutta al massimo la possibilità della vitamina C presente
    nel nostro organismo, per dare alla membrana di questa
    cellula la capacità di esprimere molte energie introducendo
    pochi grassi, anzi traducendo questi grassi in energia senza
    dover sovraccaricare i carboidrati. È importante dire che si
    è sempre pensato che ci fosse un rapporto dei grassi tra
    saturi, monosaturi e polisaturi molto a favore dei grassi
    saturi, cioè di quelli che oggi noi critichiamo sempre di più
    (perché, ad esempio, con questi viene addizionato il cioccolato):
    proprio per la perizia delle scuole di veterinaria, in
    cui si è fatto uno studio accentuato sull’utilizzazione dei
    grassi saturi nell’alimentazione, la carne bovina è stata
    modificata in modo da diminuire i grassi saturi e aumentare
    i grassi monosaturi e polisaturi (tabella 2); la nuova
    carne bovina degli ultimi anni quindi, grazie a una
    sapiente alimentazione, è paragonabile a un olio extravergine
    d’oliva, ovviamente sotto altra forma: questo è
    fondamentale, perché quando noi parliamo di Cla e parliamo
    di acido oleico e cioè di monosaturo (di omega 9) noi
    cominciamo a mettere le basi non più delle proteine
    viste semplicemente come elemento proteico, ma come
    proteina che metabolizzano meglio perché c’è una quota
    di acidi grassi monosaturi che cambia la partecipazione del
    rapporto con i polisaturi, non favorendo più la quota satura.
    Studiando il modo di cucinare la carne ci rendiamo
    conto subito di una cosa: quando parliamo di vitello parliamo
    di un alimento che è più ricco di acqua, che una volta
    cotto concentra di più la sua quota di colesterolo, che
    seppur bassa nei 150 grammi che si danno giornalmente,
    può concentrarsi di più. Il bovino adulto invece sulla
    griglia arriva a 35/45 milligrammi di colesterolo, il roast
    beef arriva a 50, non superano i 75 l’arrosto e il bollito.
    Attenzione: questi meccanismi nascono dalla tecnica culinaria
    che ormai non è più del cuoco ma deriva da uno studio
    ingegneristico e chimico-fisico che ci sta portando a riguardare
    le nuove tecniche di cucina: queste non nascono dalla
    semplice gastronomia ma da una dietetica gastronomica
    che presta al cuoco determinate tecniche per migliorare la
    qualità dell’alimentazione e quindi della vita.
    Gli aminoacidi ramificati non devono per forza essere
    introdotti in palestra sotto forma di integratori alimentari:
    noi dobbiamo portare i nostri atleti a nutrirsi
    in maniera equilibrata (con l’aggiunta quindi del corretto
    quantitativo di carne) senza integratori limitandosi a
    integrare ciò che la nutrizione regolare non sa fornire.
    Molto spesso abbiamo il problema di introdurre sostanze
    che facciano abbassare gli eccessi di un’integrazione, che
    quando è fornita senza un riscontro emato chimico rischia
    di portare pericolosi sovraccarichi.
    La carne ci permette di avere un alto contenuto di
    aminoacidi ramificati. Non dimentichiamo poi che specie
    nella fase adolescenziale abbiamo un bisogno tre
    volte superiore di queste sostanze. È noto in pediatria il
    ruolo dell’arginina che favorisce la crescita: consideriamo
    anche che con l’età dell’animale aumentano i contenuti
    di arginina oltre che di valina, di meteonina e
    isoleucina (tabella 3). Si tratta di aminoacidi che hanno
    una loro connotazione specifica, che consiste nel condensare
    in poco spazio molte di quelle sostanze che sono alla
    base della capacità di invecchiare in salute.
    Non dimentichiamo che i vegetariani non sbagliano
    quando assumono verdura e legumi in quantità: sbagliano
    solo quando non assumono la carne. Il loro problema
    è legato a questa grave carenza di vitamina B12
    (tabella 4). Noi lo stiamo repertando attraverso studi e vari
    tipi di esperienze: in passato io stesso mi sono trovato in
    tribunale a fare da perito per situazioni in cui alcuni
    vegetariani avevano esasperato in modo integralistico la
    loro dieta. Loro ci hanno dato la positività di saper
    sfruttare nel nostro organismo legumi, cereali, frutta e
    verdura. Ma quando noi togliamo il cibo proteico abbiamo
    una carenza di B 12 e cobalto, importanti per la
    produzione di globuli rossi e quindi miglior espressività
    nell’uso dell’ossigeno, e ci priviamo di sostanze importantissime
    quali ferro, zinco e selenio.
    Lo studio statistico del consumo pro capite di
    carne nel 2002 è interessante: in Europa noi siamo i
    penultimi nel consumo di carne ma siamo quelli con
    il miglior rapporto tra le diverse specie di carne
    consumata (con un quantitativo più elevato di carne
    bovina) (tabella 5). Possiamo quindi dire che anche
    da questo punto di vista la dieta italiana è tra le
    migliori in assoluto. Purtroppo abbiamo imputato alla
    carne bovina tutti i problemi possibili, e abbiamo sbagliato:
    non dimentichiamo che mangiar carne significa
    assumere proteine essenziali per il nostro organismo.
    Noi possiamo mangiare anche 250 grammi di carne al
    giorno, la cosa importante è differenziare l’introduzione
    delle proteine animali, considerando il ruolo fondamentale
    della carne rossa che deve essere però alternata ad
    altri tipi di carne, pesce, latticini e uova: in questo modo
    possiamo dire che mangiare più carne non vuol dire
    addizionare l’apporto dei grassi nel nostro organismo
    ma significa solo introdurre la quota giusta di proteine
    che può permettere al nostro fegato e al nostro cuore di
    stare meglio.

    Nato a Rosolini (Sr), il 3/8\/1951
    Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università
    degli Studi di Catania (1977) e Specialista
    in Scienza dell’Alimentazione presso l’Università
    degli Studi di Pavia (1987).
    È docente presso l’Università Cattolica del S.Cuore
    di Piacenza dal 1994 (Istituto di Scienza degli
    Alimenti - Direttore Prof. G. Piva) e presso l’Università
    degli Studi di Torino (1994).
    È Visiting Professor presso la Boston University
    School of Medicine (1998).
    È membro dell’Authority Europea della sicurezza
    alimentare, quale unico rappresentante italiano.
    È Active Member of New York Accademy of Sciences.
    È Active Member dell’American Association for
    the Advancement of Science (A.A.A.S).
    È Active Member dell’American Diabetes Association
    (A.D.A.).
    Collabora inoltre con le seguenti Università americane:
    Boston University
    Columbia University di New York
    New York University of New York
    Rockfeller University of New York
    È membro della Commissione Mondiale «Nutrition
    et Santé» dell’O.I.V di Parigi
    È componente della commissione scientifica alimentazione
    e salute del ministro Sirchia.
    È componente della commissione scientifica sicurezza
    alimentare del Ministro Delle Politiche
    Agricole Alemanno.
    Fa parte della European Commission of Health
    per le ricerche scientifiche della Ce.
    Ha al suo attivo pubblicazioni scientifiche pubblicate
    su riviste nazionali e internazionali.
    È stato relatore in diversi Convegni Scientifici in
    Italia e all’Estero e ha pubblicato a livello nazionale
    e internazionale Papers su Cibo e Salute.
    È consulente dietologo della squadra calcistica di
    serie A Juventus F.C.
    È Consulente dietologo di alcune squadre di Serie
    A di volley, pallamano e di tamburello; di
    marciatori della Nazionale italiana, di alcuni
    sciatori della Nazionale azzurra e di piloti centauri
    del Campionato europeo di Motocross ed Endurance.
    È consulente dietologo del Comune di Torino (dal
    1999) per la gestione delle mense scolastiche di
    tutto il territorio.
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    Giorgio Calabrese

  7. #7
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    Predefinito I motivi di una scelta

    Caro Wyatt ho trovato questa breve dichiarazione dello scrittore ebreo Isaac Singer che ti riporto quì sotto.
    Come vedi, una volta per tutte, non sono solo (anzi per quanto mi riguarda, per nulla, ragioni salutiste). Le motivazioni che ti portano ad abbracciare un'alimentazione vegetariana sono innanzitutto di ordineetico- filosofico,, e a seguire anche sociali e ambientali. Spero che queste parole possano contribuire ulteriormente a chiarirti la ragione di una scelta che non condividi.
    Ciao



    Il vegetarianesimo è la mia religione, sono diventato un vegetariano stabile circa venticinque anni fa. Prima di allora provavo e riprovavo, ma erano episodi sporadici. Finalmente, a metà degli anni sessanta, ho preso la decisione. Da allora sono vegetariano.
    Quando un essere umano uccide un animale per mangiarlo, soffoca la propria aspirazione alla giustizia. L’uomo invoca misericordia, ma è incapace di manifestarla agli altri. Perché allora dovrebbe aspettarsi la misericordia di Dio? Non è giusto aspettarsi qualcosa che noi stessi non siamo disposti a dare. Non è coerente. Non posso accettare l’incoerenza o l’ingiustizia. Anche se viene da Dio. Se sentissi la voce di Dio che dice: “Sono contrario al vegetarianesimo!”, io risponderei: “Bene, io sono invece favorevole!”, tanto ne sono convinto. Nei circoli religiosi ortodossi questo atteggiamento sarebbe giudicato eretico. Tuttavia io mi considero un uomo religioso. Non sono contro la religione organizzata, però non ne prendo parte. Soprattutto quando interpreta i propri testi religiosi a favore del mangiare carne. Se avessero ragione, non sarei mai in grado di adeguarmi. Penso però che Dio sia più saggio e più misericordioso di così. E so che esistono interpretazioni delle scritture sacre che lo confermano, e affermano che il vegetarianesimo è un ideale molto elevato.
    Che la gente accetti in massa l’interpretazione vegetariana della religione oppure no, non è veramente importante. Almeno, non per quanto mi riguarda. Io la accetto comunque. Certo sarebbe meraviglioso che il mondo abbracciasse il vegetarianesimo, per un motivo religioso o per qualsiasi altro motivo. Ma non sembra molto probabile. Sono scettico, è vero, ma sono anche realistico. In qualsiasi circostanza, quello che fa la gente in generale non mi influenza, Continuerei ad essere vegetariano anche se il mondo intero cominciasse a mangiare carne.
    Questa è la mia protesta contro la condotta del mondo. ESSERE VEGETARIANI SIGNIFICA DISSENTIRE, DISSENTIRE CON IL CORSO DEGLI EVENTI ATTUALI. ENERGIA NUCLEARE, CARESTIE, CRUDELTA’, DOBBIAMO PRENDERE POSIZIONE CONTRO QUESTE COSE. IL VEGETARIANESIMO E’ LA MIA PRESA DI POSIZIONE. E PENSO CHE SIA UNA PRESA DI POSIZIONE CONSISTENTE.

    Isaac Bashevis Singer
    Premio Nobel per la letteratura

  8. #8
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    Predefinito Re: I motivi di una scelta

    Originally posted by Davide
    Caro Wyatt ho trovato questa breve dichiarazione dello scrittore ebreo Isaac Singer che ti riporto quì sotto.
    Come vedi, una volta per tutte, non sono solo (anzi per quanto mi riguarda, per nulla, ragioni salutiste). Le motivazioni che ti portano ad abbracciare un'alimentazione vegetariana sono innanzitutto di ordineetico- filosofico,, e a seguire anche sociali e ambientali. Spero che queste parole possano contribuire ulteriormente a chiarirti la ragione di una scelta che non condividi.
    Ciao

    Il vegetarianesimo è la mia religione, sono diventato un vegetariano stabile circa venticinque anni fa. Prima di allora provavo e riprovavo, ma erano episodi sporadici. Finalmente, a metà degli anni sessanta, ho preso la decisione. Da allora sono vegetariano.
    Quando un essere umano uccide un animale per mangiarlo, soffoca la propria aspirazione alla giustizia. L’uomo invoca misericordia, ma è incapace di manifestarla agli altri.
    Isaac Bashevis Singer
    Premio Nobel per la letteratura
    Allora...andiamo con ordine...ho riportato quegli articoli perchè spesso qua sopra si parla della carne come se fosse un veleno,addirittura ci sono stati vegan che vaneggiavano dicendo che anche carne,latte e miele sono nocivi per la salute.Ho riportato quegli articoli non per una questione economica personale,perchè ripeto,il mio "giro di affari" è limitato,tutti voi qua potreste essere vegan e per me non sarebbe un problema,ma solo per smentire le troppe voci false che circolano qua sopra,cioè che tutti gli allevatori sono ladri che drogano gli animali e che la carne e nociva.

    Permettimi di dire che trovo ridicoli i discorsi del vegetariano Singer e di tutti quelli come lui...è ridicolo è stupido che gente che si nutre di uova e latte e relativi derivati,vada in giro a pontificare contro lo sfruttamento animale.
    Idem dicasi per i vegan e tutti quelli che pubblicizzano l'agricoltura biologica...che è basata sullo sfruttamento animale.Io stesso rifornisco di letame(che arriva dalle vacche,x chi non lo sapesse) due aziende biologiche...

    Non mangiate carne o altri prodotti di origine animale?Ben venga,ma almeno non tirate fuori accuse RIDICOLE e IPOCRITE verso di "noi" di essere sfruttatori di animali,di essere tutti ladri,eccecc.

    Saluti Padani

 

 

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