A Camp David nel 2000 la pace era vicina e possibile, Yasser Arafat si è assunto la responsabilità del fallimento. Tornò a casa accolto come un Saladino, e uno scrittore israeliano bandiera del pacifismo, Amos Oz, lo guardò alla tv palestinese, il solito tristo gesto di vittoria fatto con due dita alzate, la divisa grigio oliva di guerra perenne, pianse lacrime amare, e scrisse: ho sempre lottato contro i governi che accusavo di non volere un accordo, ma oggi che avete rifiutato un’offerta che sembrava il manifesto di peace now, oggi che mi è chiaro che non è un vostro Stato, è Israele che volete, sappiate che andrò sulle barricate, sarò uno dei vostri nemici. Non vi è dubbio alcuno sulle responsabilità, eppure nel corso degli ultimi tre anni, a spiegazione giustificatoria del terrorismo, la teoria del complotto, dell’imbroglio ai danni di Arafat, con la complicità del presidente americano, ha preso qualche piede; ha come manifesto una ricostruzione dalla parte palestinese di Robert Malley e Hussein Agha, pubblicato nel 2001 dalla New York Review of Books, del quale peraltro si citano solo alcune parti, quelle comode. Ha come prove la presunta mancanza di dichiarazioni nette da parte dei mediatori americani, e il fatto che non c’erano proposte scritte quell’estate a Camp David. Eccone una, ufficiale, di dichiarazione, fatta da Dennis Ross, l’inviato speciale per il Medio Oriente fino agli ultimi giorni dell’Amministrazione Clinton. “A Camp David nel luglio 2000 noi americani non presentammo un piano complessivo. Mettemmo sul tavolo delle idee relative ai confini e alla questione di Gerusalemme. Arafat non fu in grado di accettare nessuna di queste idee. Per la verità, nel corso di quei quindici giorni di negoziati, Arafat non presentò una sola idea alternativa, alcuni suoi negoziatori lo fecero, lui no”. “Il 23 dicembre il presidente Clinton presentò il nostro piano. Confini: annessione a Israele di un 5 per cento della Cisgiordania e passaggio di un 2 per cento di territorio israeliano ai palestinesi, per cui in totale i palestinesi avrebbero ricevuto il 97 per cento del territorio.Gli israeliani sarebbero usciti completamente da Gaza. E’ falso affermare che in Cisgiordania lo Stato palestinese sarebbe risultato diviso in parti: vi sarebbe stata continuità territoriale. E vi sarebbe stato anche un collegamento diretto fra Gaza e Cisgiordania con un’autostrada e una ferrovia sopraelevate, tali da garantire non solo un passaggio “sicuro” (come previsto dagli accordi di Oslo), ma un vero e proprio passaggio libero. Gerusalemme: i quartieri arabi della parte Est sarebbero diventati capitale dello Stato palestinese. Profughi: vi sarebbe stato diritto al rientro dei profughi nello Stato palestinese, non all’interno di Israele. Inoltre sarebbe stato creato un fondo di 30 miliardi di dollari raccolti a livello internazionale per compensazioni e interventi di rimpatrio, reinserimento e riabilitazione dei profughi. Sicurezza: vi sarebbe stata una presenza internazionale nella Valle del Giordano al posto delle forze israeliane. Il piano non era scritto, ma noi lo enunciammo alle parti come se lo dettassimo, accertandoci che ne prendessero nota accuratamente. Non lo mettemmo per iscritto perché, come spiegammo a palestinesi e israeliani, questo era il massimo del nostro sforzo possibile: se non lo avessero accettato, lo avremmo ritirato”. “Il governo israeliano accettò la proposta Clinton il 27 dicembre 2000; Arafat venne alla Casa Bianca il 2 gennaio 2001 e si incontrò con il presidente Clinton nello Studio Ovale. Ero presente all’incontro. Doveva accettare che a Gerusalemme vi fosse una sovranità israeliana sul Muro occidentale che coprisse i luoghi di importanza religiosa per gli ebrei, e la rifiutò. Rifiutò la proposta sui profughi. Rifiutò le idee fondamentali sulla sicurezza. Praticamente respinse tutte le cose che gli avevamo chiesto di accettare. Ancora oggi i palestinesi non hanno detto alla loro gente in cosa consisteva davvero quel piano”. MGM
Tratto dal Foglio del 12/11
Cordiali Saluti




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