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Discussione: La guerra....

  1. #1
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    Predefinito La guerra....

    ....ripudiata

    Questa storia di dolore e di lutto comincia in un altro paese, gli Stati Uniti d’America, e in un’altra data che è l’11 settembre del 2001.
    Se l’Italia è di nuovo in guerra è perché una guerra è stata dichiarata al mondo di cui l’Italia fa parte.
    Un mondo che applica il massimo grado possibile di libertà agli uomini, alle donne, ai bambini, considerati cittadini portatori di diritti.
    Un mondo che ama la vita nella pace e che è invaso dal fanatismo di chi invece idolatra, proclamandolo apertamente, la morte più della vita.
    Molti hanno voltato la faccia dall’altra parte.
    Hanno pensato che un compromesso, una disattenzione strategica, una fuga potessero risparmiarci problemi.
    Molti hanno pensato che sulle montagne dell’Afghanistan o nel deserto iracheno ci dovessero eventualmente andare altri, un qualche sceriffo globale che ci lasciasse qui, nella dolce e vecchia Europa, a godere dei vantaggi gratuiti di una sicurezza che non siamo abituati a pagare.
    Ma non era e non è possibile.
    La non belligeranza è un consolante mito costituzionale, il ripudio della guerra è un modello di comportamento che non regge alla prova della sicurezza minacciata, alla sfida del terrorismo mondiale.
    Non è retorica, è politica.

    La carneficina di Nassiryah era purtroppo prevedibile, e l’avevamo prevista.
    Il mondo non è più quello in cui i soldati italiani possono scorrazzare tranquilli, con le loro mascotte, con la consolante presunzione che i caratteri nazionali, non guerreschi, possono sempre prevalere e affermare un ruolo italiano di serenità e compromesso anche nelle situazioni in cui si fa più losca e tetra la violenza contro le persone e le cose.
    Non è più così.
    Questi, che i giornalisti pigri chiamano “resistenza”, sono banditi che bombardano prima le torri del libero commercio, poi l’Onu e la Croce Rossa e le ambasciate, sono fanatici al soldo di un regime di morte da cui gli angloamericani hanno liberato il mondo, sono i guastatori pieni di soldi e di armi che ancora non si è riusciti a scovare e ad annientare.
    Sono tipi che non si fermano di fronte a niente, perché il Niente travestito da ortodossia religiosa, il niente che tradisce i principi di bellezza e di pace di ogni religione, è la sostanza della loro vita devota alla morte.
    Si è discusso della morte della patria, nei tempi trascorsi.
    Chissà chi ha ragione. Ma se la parola ha un senso, è patriottico oggi esprimere un vero sentimento di cordoglio (e anche di orgoglio) nei confronti delle vite spezzate dall’auto-bomba che nel sud dell’Iraq ha preso di mira gente come noi, che parla la nostra lingua, condivide il nostro paesaggio esteriore e interiore, ha i nostri stessi difetti e pregi, ed è morta sulla frontiera più difficile di questo nuovo secolo: quella della battaglia di una antica civiltà contro una nuova barbarie.
    L’Italia poteva forse cavarsela per qualche tempo, poteva rinviare l’assunzione di responsabilità, poteva fare finta di niente, ma si è comportata altrimenti.
    Sia quando ha contribuito alla liberazione del Kosovo dai suoi aguzzini sia quando restituì il Kuwait alla sua indipendenza sia quando si è impegnata nella missione militare di pace dopo la guerra angloamericana contro Saddam Hussein e il suo clan del terrore e della tortura.

    Il fronte interno
    Bisogna resistere alla tentazione di dividerci, ma è una resistenza già sconfitta in partenza in un paese che ha smarrito una solida coscienza di sé per complicate ragioni che riguardano la sua identità e la sua cultura.
    Delle reazioni faziose e dei toni belluini usati nelle ore in cui era ancora caldo, rovente, il dolore per la strage di soldati italiani, parliamo qui sotto. Ma non importa quell’aria ferina che assume la politica italiana quando dà il peggio di sé. Importa invece che le persone serie, gli italiani che non si sono mangiati il cervello con atto supremo di autofagia ideologica, trovino il modo di parlarsi, e di parlarsi in queste ore con un linguaggio di franchezza e di sincerità che la gente comune chiede loro. Sarà imperdonabile qualunque disattenzione.
    L’Italia è lì per la pace, è andata lì per testimoniare il suo contributo orgoglioso e fiero ad alleati di cui si fida e che sono stati decisivi per la riconquista della libertà e della pace nell’Europa degli ultimi cinquant’anni.

    L’Italia è lì e, come ha detto Silvio Berlusconi, come dicono
    tutti coloro che hanno un minimo comune denominatore nazionale, non si lascerà intimidire dalle iene del deserto.

    Il timbro dell’Onu oggi, come tutti sanno, c’è.
    Ma l’Italia ha saputo assumersi le sue resposnabilità anche quando quel timbro non c’era.
    E ha fatto bene, perché libertà e sicurezza si stringono in una sola catena e non riguardano soltanto i bus di Gerusalemme, le torri americane, le camere di tortura irachene o talebane, riguardano bensì tutti noi, il nostro modo di vita, le nostre scelte fondamentali.
    Obiettabili, reversibili come tutto nella storia umana, ma degne di essere difese nel mondo contemporaneo.
    La difesa vera, quella armata, la esercitano gli italiani in divisa che cadono sotto i colpi dei banditi di Saddam.
    Ma la difesa di retrovia è altrettanto importante.
    E’ una difesa civile che si esercita con il linguaggio della politica responsabile, nel mestiere responsabile di informare e promuovere la discussione, è una difesa civile che ha bisogno della pulizia e dell’onestà intellettuale, le vere basi di ogni moralità.
    Non siamo in Iraq per il petrolio o per gli appalti, siamo lì per difenderci in una guerra che ci è stata dichiarata, e per confermare che siamo quel che siamo: uomini e donne liberi.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Bhe per essere una platinette barbuta, come lo chiama qualcuno , Ferrara sviluppa un'analisi decisamente appropriata nelle sue linee essenziali, traendo delle conclusioni in buonissima parte condivisibili e comunque di buon senso.

    Saluti liberali

  3. #3
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    Predefinito

    In origine postato da antonio
    beh..diciamo che la platinette barbuta , gia' tronfiamente esaltatasi per la guerra in IRAQ, non aveva previsto alcunche' di quanto accaduto...
    per lui la guerra era finita il I maggio e non e' mai stato in grado di spiegare il nesso tra la guerra all'IRAQ e la lotta al terrorismo..cosi' come non sono mai state trovate le AdM indicate come motivo per la stessa guerra...

    anzi...da certi entusiasti quanto obesi scrivani, è stata difesa persino la menzogna quale strumento di persuasione per popoli imbelli poco inclini a concedere credito ai circoli neocons americani e alla Halliburton di Rumsfeld & Co.

    è giusto, anzi doveroso, rispondere al terrorismo...ma farlo intelligentemente e non in preda all'emotivita' (ne' alle paturnie di Condoleeza Rice) ,perche' questa puo' portare fuori strada , obnubilando le capcita' razionali e arrivando ad identificare bersagli non attinenti o strumenti non idonei.

    Le critiche riguardo ai mezzi sono senza dubbio legittime, per quanto in queste forme, a mio avviso, del tutto non condivisibili. Qui però siamo un tantino oltre...... ossia stiamo parlando di una situazione nuova, sicuramente legata ai fatti precedenti (come ogni cosa della storia), ma che ha una propria autonomia e richiede una capacità di intervento non necessariamente legata alla piena approvazione della strategia anglo-americana di qualch mese fa, o di altro. Riguardo Condoleeza Rice..........credo che sia una politica di altissimo livello e grande intelligenza. Ovviamente non infallibile, ma sicuramente meno disastrosa di tante donne politiche italiane, famose per aver letterlamente bombardato (ossia quasi ridotto in macerie) i servizi pubblici da loro gestiti quando facevano .....i ministri. E non mi riferisco solo ai governi ulivisti, ma anche a precedenti esperienze primorepubblicane...

    Shalom!!!

  4. #4
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    Predefinito Non per rispondere ad...

    ...antonio, noioso bamboccetto

    Bamboccetto perchè critica ma non legge.

    Per chi ama ragionare mesi fa postai:

    La peste terrorista, portato della lunga durata delle tragedie del Ventesimo secolo, non può essere ridotta alla brusca trovata di un cervello esaltato, non è la “guerra di bin Laden”, di al Qaeda o di qualche emulo, ma molto di più.
    Non è una o tante guerre, ma si rivela, a livello planetario, come uno “stato di guerra”.
    Così il Diciottesimo secolo definì il rapporto di belligeranza sotteso alla coeistenza delle potenze europee, sia in condizioni di tregua che di aperta ostilità. Allo stesso modo, il terrorismo odierno non nasce da questa o quella guerra, ma si produce e riproduce a partire da uno stato generalizzato di guerra, dall’intreccio universale delle capacità di nuocere sul piano fisico e mentale, latente o effettivo. Da qui, un’inevitabile tendenza al contagio per rivalità o imitazione, che impedisce di attribuire a un unico focolaio un’infezione così generalizzata. Il pericolo immediato è di cedere al panico, nel tentativo di occultare la dura realtà della sfida. Primo delirio di negazione: quello degli antiamericani che leggono nei fondi del caffè e predicono dottamente che se “l’Impero” è stato punito per i suoi peccati, i semplici cittadini, “lavoratori e lavoratrici”, non hanno nulla da temere, perché la cosa non li riguarda. Un secondo delirio, stavolta antimusulmano, stigmatizza in blocco un miliardo e trecento milioni di terrestri che non hanno beneficiato della rivelazione giudaicocristiana. Come se l’integralismo islamista non attaccasse in primo luogo i musulmani, in Afghanistan come in Algeria, o al Qaida non reclutasse tra gli strati più occidentalizzati dell’Arabia e dell’Egitto. Bin Laden inganna la sua gente, Oriana Fallaci e molti altri s’ingannano invocando il conflitto di civiltà e la guerra di religione. Il terrorismo integralista non è un’arcaica ossessione per un passato superato. Gli angeli sterminatori sorgono dalla faccia oscura, massacratrice e nauseabonda della nostra ipermodernità. Il “fratello” islamico che sacrifica gli altri e se stesso è il gemello del bolscevico della Ceka e il doppio dell’eroe fascista che grida “viva la morte!”. Saddam Hussein è il clone di tutti e tre. Terzo delirio: quello degli sradicatori statalisti, che coltivano l’ingenuità di credere che il terrorismo sia appannaggio esclusivo degli irregolari senza Stato. Dimenticano cosa è successo appena ieri, il nostro passato più recente, il sanguinoso Ventesimo secolo con le sue ideologie devastatrici, i suoi Stati terroristi, e rifiutano la realtà di oggi: consideriamo, ancora una volta, il palmarès dell’esercito russo in Cecenia o quello di Kim Jong II… Quarto delirio: quello di chi denuncia la povertà come causa del terrorismo. La stessa campana suona nei forum dei globalizzatori (Davos) e nei contro-forum paralleli (Porto Alegre): quando la miseria dei popoli sarà eliminata, con sistemi liberali oppure con procedure moral-sociali, il terrore sparirà dal mondo. Permettete qualche obiezione. Da una parte questa affermazione è un insulto: i poveri non sono tutti terroristi, né in procinto di diventarlo. A Omar Sheik, il boia del giornalista Daniel Pearl, l’essere uscito dalle migliori scuole londinesi non ha impedito di fare letteralmente a pezzi la sua vittima. I piloti assassini dell’11 settembre erano rampolli di buona famiglia. Gli assassini del Gia hanno scoperto la loro vocazione perlopiù negli istituti scientifici di Algeri… Desolato, ma le truppe di carnefici si reclutano piuttosto tra i garantiti e gli alfabetizzati. D’altra parte, se il terrore non viene bloccato prima dell’auspicabile e universale estinzione della povertà, tutti, poveri e privilegiati, in attesa di quel benedetto giorno saranno giustiziati. Il terrorismo va spiritualmente e materialmente combattuto in modo aperto. Battaglia di idee e prova di forza sul campo sono inevitabili per chi voglia sopravvivere. Il finto ingenuo falsamente indignato, che si stupisce: “Perché chi plaude ai bombardamenti bombardamenti di Baghdad e Belgrado protesta contro quelli di Grozny?”, trova la sua risposta all’angolo della strada. Se ne vada, naso in aria, a bighellonare nelle città di cui parla. Le prime due oggi respirano, e gli abitanti gli parleranno con calma e liberamente: se vorranno gridare, grideranno, se vorranno protestare, lo faranno (il primo giugno del 2003, a Baghdad, abbiamo potuto vedere, prima assoluta nella storia bellica, tremila soldati di un esercito sconfitto manifestare in tutta libertà per reclamare la loro paga: cosa di meglio?). Se vorranno festeggiare, lo faranno, così come se vorranno andarsene alla moschea, in chiesa, al caffè… Non rimpiangono i loro dittatori decaduti, che hanno passivamente o attivamente contribuito ad abbattere. Sono usciti dalla loro piccola e grande morte. Le loro rispettive capitali non sono ammassi di rovine. Come Grozny, città morta che si visita in fuoristrada o in tank, scortati da soldati russi. Domandate ai “missi dominici” del Consiglio d’Europa, dell’Ocse e agli altri rari funzionari internazionali che vi si arrischiano, di raccontarvi le delizie turistiche in quello che fu un tempo il gioiello del Caucaso. A meno che non ci si intrufoli da clandestini, sans papiers, senza visto, senza protezione, come quel manipolo di giornalisti che affrontano i pericoli che il nostro falso ingenuo non vuole correre. Perché non ha bisogno di vedere, non ha bisogno di esaminare i danni, non ha bisogno di analizzare i risultati. Sa in anticipo che una guerra è una guerra, una vale l’altra, à la guerre comme à la guerre, o si distrugge tutto o non si ottiene niente. La pigrizia di pensare, camuffata da saggezza da imbecilli, serve da morbido guanciale all’adulatore dei prìncipi, che lava ogni loro carneficina, e all’imperativo della pace, che mette sullo stesso piano i boia, le vittime e gli eserciti che si schierano per gli uni o per le altre. Da che l’uomo è uomo e la pietra viene tagliata, bisogna distinguere tra conflitti ripugnanti e altri che, volenti o nolenti, ci si ritiene costretti a ingaggiare. Si può, mano sul cuore, preferire la pace, ma il dilemma non è eliminato per questo. “Un conquistatore è sempre amico della pace… vorrà pur entrare nel nostro stato senza opposizione” (Clausewitz), e chi vuole sfuggire all’oppressione o alla schiavitù non può escludere una resistenza violenta. “L’intelligente” che rifiuta di distinguere la guerre da fare da quelle da non fare, sbeffeggia e cade. Capitola di fronte alla difficoltà di riconoscere una scala di preferenze che gerarchizzi le violenze, tutte sanguinose e crudeli. Quindi conviene non raddoppiare l’imbarazzo e dargli ragione, inebriandosi dell’ideale di una “guerra giusta”. La pretesa di “giustificare” l’impiego delle armi per motivi teologici fu abbandonata da un Occidente in via di laicizzazione. Una serie di grandi giureconsulti europei orientano, orientano, tra Sedicesimo e Diciottesimo secolo, il duro lavoro di disincanto delle violenze belliche. Finiscono le “guerre giuste”, che lo sono perché rivendicano, con la benedizione di sant’Agostino e san Tommaso, un Bene universale e ristabiliscono la divina e incontestabile armonia della creazione. Mettendo al bando le crociate fatte in nome di Dio, l’Europa pensante ha concepito la possibilità di operazioni contro il male, guerre non più teologicamente giuste ma esistenzialmente necessarie, giudicate, a torto o a ragione, di sopravvivenza. La legittima difesa, individuale o collettiva, ne è l’esempio principe: non tutte le guerre si equivalgono. Aggredire o preparare un’aggressione, rispondere a un aggressore o prevenirlo, costituiscono due opzioni moralmente e giuridicamente antinomiche. Stanchi di disputare sui fini ultimi addotti da ciascuno dei campi schierati in battaglia, senza più interrogarsi all’infinito sulla sincerità dei combattenti e l’autenticità delle loro “cause”, ci si è concentrati sul modo di usare armi ed eserciti. Azioni illecite furono definite in contrasto con altre tacitamente ammesse. Si detronizzò il diritto “di” guerra (jus ad bellum, diritto di muovere una guerra legittima) in favore del diritto “nella” guerra (jus in bello, trattamento corretto o meno dei prigionieri, dei feriti, delle popolazioni). Si statuì che la legge delle guerre concerne più il come che il perché, e che esse sono ammissibili o condannabili secondo il modo di operare. Le ragioni della guerra, oggetto di ogni suspicione, furono messe da parte, mentre divennero centrali le modalità della guerra.
    La prima versione dello jus in bello definì le guerre “regolate” che si dichiaravano (e tentavano di disciplinare) le monarchie “illuminate” prerivoluzionarie. Sappiamo con quante sbavature. La seconda versione, clausewitziana, postulava che ogni grande nazione, giocando su un grande spazio e su una durata prolungata, si dotasse di una strategia di difesa che le risparmiava dal tirare il primo colpo e le metteva al riparo da sorprese disastrose. La vittoria francese del 1918 e quella russa del 1945 furono le ultime di quest’epoca strategica. Terza versione, la dissuasione nucleare, che a sua volta ignora i fini ultimi (“la guerra fredda è una guerra limitata, limitazione che poggia non sulla posta in gioco, ma sui mezzi impiegati dai belligeranti”, scriveva Raymond Aron). Versione numero quattro, l’attuale dissuasione antiterrorista che promette operazioni, addirittura guerre, umanitarie – Bosnia, Kosovo, Afghanistan, Iraq. E’ indispensabile, infatti, che le democrazie vigilanti e preoccupate della loro sopravvivenza a lungo termine blocchino, se necessario con guerre limitate, il divampare potenzialmente illimitato della peste terrorista.
    Una guerra umanitaria è una contraddizione in termini, la sua violenza genera danni assai poco umanitari. Bisogna giudicarla nei fatti. Non è una crociata del Bene, e se gli capita di camuffarsi con vesti messianiche si rovina con le proprie mani, perché il terrorismo non esiterà a rincarare la dose, accumulando mete e promesse paradisiache. La lotta antiterrorista deve essere colta “in vivo”, nei mezzi che mette in opera e nell’obiettivo che persegue. Poiché il terrorismo è una guerra contro i civili, la pratica antiterrostica deve essere al servizio dei civili, compreso lo stile dei bombardamenti, delle battaglie, delle manovre di cui si avvale. Lo si è constatato a Belgrado, a Kabul, a Baghdad. Non a Grozny, nello stesso periodo. Il falso ingenuo, che sistematicamente fa confusione, se ne infischia delle donne, dei bambini, dei civili risparmiati o meno. E discredita se stesso.

    su il Foglio

  5. #5
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    Predefinito

    la guerra è cominciata nel 1948 quando l'occidente ha consegnato a 10000 ebrei quasi il 70% della palestina togliendola ad alcuni milioni di palestinesi...
    sino a quando non sistemeremo questa vergogna non avremo pace..
    salvo che non riusciate a sopprimete tutti i palestinesi ...... e a cancellare perfino la loro memoria nelle menti degli arabi....
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  6. #6
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    Predefinito Le conseguenze di un attacco: la.....

    ....Chiesa

    Roma. Il telegramma con il quale Giovanni Paolo II ha espresso al presidente Carlo Azeglio Ciampi il cordoglio per “i carabinieri e soldati italiani che hanno perso la vita nell’adempimento generoso della loro missione di pace” è il segnale più autorevole che la Chiesa considera chiuse le polemiche del tempo di guerra, e che ora sostiene con decisione la difficile opera di ricostruzione e di pacificazione dell’Iraq.
    La distanza fra lo spirito pacificatore della Santa Sede e il pacifismo politico, spesso di matrice antiamericana, si è fatta sempre più netta, fino a sfociare nelle attuali aperte dissociazioni.
    La chiave sta soprattutto nella diversa valutazione del terrorismo, nostrano e internazionale, rispetto al quale la condanna dei cattolici (escluso il folkloristico cappellano dei no global don Vitaliano Della Sala) è inequivocabile, mentre quello dei settori estremistici della galassia pacifista, che rifiutano di condannare la violenza politica in quanto tale, è assai più sfumato.

    In un editoriale pubblicato dall’Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale, in prima pagina sabato scorso, Francesco Riccardi aveva attaccato direttamente i “new global tirchi di condanne”.
    Sui siti informatici dell’antagonismo “pacifista” questo articolo
    ha suscitato una valanga di polemiche, soprattutto per il
    paragrafo in cui si affermava che “nei loro discorsi lo Stato
    è sempre ‘repressivo’, la ‘globalizzazione assassina’, ‘i governi
    succubi delle multinazionali’, ‘il capitalismo imperante sta producendo solo morte’, ‘il militarismo dell’Occidente’ rappresenta il ‘terrorismo di Stato’”.
    La critica del quotidiano cattolico appariva particolarmente incisiva perché non si limitava ad attaccare le mancate dissociazioni dalla violenza terroristica, ma prendeva apertamente le distanze dalla retorica della violenza di Stato, lenzuolo polemico sotto il quale si può coprire qualsiasi cosa, il linguaggio distintivo che l’area antagonista è riuscita a imporre a quasi tutto il pacifismo no global.

    Invocare non basta
    Un altro fronte dal quale le posizioni ufficiali della Chiesa si sono andate distinguendo con sempre maggiore nettezza è quello del pacifismo “ingenuo”, di chi cioè pensa che la pace si possa ottenere semplicemente chiedendola, senza un complesso apparato politico, giuridico – e dove occorre militare – che la sostenga concretamente.
    Il Papa, che a suo tempo aveva invocato un intervento umanitario per salvare le popolazioni bosniache, sapendo bene che la forma di quell’intervento avrebbe dovuto essere militare, non ha mai acconsentito, in linea di principio, a queste forme di pacifismo disarmato e disarmante. Anche in questo caso, a riaprire la polemica – sopita col finire delle guerre etniche nei Balcani – è stato il terrorismo. Ricevendo una delegazione palestinese, la settimana scorsa, il Papa ha ripetuto che è indispensabile, per riannodare un percorso di pace, condannare e contrastare il terrorismo “in ogni forma”.
    Insomma la pace, interna e internazionale, non va solo invocata, deve essere costruita con la politica e difesa, se necessario, anche con le armi.
    Chi lo fa, come i caduti italiani in Iraq, non è “morto per niente” come sostengono i pacifisti a oltranza.
    Ci riflette, ancora sull’Avvenire, Marina Corradi e conclude che “potremmo trovarci a dovere rivedere i nostri inattaccabili dogmi pacifisti.
    A trovare nuove risposte.
    A scoprire che la pace, a volte, occorre difenderla.
    E che può costare moltissimo.
    Come a quei ragazzi a Nassiriyah, ieri mattina, che non sono morti per niente”.

    L’esaltazione commossa da parte di Giovanni Paolo II
    della “missione di pace” dei militari italiani, dunque, sembra rappresentare la conclusione di una svolta linguistica resa indispensabile dall’esigenza di distinguersi dal disinvolto gioco di specchi sul tema della violenza e del terrorismo, cui si dedicano settori non irrilevanti del movimento pacifista.
    Il professor Vittorio Emanuele Parsi, dell’Università Cattolica, commenta questa svolta linguistica con la considerazione che, ormai, “la situazione è mutata”, mutata da quando si discuteva dell’intervento in Iraq.
    Oggi è prioritaria la lotta la terrorismo e “la condanna del terrorismo implica la solidarietà per chi cade nella lotta”.
    Infine si è fatta strada la convinzione che “il terrorismo fondamentalista è nemico tanto dell’Occidente quanto dell’Islam, combatterlo non è uno scontro di civiltà ma una difesa delle due civiltà dall’aggressione di un nemico comune”.
    Non c’è da stupirsi se alla manifestazione –non di cordoglio ma di protesta – organizzata dalla delegazione italiana al Social forum europeo, all’ambasciata italiana a Parigi, di organizzazioni cattoliche non se ne sono viste.
    D’altra parte, a esclusione di Pax Christi, molte altre organizzazioni avevano già disertato l’appuntamento.

    da il Foglio

    saluti

  7. #7
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    In origine postato da antonio
    è giusto, anzi doveroso, rispondere al terrorismo...ma farlo intelligentemente e non in preda all'emotivita' (ne' alle paturnie di Condoleeza Rice) ,perche' questa puo' portare fuori strada , obnubilando le capcita' razionali e arrivando ad identificare bersagli non attinenti o strumenti non idonei.
    C'e' da vedere se questi "errori" siano davvero "errori" o non piuttosto scelte consapevoli sulla base di piani di dominio preesistenti (e che nulla avevano a che fare con il terrorismo) rimasti nel cassetto in attesa di una scusa anche solo minimamente passabile al popolino.... Ed ovviamente di un presidente bucciotto....

  8. #8
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    Predefinito Le conseguenze di un attacco: l'.....

    ....America

    Roma. Era un mantra fino a ieri, George W. Bush non si stancava di ripeterlo “prima la Costituzione, poi le elezioni, infine il trasferimento dell’autorità”. Non è più così, e il governatore americano dell’Iraq, Paul Bremer, è stato strizzato a dovere, rintuzzate le sue sensate obiezioni sul pericolo ulteriore che la fretta può portare; tutti d’accordo gli interlocutori dei suoi concitati
    viaggi a Washington, forse solo il presidente continua a nutrire qualche dubbio, ma Dick Cheney, Colin Powell e Donald Rumsfeld
    per una volta la pensano allo stesso modo, e Condi Rice tace perché pensa alle elezioni fra un anno, le truppe americane, e quelle dei pochi fidati alleati, devono essere ridotte al più presto, troppi i rischi, troppo delicata la fase politica.
    Non è stata solo la strage di Nassiryah, la discussione è cominciata qualche bomba fa, qualche sondaggio fa, qualche rapporto dubbioso della Cia fa, si è fatta urgente dopo che Paul Wolfowitz, vice di Rumsfeld, a Baghdad ci ha quasi perso la vita, è diventata obbligata dopo la morte degli italiani, che è anche la perdita più grave per l’intera coalizione da quando la guerra di liberazione dell’Iraq è vinta, ma non è finita, è il sacrificio pesantissimo del miglior alleato europeo, l’Inghilterra è un dato storico e non dipende da chi è al governo, degli Stati Uniti d’America.

    Ieri pomeriggio George W. Bush al telefono con Silvio Berlusconi
    non ha espresso solo condoglianze, ha discusso la strategia
    delle prossime quattro settimane.
    Da altri alleati arrivano o silenzi eloquenti o decisioni di rinvio sine die, come hanno fatto i giapponesi che fino a mercoledì scorso erano pronti a partire.
    Exit strategy o victory strategy, domandano beffardi due neoconservatori illustri, William Kristol e Robert Kagan, polemizzando durissimamente con l’ex amico Rumsfeld e con l’intero Pentagono, preoccupati solo di ritirare le truppe, e al presidente chiedono di non ascoltarli o sarà peggio che in Vietnam.
    La stessa cosa suggerisce ad alta voce l’eroe di quella guerra, il senatore John McCain, dall’Iraq si va via dopo aver vinto completamente, nel frattempo l’impegno militare va aumentato, non ridotto.
    Un po’ come si sta facendo in queste ore con l’operazione “Iron Hammer”, martello di ferro, caccia con grandi mezzi ai terroristi di Nassiryah.
    Il presidente però ha dato ordine a Bremer di portargli al più presto da Baghdad, concordandolo con gli iracheni membri del Consiglio, un piano rapido sulla possibilità d’insediare un governo locale.
    Prima della Costituzione?
    Questo Bush non lo dice, riafferma che alla fine i terroristi saranno sconfitti, spiega che è arrivato il momento di coinvolgere di più gli iracheni.
    Parla sempre volentieri Powell, segretario di Stato, dice che
    “stiamo esaminando qualunque tipo di idea, vogliamo accelerare i tempi della riforma”.
    Il modello però sembra quello già scelto in Afghanistan, un governo provvisorio subito, poi la scrittura della Costituzione, in base a quella le elezioni, il tutto entro la prossima primavera, a comandare un consiglio di dieci, scelto all’interno dell’attuale, oppure un leader da scegliere subito, come fu per Karzai, solo che va prima trovato, Rumsfeld ha ancora in mente Ahmed Chalabi, inviso a Powell.
    Sono pronti, secondo il Pentagono, già centotrentunomila militari iracheni addestrati in modo soddisfacente al nuovo compito dell’ordine mentre si fa la democrazia, sono già mille in più dei marines.
    Trasferire subito la sovranità sarebbe, secondo il Pentagono, anche il modo migliore per sconfiggere la propaganda antiamericana che è sempre più forte su giornali e tv arabe, sul modello di al Jazeera, e che racconta che gli invasori non se ne andranno mai, perché è il petrolio che vogliono.
    Bremer e i neocon contro i cambi di linea
    Il governatore Bremer non ha altra scelta che obbedire, è stato isolato, ma continua a opporsi. Le sue opinioni coincidono con quelle dei neocon, ormai molto critici dell’Amministrazione, certi che a Bush venga impedito di onorare la dottrina Bush. Se il trasferimento di sovranità, dice Bremer, sarà troppo frettoloso, se prima non ci sarà una Costituzione e anche un censimento della popolazione che preceda le elezioni, se non si darà tempo a un leader autentico di emergere fra le liti continue dei membri del Consiglio, se si darà l’ordine pubblico in mano a un esercito troppo in fretta messo insieme, solo una settimana fa erano centomila, oggi Rumsfeld ne annuncia centotrentunomila, se non si resterà in Iraq almeno diciotto mesi ancora, con arrivo massiccio di truppe di peace-keeping delle Nazioni Unite, ma ancora sotto il comando e il governo degli Stati Uniti, allora il processo costituzionale impazzirà e non ci sarà mai un governo democratico.

    saluti

  9. #9
    Super Troll
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    Predefinito

    Non c’è da stupirsi se alla manifestazione –non di cordoglio ma di protesta – organizzata dalla delegazione italiana al Social forum europeo, all’ambasciata italiana a Parigi, di organizzazioni cattoliche non se ne sono viste.
    D’altra parte, a esclusione di Pax Christi, molte altre organizzazioni avevano già disertato l’appuntamento.
    ========
    il solito doppiogiochismo della chiesa.

    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  10. #10
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    Predefinito Le conseguenze di un attacco: l'.....

    ....Europa

    Roma. La strage di Nassiryah consegna un problema alla riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione europea, lunedì e martedì prossimo.
    I francesi giocano pesante, hanno intenzione di avvantaggiarsi della pressione che le opinioni pubbliche eserciteranno sui governi che, come quello italiano, olandese, austriaco, spagnolo e portoghese, hanno mandato contingenti in Iraq.
    Ieri Dominique de Villepin ha rilasciato una durissima dichiarazione in cui chiede addirittura che il passaggio di mano a un organo politico iracheno avvenga “entro la fine dell’anno”. Mentre la risoluzione 1511 dice che entro il 15 dicembre occorreva fissare semplicemente il calendario per Costituzione, ratifica in referendum, e successive elezioni.
    Le pressioni francesi sono olio sul fuoco.
    Il capo di Stato maggiore olandese ha energicamente chiesto protezione aggiuntiva per i suoi 1.000 uomini.
    I governi europei che non si sono allineati al “no” franco-tedesco hanno invece l’opportunità da una parte e la necessità dall’altra di premere su Washington per convincerla non alla resa sognata a Parigi, ma a quelle correzioni di rotta che sono in fondo indispensabili non solo alla luce dei fatti iracheni, ma anche a Bush in vista delle presidenziali.

    La parte più attiva è giocata dal governo britannico.
    C’è anche la sua energica pressione, dietro la consultazione straordinaria a Washington da cui Paul Bremer ha riportato a Baghdad il messaggio di accelerare la transizione.
    Il ministro degli Esteri Jack Straw si era precipitato a Washington in teoria per mettere a punto gli ultimi dettagli della visita di George Bush a Londra, la settimana prossima.
    In realtà era accompagnato da Sir Jeremy Greenstock, l’inviato
    speciale di Blair a Baghdad.
    A Colin Powell e Condoleezza Rice, Greenstock ha esposto con una certa ruvida chiarezza, dicono fonti britanniche, ciò che a Londra sembra sempre più sbagliato.
    C’è un dossier che riguarda le attività militari: i dubbi britannici sul ritorno degli americani all’utilizzo del potere aereo per “colpire duro”, la convinzione che opinioni come quella del comandante dell’82° aeroportata, Charles Swannack, secondo cui 50 mila “resistenti” siano stati pianificati a tavolino da Saddam e da lui prendano ordini, siano largamente esagerate anche se piacciono tanto alla stampa.
    Ma c’è soprattutto un dossier politico.
    Aprire all’ipotesi che elezioni avvengano prima della Costituzione: comporterebbe la presumibile rottura dell’equilibrio sunnitasciita nell’attuale Consiglio di governo. Ma è una forca caudina attraverso la quale passare, in questi mesi è per la reciproca interdizione delle due parti che il Consiglio si è impantanato. Un’ipotesi, però, destinata a far tramontare una volta per sempre Ahmed Chalabi, che non a caso chiede che i poteri passino al Consiglio com’è oggi.

    La Nato, i dazi sull’acciaio, la nuova Baghdad
    Londra ha informato anche i governi europei che stanno dalla parte “giusta”, in primis quello italiano, a sua volta interessato a un’iniziativa e a maggior ragione dopo Nassiryah.
    E’ una piattaforma basata su tre pilastri. Una posizione meno intransigente da parte americana, nel tour che Powell farà nelle capitali Nato il 18 e 19 novembre, sui temi della difesa europea. Whitehall ha continuato a lavorare a un compromesso con francesi e tedeschi che salvi l’accordo Nato di Berlino del febbraio scorso – per cui era l’europeo vicecomandante della Nato a “incardinare” le iniziative di difesa europee – senza scomunicare le cooperazioni rafforzate promosse da Parigi, Berlino e Bruxelles.
    Blair è convinto che solo “stando dentro” Londra impedisce, insieme ad altri partner filo Nato come l’Italia, che l’intesa franco-tedesca divenga sempre più un Bund separato.
    La seconda mossa riguarda la guerra commerciale sull’acciaio in atto tra Usa ed Europa. Dopo il verdetto favorevole a quest’ultima della Wto, Blair ha chiesto a Bush di recedere dai suoi dazi.
    Se lo annunciasse nella visita a Londra, sarebbe un trionfo, un’apertura all’Europa atlantica e un merito di chi è andato in Iraq.
    Karl Rove, dicono a Whitehall, si è convinto che anche elettoralmente a Bush convenga.
    L’aspetto che riguarda direttamente l’Iraq è una data tendenziale, quella di metà 2004, per il passaggio dei poteri. E’ maledettamente ravvicinata, ha osservato Bremer, che è però impegnato a valutarla rapidamente.
    Prima che Bush si rechi in Gran Bretagna.
    Richieste troppo impegnative? “Anche a Washington ora l’esame è aperto a molte opzioni”, ammette Nick Burns, il “falco” ambasciatore americano alla Nato.
    “Nassiryah ha subito indotto Tokyo a decidere che non manderà uomini, e con l’Europa dobbiamo trovare una soluzione che passi innanzitutto per chi è più vicino alle nostre posizioni”.
    Sono esiti diversi da quelli neocon che Richard Perle e David Frum descrivono nel loro libro “An End to Evil”. “Forse diversi negli strumenti, non negli esiti”, ribatte Burns.
    Per il governo italiano, in ogni caso, l’iniziativa di cui rendersi coprotagonista passa per questi pilastri.

    saluti

 

 
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