...ad avere opinioni
Meno male che c’è la scienza politica. Lo dice senza ironie un giurista che è stufo del velo di spessa ipocrisia che circonda la questione giustizia nel milieu della giurisprudenza.
Dopo i vari manifesti a tutela dello Stato di diritto, vibranti di indignazione, sottoscritti da legioni di miei colleghi ora ci tocca anche la ispirata difesa d’ufficio del professor Alessandro Pizzorusso sulle pagine del Corriere della Sera ad opera della dottoressa Maria Giuliana Civinini. Il consigliere togato del Consiglio superiore della magistratura se la prende con l’ottimo Angelo Panebianco per avere questi osato suggerire che la caduta di stile del costituzionalista pisano fosse emblematica di una connivenza di lunga data tra magistratura e una certa parte politica. L’argomento sfoderato è quello del rispetto del
“pluralismo culturale e scientifico” senza “controlli censori” sul contenuto degli scritti distribuiti agli uditori giudiziari.
Che dire: commovente, toccante.
Nel regno del pensiero unico, sovrano incontrastato della formazione giuridica in Italia, si sentiva proprio la mancanza di un bel plaidoyer per il pluralismo. Da consumata processualcivilista fiorentina, la dottoressa Civinini ci sa fare.
Verrebbe quasi voglia di crederle, se non fosse che Magistratura democratica non è esattamente il paradigma del giudice “bouche de la loi”.
Ecco perché raccomando alla dottoressa Civinini la lettura del saggio “Giustizia e politica” di Carlo Guarnieri, appena pubblicato dal Mulino.
L’autore, esperto riconosciuto dell’ordine giudiziario, è politicamente non sospetto e come tale affidabile. La sua analisi delle dinamiche del potere giudiziario in Italia si svolge all’insegna di un pacato distacco che rende ancora più significative le conclusioni cui perviene. Sentiamolo.
“Le correnti – spiega il professore – non svolgono solo un’attività di animazione e di aggiornamento culturale”, ma “determinando le decisioni dell’organo di autogoverno (il Csm), sono in grado di influire sul comportamento di tutti i magistrati, che così appare dipendere dagli equilibri che si creano dentro il Consiglio”. Pluralismo? Sarà pure, ma il professor Guarnieri propende per una più pedestre “miscela variabile di corporativismo e influenza politica”.
Non basta. Diversamente dal sociologo Alessandro Pizzorno, che all’indomani di Mani pulite si affrettò a consacrare scientificamente i magistrati come “guardiani della virtù”, Guarnieri osa violare il tabù più intoccabile: “Il rafforzamento del potere giudiziario ne ha reso problematica la compatibilità con i principi di fondo di un regime democratico”.
Viva la scienza politica: ha del fegato questo professore bolognese! Si tira un sospiro di sollievo nel constatare che la parola “contrappesi” non ha nessuna valenza liberticida.
E’ l’osservazione del ricercatore, nutrita da una forte ricerca comparativa, a suggerire che la magistratura oggi in Italia non è bilanciata da altre istituzioni e che ciò produce conseguenze nefaste per il funzionamento del bipolarismo.
Così pure riguardo il capitolo delle riforme. La revisione dello status del pubblico ministero è dettata non da bassi regolamenti di conti, bensì dall’esigenza di “verificare il modo in cui esercita la discrezionalità di cui inevitabilmente dispone” poiché, allo stato attuale, “una larga fetta di decisioni di politica criminale è stata sottratta al circuito della responsabilità democratica”.
Il reclutamento dei magistrati è oggi ispirato a una logica burocratico-corporativa. Piaccia o no ai diretti interessati, ma la soluzione è individuata nel “collegamento con l’avvocatura”, così come avviene nelle più accreditate democrazie occidentali.
Una perfida stoccata il professor Guarnieri la riserva ai “laudatores, di solito molto poco critici, dell’azione della magistratura” – il notorio Paolo Flores d’Arcais in testa – la cui posa giacobina tradisce “una forte carica antipartitica”. Non temete: nessun favoritismo. In questo libro bipartisan ce n’è per tutti. Il governo e la maggioranza ricevono delle belle reprimende, fin troppo meritate alla luce della sconcertante miscela di inerzia e dilettantismo che ne connota l’operato.
Chi ricorda l’emendamento Bobbio (Luigi Bobbio, senatore di An, ndr) che vieta le sentenze creative? Poveri noi. Verrebbe da dire a volte che questa maggioranza si merita questi magistrati. Eppure il presidente del Senato confida che qualcosa di buono si possa ancora fare. Speriamo che abbia ragione e che le aperture dell’opposizione non siano solo tattica. Ma con l’aria che tira, non è che vi siano molti motivi per essere ottimisti.
Stefano Mannoni su il Foglio




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